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A Roma stanno costruendo un nuovo ponte sul Tevere. Passo davanti al cantiere ogni volta che vado a correre. Da quel poco che si vede direi che si annuncia come un ponte abbastanza brutto, che difficilmente si armonizzerà con l’aspetto della città, con gli altri ponti, col fiume stesso, pieno di mollezze e di sbadigli. Non conosco il nome dell’architetto che l’ha progettato, né quale sarà il suo aspetto definitivo. Quello che voglio dire è che la costruzione di un ponte è sempre un fatto importante. Il ponte è un simbolo, una spinta verso l’ignoto e al tempo stesso un elemento che mette in contatto due sponde diverse del mondo. Quanto un ponte sia portatore di ispirazioni, materialità, ideali e storia, l’ho imparato da ragazzo leggendo Il ponte sulla Drina, l’opera maggiore del premio nobel serbo-croato Ivo Andrić. Leggendo il romanzo di Andrić si impara che ogni ponte è simbolo della possibilità di comunicazione e amore fra gli uomini. È per questo che ogni ponte ha un angelo custode, uno spirito celeste mandato da Dio per benedirlo e proteggerlo. Perché – sostiene Andrić – non c’è ponte che non abbia origine divina. Ieri mattina c’era un filo di vento, una parte del cielo era coperta e una coppia di turisti scattava fotografie a quello scheletro ciclopico di cemento adagiato sul fiume. È la prima volta che vedo delle persone interessate come me alla costruzione del nuovo ponte, affascinate dalla nascita di qualcosa che molto probabilmente starà ancora lì fra cento anni. L’architettura ha questo di commovente, che è testimone perfetta di come gli esseri umani si passano il mondo di mano in mano, di generazione in generazione.

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