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Nella nuova casa in cui abito mi sono creato uno spazio per scrivere. L’ho ritagliato a misura fra l’angolo esterno del divano e le pendici di una grande biblioteca bianca da cui si affacciano centinaia di volumi. Ho un piccolo e leggero tavolino, anch’esso bianco, che sposto a piacimento e sul quale poso il computer portatile con cui scrivo. Ho messo anche dei grandi cuscini arancioni che riducono lo spazio ma che mi accolgono come in un cosmo ospitale e materno. Sui ripiani alti della biblioteca ho montato una fila di tre fari che lasciano cadere la luce come da una fessura di montagna. Non mi serve molto altro, a parte lo starmene in silenzio, a lungo e concentrato, sfogliando di tanto in tanto un libro fra quelli che ho a portata di mano (uno scaffale ben selezionato di autori a me cari, tutto Amos Oz, i racconti di Kafka, Henry Roth, qualcosa di Faulkner, un acquisto recente di Magda Szabo). Non mi serve avere una veduta particolare in cui cercare quella cosa che molti chiamano “ispirazione”, nella posizione che mi sono scelto do le spalle alla finestra, e l’ordine della stanza è ancora così fresco e transitorio da non avere neppure scelto i quadri che orneranno le pareti. Per adesso c’è un grande muro bianco con due fori larghi come arance dai quali fuoriescono due ciuffetti di fili, appena ne sarò capace collegherò quei fili a una coppia di applique e coprirò il bianco dell’intonaco con una tela che non so ancora immaginare. Non ho bisogno di altro per scrivere, neppure di una tazza di caffè. Quando scrivo non cerco un posto in cui perdermi. Calvino diceva: “Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa”.

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Non so più se certe cose le ho vissute veramente, o se le ho solo incontrate in qualche lettura, disteso sul divano di casa mia o accovacciato sul sedile di un autobus in un mattino di tanti anni fa, oppure su una spiaggia d’estate all’ombra di uno scoglio osservando i passi lenti dei bagnanti sulla riva. Non so più distinguere la realtà delle esperienze fatte col corpo dall’irrealtà di quelle compiute con la fantasia. Certi giorni mi chiedo se sono il più vile dei bugiardi o il più geniale dei pazzi che abitano su questa terra. So che la mia pelle è cambiata anche per questo, so che non è così importante se ho conosciuto il profumo dell’erba bagnata in un giorno di pioggia di quando ero bambino e me ne stavo disteso su un prato umiliato dalla vita che mi era toccata in sorte, o se quell’odore l’ho solo immaginato sfiorando una pagina circa un milione di pagine fa. Calvino diceva che la fantasia è un posto dove ci piove dentro. I versi di Ingrid Wendt si appropriano oggi di tutti i miei pensieri, “Vedi? Vedi? Invisibile / sotto i cespugli”. È il potere salvifico della poesia, è quel velo che si distende davanti ai nostri occhi, un corpo liquido che ci modifica la percezione delle cose. Avessi conosciuto la poesia della Wendt su quel prato e in quel tempo oggi forse sarei un uomo diverso.

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Ingrid Wendt, DOPO UN FORTE VENTO

Altro
suono ritorna
lento, come
la prima
stella s’accende
inaspettata.

I cavalli annusano
erbe nel prato.
La capinera chiazza il bosco
col canto.
Le mosche sulla zanzariera
di nuovo cercano disperatamente di entrare.

Vedi? Vedi? Invisibile
sotto i cespugli
i moscerini puliscono
l’aria prima di atterrare, ancora
e ancora quella nota
sottile come una lama: vedi?

Come pensieri che ti raggiungono
cose che hai sempre
saputo.

A sedici anni, camminando lungo un viale trafficato di macchine e di gente, mentre andavo a scuola sudando al primo caldo di maggio e pensando a un quadro di Salvador Dalì, scoprii che la letteratura ha questo potere incantatorio. Avevo da poco letto Il processo di Kafka e un paio di libri di Calvino, e lungo il marciapiede che portava in direzione della mia scuola mi imbattei in un cane. Aveva gli occhi asciutti e un dorso magro e deperito. Il cane si fermò al mio cospetto (o io al suo, dipende dai punti di vista). Respirava in pace nonostante il fracasso del traffico cittadino. Non conoscevo ancora i versi di quella poesia di Antonio Colinas che fa: “per chi respira / in pace, tutto il mondo / è già dentro di lui e in lui respira”. O forse Antonio Colinas aveva incontrato quel cane un minuto prima di quando lo incontrai io. Fatto sta che in quel cane c’era tutto il mondo. Immaginai subito che in lui ci fosse la matrice di tutte le storie, che l’intensità e l’insistenza del suo sguardo fossero il segno di qualcosa, di un mistero che tentava di parlarmi, una cella d’ape in una palpebra dalla quale si intravedeva la maestosa architettura di un alveare di narrazioni possibili. Il cane non faceva altro che questo, mi fissava e respirava, nei suoi occhi non c’era la supplica della fame né l’attesa di un ordine, la sua pupilla riluceva debolmente. Ho sempre creduto che nella vita di ogni uomo accadano incontri fortuiti che non hanno apparentemente alcuna importanza, ma che per una strana miscela di coincidenze finiscono per imporsi nella crescente oscurità di noi stessi. Così, in quella fessura di occhi e in quel respiro placido e silenzioso, io intravidi l’arcano che mi avrebbe sottratto ore infinite di vita e di sonno. Il cane fu la mia epifania, scoprii che così come un mondo respirava in pace dentro di lui, allo stesso modo c’era in me un universo altrettanto grande, che il mio spirito era come una palla di vetro di Perzy e bastava capovolgere l’anima, imprimerle una leggera rotazione, e sarebbe scesa la neve. Da allora, dal giorno in cui incontrai il cane con le storie dentro, la letteratura è questo mistero al cospetto del quale sono ogni giorno inginocchiato.

Mi domando se davvero non ci sia un modo per raccontare di questo paese. Lo dico mentre prendo in prestito la poesia di Tahar Ben Jelloun che inizia, appunto, coi versi “Mi racconti di questo paese / nell’esilio delle parole”. Ci sono molti modi per parlare di una nazione, dei suoi vizi e del proprio tempo. Alcune letterature nazionali hanno saputo meglio di altre tracciare schemi, inventare linguaggi e cifre stilistiche. La narrativa israeliana contemporanea, per esempio, porta i segni distintivi di una produzione che pone gli uomini e i personaggi di fronte al rebus di uno stato di conflitto (nazionale e individuale) permanente e irrisolvibile. Il disagio del singolo posto di fronte allo spettro perpetuo della sciagura diventa così, in quella regione letteraria del mondo, il nucleo costituente di una autentica letteratura nazionale contemporanea. Allo stesso modo la cultura americana che ha fatto seguito ai fatti dell’11 settembre è stata fortemente condizionata dall’ossessione per la vulnerabilità e la fragilità di un modello di vita fino a quel momento considerato inespugnabile, per favorire quindi il ritorno a un filone “catastrofista” che già aveva segnato un certo modo di fare cinema ai tempi della grande ferita del Vietnam. In Italia l’ultima volta che si è sentito parlare di qualcosa del genere è stato nel secondo dopoguerra. Calvino in una testimonianza del ’64 disse: “L’esplosione letteraria di quegli anni fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. […] L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle mense del popolo, ogni donna nelle code dei negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie”. Tempo fa, parlando della crisi culturale dell’Italia contemporanea, Abraham Yehoshua mi disse che secondo lui l’insufficienza della produzione letteraria italiana degli ultimi decenni è figlia di questo periodo di pace ininterrotta che dura da sessant’anni. Non ero del tutto d’accordo con Yehoshua allora, e lo sono ancora meno oggi, poiché ritengo che l’Italia, dal ’45 a oggi, abbia avuto eccome le sue belle guerre da combattere (gli anni di piombo, tanto per dire). Ma ciò nonostante nessuno è stato in grado di fare i conti con certe ferite. In Italia piuttosto – per citare Asor Rosa – si è sempre preferito “dare ampio spazio ai naturali umori provinciali dei letterati italiani”.

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Tahar Ben Jelloun, MI RACCONTI DI QUESTO PAESE

Mi racconti di questo paese
nell’esilio delle parole
ti sei seduta fuori, nel crepuscolo,
per bere un caffè
e ridere
passa un venticello
pieno di odori e profumi
le spezie viaggiano
come i ricordi e le pietre
cardamomo e rose secche
la sera
gli oggetti danzano
nello stagno dell’oblio.

Il mese scorso ho letto Il grande silenzio (Laterza), il bel libro-intervista ad Alberto Asor Rosa curato da Simonetta Fiori sulla dissoluzione di quel legame tra intellettuali e politica che ha contraddistinto il dibattito politico e culturale italiano fin dagli albori del Risorgimento. Il “grande silenzio” che dà il titolo al libro non è altro che la caduta del pensiero critico in un vuoto interminabile, in un silenzio, appunto, catastrofico e raggelante, rovinoso quanto il dominio incontrastato esercitato dalla cosiddetta “civiltà montante”, massmediatica e globalizzata, che domina la contemporaneità. L’intervista all’intellettuale Asor Rosa è un’occasione per una lunga passeggiata in un bosco in cui, di volta in volta, si incontrano gli infiniti occhi di personaggi celebri, come Togliatti e Pasolini, Berlinguer e Fortini, Eco e Calvino, e così via, finché – con la stagione del terrorismo – la strada si fa buia, le ombre si allungano e si spegne definitivamente l’illusione delle classi intellettuali di poter operare attivamente sulla realtà. È un libro importante, soprattutto per quelli della mia generazione, perché offre lo spunto per comprendere meglio le ragioni di alcune sostituzioni – la critica letteraria soppiantata dal marketing, l’audience come surrogato della qualità, la ricerca culturale scalzata dalle logiche industriali – che hanno trasformato lo scenario editoriale italiano in uno spaccio aziendale, nel discount di paccottiglia che ci appare oggi. I motivi che hanno condotto, in Italia, alla sconfitta storica del ceto intellettuale sono molteplici e variegati. Io credo (così come, con molta più autorità di me, lo crede Asor Rosa) che nella vicenda che ha portato alla sua dipartita, lo stesso ceto intellettuale non sia stato esente da colpe. Pasolini diceva: “Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato”. Ecco, io suggerisco di leggere questo libro, se non altro per essere informati, perché di fronte allo scandalo che proveremo di fronte all’inconsistenza delle prossime campagne condotte da qualche scialbo cartello di scrittori contemporanei accompagnati per mano da editor saccenti e compiaciuti, non si rischi di essere, per l’appunto, banali.

Le guerre che ha conosciuto la mia generazione si sono combattute sotto la copertura di ipocrisie linguistiche come “missione di pace” e “intervento umanitario”, come se avessimo bisogno più degli altri di avere addolcita la minestra di fango che ci servivano ogni sera, a tavola, per cena. Abbiamo portato in giro la nostra pelle in un mondo televisivo che ci mostrava in anteprima i bombardamenti su popolazioni civili lontane, i fischi e gli spari che fiorivano nella notte come coriandoli dal cielo, senza mostrarci mai i colpi di denti della gente massacrata e affamata che si godeva quegli spettacoli da un punto di vista privilegiato, da sotto i fuochi. Il linguaggio della guerra l’ho conosciuto in un libro letto a tredici anni, “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino, mentre il mio mondo era racchiuso in un quadrilatero di periferia, una strada, una ferrovia, una scuola e un campo di pallone. Nell’ambiente scolastico che frequentavo portarsi i libri a casa, leggere il pomeriggio e la notte lontano dalle ore della scuola, era un segreto da custodire come un bacio. Ma le guerre che ha conosciuto la mia generazione non erano guerre vere e proprie, erano guerre per sentito dire, guerre raccontate, guerre che si perdevano in parole per quelli come noi abituati a vivere con le spalle voltate al mondo. Però c’era Sarajevo. Una signora che abitava al primo piano, sopra di noi, veniva da quelle parti. Sarajevo era in Europa. Sarajevo era un caso di malvagità psichiatrica. Fino a qualche anno prima la Jugoslavia era un posto in cui le famiglie dei miei amici andavano in vacanza, era così vicina, la Jugoslavia, al mio mondo racchiuso in un quadrilatero di periferia, che se mi affacciavo alla finestra sul giardino sentivo l’odore del licki kupus, il piatto di carne di maiale e crauti con patate bollite che ogni tanto la signora del primo piano cucinava. Eppure, in qualche modo, sembrava che nemmeno quella, per noi, fosse una guerra. Nella bocca d’ombra che ci ha coperto il capo per tutto il tempo della nostra giovinezza non poteva esserci una guerra, una guerra vera. È così che la mia generazione è diventata superflua, un’appendice insignificante nella storia, un piccolo tempo morto nel fluire dei secoli. Poco importa, poi, che qualcuno della mia generazione sia caduto sul campo in qualche videogame giocato per finta, in “missione di pace” naturalmente, lasciando il sangue su terre con nomi da leggenda medievale. Ah, le guerre. Le guerre che non ha voluto conoscere la mia generazione.

 

Izet Sarajlić, ULTIMO TANGO A SARAJEVO

Il novantaquattro, 8 marzo.
La Sarajevo degli amanti non si arrende.
Sul tavolo l’invito per il matinè di danza allo Sloga.
Naturalmente ci andiamo!
I miei pantaloni sono un po’ logori,
e la tua gonna non è proprio da Via Veneto.
Ma noi non siamo a Roma,
noi siamo in guerra.
Arriva anche Jovan Divjak. Dagli stivali si vede
che viene direttamente dalla prima linea.
Quando ti chiede un ballo sembri un po’ confusa.
Per la prima volta ballerai con un generale.
Il generale non immagina l’onore che ti ha fatto,
ma, a dire il vero, anche tu al generale.
Ha ballato con la donna più celebrata di Sarajevo.
Ma questo tango questo è solo nostro!
Per la stanchezza ci gira un po’ la testa.
Mia cara, è passata anche la nostra magnifica vita.
Piangi, piangi pure, non siamo in Via Veneto,
e forse questo è il nostro ultimo ballo.

“La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui si arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso”. Questa è una frase tratta da “Le città invisibili” di Italo Calvino. Per quanto possiamo viaggiare, esplorare il mondo, visitare mari e nazioni, le città che non avremo conosciuto saranno sempre la maggior parte. Così non ci restano che i loro nomi, il suono evocativo delle parole, gli accenti, il gioco d’incastro tra vocali e consonanti, a suggerirci vedute, case, voci, vento, luce, montagne, mercati, fiumi, foglie, uomini. Da bambino mi incantavo a scoprire le città sulle cartine geografiche. Ogni città di cui leggevo il nome diventava un cosmo, un accordo maestoso con la mia immaginazione. C’era “Surabaya”, il cui nome suonava lento come una foglia che cade, e “Chittagong” che invece mi sembrava un tamburo nelle mani di un bambino, “Salisburgo” che non smetteva di impigrire nei suoi tesori da salotto e “Fortaleza” che ribolliva e gorgogliava come il fondo di un vulcano, “Nairobi” che il nome era deserto come l’aria e Patrasso che immaginavo triste come la polvere. La vocazione al viaggio e alla scoperta è connaturata nell’uomo. Alcuni versi di Santiago Mutis Durán dicono: “La città proibita / bisogna cercarla / allontanandosi da lei / cercarla là dove non c’è”. Ecco, è questo, cercare una città nel proprio nome significa cercarla proprio là. Dove non c’è.

Primož Čučnik, LJUBLJANA

Senza di lei i ponti non hanno nomi.
Le strade e le vie assetate di gente.
Senza di lei le piazze sono deserte.
Gli spazi spopolati stanno
morendo in riva all’acqua.
Attraverso ogni città scorre un fiume.
Così le danno il suo nome
e al fiume il nome della città.
Città fatta di pietre,
costruita sulle fondamenta di un impero.
Città fatta con il rame delle campane.
Ogni città è di rame,
di bronzo e di ferro.
I chiodi sono conficcati,
i tetti saldati con i chiodi.
Ogni città è una muraglia di solitudine.
Senza di lei si sgretolano
la mia memoria e i miei sogni.
I miei passi non risuonano sul selciato
Tra i muri non riposa lo smog.
Il mio alito non emette spire di fumo,
nel freddo. Senza di lei gli inverni sono
ancora più gelidi. Il tempo non respira.
Sulla riva del fiume non appaiono
miraggi, essendo un miraggio ogni
città. Luogo natìo e culla di dolore.
La più grande ferita e l’erba più
efficace per alleviare le scottature.
Guardo sempre la mia città,
dovunque apro gli occhi. Marco Polo
che descrive sempre città straniere, ma
sempre attracca a qualche molo di Venezia.
Così io ho il suo nome e
lei è chiamata con il mio.
I più bei giorni e notti si
accalcano nelle volte – sotto
le arcate e tra le mura
sono impresse le mie impronte.
Paesaggi in riva all’acqua,
dove muoiono spazi deserti.
Città lungo il fiume che è il tuo nome.

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