Posts Tagged ‘italo calvino’

L’antilingua dell’antipolitica

18 maggio 2018

Ho letto la bozza finale del famoso contratto. Vi ho letto cose come questa: “Occorre pertanto porre in essere una riforma complessiva della normativa vigente volta ad introdurre un apposito strumento, chiaro e semplice per la gestione dei rapporti di lavoro accessorio”. Al di là dei contenuti, pensavo a questo. “Occorre”; “pertanto”; “porre in essere”, “normativa vigente”; “volta”, “apposito strumento”. Pensavo: è l’antilingua dell’antipolitica. Calvino in un famoso articolo pubblicato nel 1965 su «Il Giorno» diceva che “la motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi”. L’antilingua dell’antipolitica è un doppio carpiato d’odio. Perché l’antipolitica attraverso la comunicazione cosiddetta bassa (il vaffanculo generale di Grillo) assegnava un significato all’antipolitica stessa. Invece l’uso così serrato, vorrei dire isterico, dell’antilingua, traduce le intenzioni all’inverso; o rivela le vere intenzioni (fate voi). È un gettare la maschera di fronte al mondo e di fronte a se stessi, è un vaffanculo pronunciato allo specchio, oltreché alla retorica popolare ad ampio spettro, alle felpe di Salvini, al pane e salame. È il primo colossale tradimento nella costruzione di una democrazia dal basso. O forse no. Se fate scrivere un contratto a un impiegato rancoroso mediamente o scarsamente istruito, a un piccolo imprenditore leghista che sogna elmi con le corna, a un avventore da bar senza la sensibilità per la lingua e per la vita altrui, questi inizieranno scrivendo: “Occorre pertanto porre in essere…”. Perché in quel momento chi scrive, come diceva Calvino, si pone al di sopra di se stesso, e quindi odia se stesso, usa l’antilingua come anti se stesso. L’antilingua è dunque intimamente legata all’antipolitica. Allora il tradimento c’era già prima, c’era già nel vaffanculo. Ma non ve ne siete accorti.

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Il lettore dimezzato

1 luglio 2015

A cena si è parlato dell’eterna disputa letteraria, ossia se un autore, quando scrive, pensi o meno al pubblico dei lettori, e visto che a questa cena erano presenti degli autori, alcuni di loro dicevano: “Io non penso a quanti lettori leggeranno il mio libro, a me basta avere un solo lettore, anzi, mezzo”. Così ho pensato a questo mezzo lettore, e me lo sono raffigurato come il visconte dimezzato di Calvino, cioè come un povero cristo squarciato in due da una palla di cannone, e mi sono chiesto se a squarciarlo in due sia stata davvero una palla di cannone, o piuttosto la lettura dell’opera dell’autore che si accontenta di avere un solo lettore.

Scrittori per scrittori e scrittori per lettori

23 giugno 2014

Due sere fa a cena si parlava di scrittori per scrittori e di scrittori per lettori, ossia di autori che nelle loro opere sembrano rivolgersi ad altri scrittori e che all’istinto antepongono la tecnica e il controllo, e di autori dominati invece da una natura generosa e profondamente affabulatoria. Eravamo più o meno d’accordo sull’esistenza delle due categorie (con tutte le sfumature del caso), non eravamo affatto d’accordo sui nomi da ascrivere a ciascuna categoria. Per esempio c’è stata una divergenza sul nome di Calvino che, per quanto mi riguarda, è uno scrittore per scrittori, ma che altri annoveravano nella seconda categoria, mentre eravamo più o meno concordi su Proust, Joyce e Svevo come campioni degli scrittori per scrittori. Allora ho cercato di chiarire meglio il concetto facendo un esempio tratto dalla storia dell’arte, e ho sostenuto che Mondrian è pittore per pittori mentre Van Gogh è pittore per tutti. Ho anche provato a dire che la questione principale non è tanto la ricerca, ossia il peso che un determinato autore attribuisce allo studio e alla sperimentazione, quanto il pubblico dei lettori a cui, consciamente o inconsciamente, si rivolge. A quel punto però è stato necessario chiarire che il pubblico dei lettori non rimane uguale a se stesso, ma muta col passare delle epoche, così la società dei lettori al tempo di Proust non è paragonabile alla società dei lettori americani degli anni Novanta con cui si confrontava David Foster Wallace all’uscita di Infinite Jest, né alla società vittoriana al tempo in cui Dickens faceva uscire Oliver Twist a puntate su Bentley’s Miscellany. La questione dunque va affrontata da una prospettiva simmetrica ma è tuttavia irrisolvibile, e come altre questioni dello stesso genere resta un puro gioco speculativo che riguarda uno dei più interessanti misteri della letteratura: il lettore ideale, la singola persona ipotetica che ciascun autore ha in testa quando vive l’istante più segreto e appartato della sua vita artistica, quando scrive.

Chi e cosa non è inferno

4 giugno 2014

Ho visto un corriere espresso uscire da un magazzino la mattina presto con in mano un foglio stampato che forse era l’ordine di consegna, salire sul furgone e bere un sorso d’acqua da un bottiglia piccola di minerale, calcare sulla testa il berretto con il logo della ditta di spedizioni per cui lavora, abbassare il finestrino e gettare un’occhiata indietro sulla strada, partire e dileguarsi, e non capisco perché in un istante tutto il peso della sua vita mi è rimasto appiccicato addosso, compresi i momenti di bellezza intensa e luccicante, se ne ha avuti, ma certo che ne ha avuti.

Sono tornato a lavorare nel Grande Nulla, alle sette del mattino seduto in macchina nel parcheggio della chiesa a venti metri dall’ufficio ho scambiato il rumore di una sega circolare per il canto di una balena, poi ho lavorato per tutto il giorno in una stanza con un tipo che ha dormito per tutto il tempo, sonnecchiava davanti al computer spento, di tanto in tanto si risvegliava, accendeva un sigaro, faceva due tiri e si riassopiva, tutto il giorno, ho pensato che lavoro con gente morta che non si cura di essere morta.

Nell’epilogo de Le città invisibili, Calvino ha scritto: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiano stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce fatale a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”.

Scrivere è la ricerca di un’espressione memorabile

21 novembre 2011

Il Corriere della Sera qualche tempo fa lanciò un gioco, il titolo era Un romanzo in sei parole. Il gioco consisteva nel condensare la trama e il senso di un romanzo famoso, appunto, in sei parole. In tempi in cui la comunicazione stabilisce limiti precisi in termini di battute, il gioco possedeva un suo fascino discreto. Assomigliava a una specie di operazione al cuore dei romanzi più amati dai lettori di ogni tempo, un’operazione che si riprometteva di estrarre dal corpo originale del racconto una goccia, un’unica goccia di sangue purissimo, dalla quale risalire all’identità cromosomica letteraria. O almeno io così l’ho interpretata. Ma c’è anche una possibile lettura del gioco in termini di economia delle parole, vale a dire, in tempi come questi, in cui viviamo sotto profluvi Leggi il seguito di questo post »

Noi prima di Larsson

18 ottobre 2010


Unione Sarda, 18 ottobre 2010
– «Da quando è morto Stieg Larsson, tutti quanti dobbiamo fare finta di essere Stieg Larsson». Con questa frase Håkan Nesser, giallista svedese tra i più apprezzati (tra i suoi numerosi libri, “Carambole”, e la serie del commissario Barbarotti, editi in Italia da Guanda), ha liquidato la questione sulla Larsson-mania che ha stregato l’Italia e il mondo intero. L’appuntamento era sabato sera in piazza San Cosimo a Cagliari nell’ambito della rassegna Tuttestorie. Il titolo della serata presentata da Loredana Lipperini, “Gli scandinavi lo fanno meglio?” Per l’occasione Nesser ha diviso Leggi il seguito di questo post »

Cosa non abbiamo capito dei libri Harmony?

6 agosto 2010

Credo di poter dire che il primo genere di letteratura a cui mi sono avvicinato durante la mia infanzia fosse la narrativa sentimentale di consumo prodotta in modo industrializzato dalla Harmony. A quel tempo ero un ragazzino appassionato di illustrazione, e quelle copertine dipinte nella qualità morbida della pittura ad olio che raffiguravano uomini e donne abbandonati in pose d’amore tormentate e struggenti colpivano in special modo la mia fantasia. Qualche volta ho avuto l’ardire di sottrarre uno di quei volumi ai cumuli geometrici che affollavano le stanze di mia madre nella casa di campagna di mia zia in cui trascorrevamo l’estate. Avevo un cugino pressappoco della mia età con cui, in quei pomeriggi afosi e pigri, ci stendevamo sui letti e ci scambiavamo quei libri, alternandoci nel raccontare in sintesi le storie che avevamo appena sfogliato. In quei riassunti fatti a voce alta avevo il vizio Leggi il seguito di questo post »

Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa

26 marzo 2010

Nella nuova casa in cui abito mi sono creato uno spazio per scrivere. L’ho ritagliato a misura fra l’angolo esterno del divano e le pendici di una grande biblioteca bianca da cui si affacciano centinaia di volumi. Ho un piccolo e leggero tavolino, anch’esso bianco, che sposto a piacimento e sul quale poso il computer portatile con cui scrivo. Ho messo anche dei grandi cuscini arancioni che riducono lo spazio ma che mi accolgono come in un cosmo ospitale e materno. Sui ripiani alti della biblioteca ho montato una fila di tre fari che lasciano cadere la luce come da una fessura di montagna. Non mi serve molto altro, a parte lo starmene in silenzio, a lungo e concentrato, sfogliando di tanto in tanto un libro fra quelli che ho a portata di mano (uno scaffale ben selezionato di autori a me cari, tutto Amos Oz, i racconti di Kafka, Henry Roth, qualcosa Leggi il seguito di questo post »

Cose che hai sempre saputo

25 febbraio 2010

Non so più se certe cose le ho vissute veramente, o se le ho solo incontrate in qualche lettura, disteso sul divano di casa mia o accovacciato sul sedile di un autobus in un mattino di tanti anni fa, oppure su una spiaggia d’estate all’ombra di uno scoglio osservando i passi lenti dei bagnanti sulla riva. Non so più distinguere la realtà delle esperienze fatte col corpo dall’irrealtà di quelle compiute con la fantasia. Certi giorni mi chiedo se sono il più vile dei bugiardi o il più geniale dei pazzi che abitano su questa terra. So che la mia pelle è cambiata anche per questo, so che non è così importante se ho conosciuto il profumo dell’erba bagnata Leggi il seguito di questo post »

Per chi respira in pace, tutto il mondo è dentro di lui

25 gennaio 2010

A sedici anni, camminando lungo un viale trafficato di macchine e di gente, mentre andavo a scuola sudando al primo caldo di maggio e pensando a un quadro di Salvador Dalì, scoprii che la letteratura ha questo potere incantatorio. Avevo da poco letto Il processo di Kafka e un paio di libri di Calvino, e lungo il marciapiede che portava in direzione della mia scuola mi imbattei in un cane. Aveva gli occhi asciutti e un dorso magro e deperito. Il cane si fermò al mio cospetto (o io al suo, dipende dai punti di vista). Respirava in pace nonostante il fracasso del traffico cittadino. Leggi il seguito di questo post »

Mi racconti di questo paese

18 dicembre 2009

Mi domando se davvero non ci sia un modo per raccontare di questo paese. Lo dico mentre prendo in prestito la poesia di Tahar Ben Jelloun che inizia, appunto, coi versi “Mi racconti di questo paese / nell’esilio delle parole”. Ci sono molti modi per parlare di una nazione, dei suoi vizi e del proprio tempo. Alcune letterature nazionali hanno saputo meglio di altre tracciare schemi, inventare linguaggi e cifre stilistiche. La narrativa israeliana contemporanea, per esempio, porta i segni distintivi di una produzione che pone gli uomini e i personaggi di fronte al rebus di uno stato di conflitto (nazionale e individuale) permanente e irrisolvibile. Il disagio del singolo posto di fronte allo spettro perpetuo della sciagura diventa così, in quella regione letteraria del mondo, il nucleo costituente di una autentica letteratura nazionale contemporanea. Allo stesso modo la cultura americana che ha fatto Leggi il seguito di questo post »

Chi si scandalizza è sempre banale

7 novembre 2009

pensatoreIl mese scorso ho letto Il grande silenzio (Laterza), il bel libro-intervista ad Alberto Asor Rosa curato da Simonetta Fiori sulla dissoluzione di quel legame tra intellettuali e politica che ha contraddistinto il dibattito politico e culturale italiano fin dagli albori del Risorgimento. Il “grande silenzio” che dà il titolo al libro non è altro che la caduta del pensiero critico in un vuoto interminabile, in un silenzio, appunto, catastrofico e raggelante, rovinoso quanto il dominio incontrastato esercitato dalla cosiddetta “civiltà montante”, massmediatica e globalizzata, che domina la contemporaneità. L’intervista all’intellettuale Asor Rosa è un’occasione per una lunga passeggiata in un bosco in cui, di volta in volta, si incontrano gli infiniti occhi di personaggi celebri, come Togliatti e Pasolini, Berlinguer e Fortini, Eco e Calvino, e così via, Leggi il seguito di questo post »

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