archivio

Archivi tag: izet sarajlić

Una mia recensione del libro di Alberto Masala “Geometrie di libertà” pubblicata ieri sul IlFattoQuotidiano.it (qui l’articolo originale)

*

“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…”

Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie. Non pensereste, di primo acchito, che in quel libro il poeta ha deciso, almeno per un po’, di ringuainare il verso per dedicarsi a una comprensione più vasta dell’artista e dei compiti Read More

Annunci

Non ho un buon rapporto con la mia città. Non mi riconosco nel suo carattere, nei suoi modi, nelle sue vene svuotate. Quando cammino per le sue strade ho la stessa sensazione che avrei se camminassi in un’enorme stanza stipata di vecchi mobili impolverati e chiusa a chiave, alla cui porta rimbombano i colpi di decine di mani e pugni. L’ho percorsa in lungo e in largo la mia città, l’ho indossata come un abito che si veste fino a consumarlo. A Roma sembra che io non esista, ecco, è questo. Per occhi che la guardano sprezzanti questo non significa niente, per chi prova per lei una specie di amore filiale e riottoso invece è tutto. Non si mettono radici a Roma, da nessuna parte, perché il suolo di Roma è troppo duro e infertile per radicare, si lasciano ricordi come semi abbandonati che sappiamo in anticipo non porteranno ad alcun bocciolo di fiore. Non mi aspetto nessuna primavera da lei, so che non rispetta le promesse, che tradisce ogni giorno e ogni minuto, che è infida come una puttana e inattendibile come una visione di candele. Sono un insetto fra tanti insetti che ronzano nel suo ventre prominente, e se provo a guardarla con gli occhi di un esiliato lei ancheggia e strizza l’occhio ma non si lascia avvicinare, perché Roma è accessibile solamente ad occhi spenti. Forse ho un’anima già troppo vecchia, forse è passato già troppo tempo da quando scrivo e cerco le storie nei volti degli sconosciuti; così oggi vado a cercarle nella più sconosciuta di tutti.

.

Abdullah Sidran, SARAJLIĆ TORNA NELLA SUA CITTÀ

Così, passano i viaggi. Un po’
di esperienze nuove, e un mucchio di vecchie, confermate.
E ora mi avvicino di nuovo alla città. Secoli come
se fossero passati – sto tremando.

Sul binario, certamente troverà la pioggia. Ineluttabile
come il ritorno. E’ così che questa città, da sempre, accoglie
i suoi cari. (Forse se apparisse diversa non la
riconosceremmo?!). Dalle ghiandole lacrimali le larve
ecco, sono già scivolate lungo il naso!

Di chi si rallegra l’anima? Questa città
non l’ho mai blandita. Ma i colpi
con i quali la nutriva, la solitudine tremenda e fruttuosa,
sono forse stati i segni di un senso superiore, mentre cercavo
di costruirci la mia casa?

Sotto la pioggia, ora mi attende la mia città. E in essa la mia casa.
E in casa la donna. Nella donna batte un cuore umile
e tranquillo respira il nostro frutto felice.

Cammino, stanco come un cane,
e colmo di luce.
Di luce.

Mi chiedo che posto abbia l’arte, e in particolare la letteratura, nella mia vita di uomo. Se essa sta ai margini come un fiume in serena intimazione, o in alto sopra di me, come un uccello imponente che spiega le ali e mi fa ombra, o dentro, nel profondo, come una voce ineludibile e misteriosa. Mi chiedo se sia un gioco cosciente che non mi decido a smettere di praticare, o una cura per gli occhi e per l’anima, che hanno sempre tante cose da farsi guarire. Il fatto è che non so quanto sia davvero urgente in me inventare racconti e moltiplicare personaggi, pugnalare questo o quello, mettere al mondo mille volte Eva e altrettante Caino. Le parole hanno questo potere segreto. Eugénio de Andrade, in un paio di versi bellissimi di una sua poesia dedicata proprio alle parole, scrive: “Chi le ascolta? Chi / le raccoglie, così, / crudeli, disfatte, / nei loro gusci puri?”. Io mi sono intagliato sul petto questa lettera grande che mi porto dietro in ogni cosa che faccio, assetato o affamato che sono, pronto a saltare sul ciglio di una montagna o nell’inferno di una città. Ma chi ascolta davvero queste parole? Chi le raccoglie? È l’assillo costante di ogni creatura umana che abbia almeno una volta sperimentato l’arte della scrittura, perché non c’è uomo al mondo che scriva unicamente per se stesso, per quanto ne dicano i più puri di spirito. Ieri sera, poi, mi sono stati recapitati per posta questi versi di uno dei poeti che amo di più, Izet Sarajlić. Mi è tornata alla mente la voce di Erri De Luca che si rivolgeva direttamente all’amico defunto Sarajlić (“Ho bevuto con te e così, per la misteriosa proprietà transitiva dei poeti e dei bicchieri, io mi sono trovato seduto a tavole remote, dove mai mi sarei azzardato a chiedere permesso”). Ma poi, al termine di ogni riflessione possibile, alla fine di questa tirata sull’arte e sul posto che vorrei riservarle nella mia vita, c’è questo finale, i versi ultimi che chiudono Al calar della sera. Il maestro solleva il mondo e tutto improvvisamente mi diventa più chiaro… L’arte, credetemi, non è affatto importante!

.

Izet Sarajlić, AL CALAR DELLA SERA

Sul campo di pallone
un ragazzo
sta suonando la chitarra
mentre sopra di lui
vola una granata da Poljine.

Un futuro Bulat Okudhzava di Sarajevo?

O ragazzo,
continua pure a vivere,
e l’arte,
che per me era tutto,
l’arte,
credimi,
non è affatto importante!

Le guerre che ha conosciuto la mia generazione si sono combattute sotto la copertura di ipocrisie linguistiche come “missione di pace” e “intervento umanitario”, come se avessimo bisogno più degli altri di avere addolcita la minestra di fango che ci servivano ogni sera, a tavola, per cena. Abbiamo portato in giro la nostra pelle in un mondo televisivo che ci mostrava in anteprima i bombardamenti su popolazioni civili lontane, i fischi e gli spari che fiorivano nella notte come coriandoli dal cielo, senza mostrarci mai i colpi di denti della gente massacrata e affamata che si godeva quegli spettacoli da un punto di vista privilegiato, da sotto i fuochi. Il linguaggio della guerra l’ho conosciuto in un libro letto a tredici anni, “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino, mentre il mio mondo era racchiuso in un quadrilatero di periferia, una strada, una ferrovia, una scuola e un campo di pallone. Nell’ambiente scolastico che frequentavo portarsi i libri a casa, leggere il pomeriggio e la notte lontano dalle ore della scuola, era un segreto da custodire come un bacio. Ma le guerre che ha conosciuto la mia generazione non erano guerre vere e proprie, erano guerre per sentito dire, guerre raccontate, guerre che si perdevano in parole per quelli come noi abituati a vivere con le spalle voltate al mondo. Però c’era Sarajevo. Una signora che abitava al primo piano, sopra di noi, veniva da quelle parti. Sarajevo era in Europa. Sarajevo era un caso di malvagità psichiatrica. Fino a qualche anno prima la Jugoslavia era un posto in cui le famiglie dei miei amici andavano in vacanza, era così vicina, la Jugoslavia, al mio mondo racchiuso in un quadrilatero di periferia, che se mi affacciavo alla finestra sul giardino sentivo l’odore del licki kupus, il piatto di carne di maiale e crauti con patate bollite che ogni tanto la signora del primo piano cucinava. Eppure, in qualche modo, sembrava che nemmeno quella, per noi, fosse una guerra. Nella bocca d’ombra che ci ha coperto il capo per tutto il tempo della nostra giovinezza non poteva esserci una guerra, una guerra vera. È così che la mia generazione è diventata superflua, un’appendice insignificante nella storia, un piccolo tempo morto nel fluire dei secoli. Poco importa, poi, che qualcuno della mia generazione sia caduto sul campo in qualche videogame giocato per finta, in “missione di pace” naturalmente, lasciando il sangue su terre con nomi da leggenda medievale. Ah, le guerre. Le guerre che non ha voluto conoscere la mia generazione.

 

Izet Sarajlić, ULTIMO TANGO A SARAJEVO

Il novantaquattro, 8 marzo.
La Sarajevo degli amanti non si arrende.
Sul tavolo l’invito per il matinè di danza allo Sloga.
Naturalmente ci andiamo!
I miei pantaloni sono un po’ logori,
e la tua gonna non è proprio da Via Veneto.
Ma noi non siamo a Roma,
noi siamo in guerra.
Arriva anche Jovan Divjak. Dagli stivali si vede
che viene direttamente dalla prima linea.
Quando ti chiede un ballo sembri un po’ confusa.
Per la prima volta ballerai con un generale.
Il generale non immagina l’onore che ti ha fatto,
ma, a dire il vero, anche tu al generale.
Ha ballato con la donna più celebrata di Sarajevo.
Ma questo tango questo è solo nostro!
Per la stanchezza ci gira un po’ la testa.
Mia cara, è passata anche la nostra magnifica vita.
Piangi, piangi pure, non siamo in Via Veneto,
e forse questo è il nostro ultimo ballo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: