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Una mia recensione del libro di Alberto Masala “Geometrie di libertà” pubblicata ieri sul IlFattoQuotidiano.it (qui l’articolo originale)

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“Non ti insegnano mai forme aperte: sarebbero destabilizzanti, sovversive. Non ti dicono mai che chi veramente capisce la geometria è il fumo, l’acqua…”

Se un amico vi dicesse di aver letto da poco il libro di un poeta vi verrebbe subito in mente che il vostro amico ha letto una raccolta di poesie. Non pensereste, di primo acchito, che in quel libro il poeta ha deciso, almeno per un po’, di ringuainare il verso per dedicarsi a una comprensione più vasta dell’artista e dei compiti Read More

Che succede, dall’una alle tre del pomeriggio, alle creature umane che lavorano in una grande città come quella in cui vivo io? Che succede quando si placano gli eccessi della danza più frenetica e l’ultimo dei negrieri concede loro una pausa di ristoro e un’ora di libertà? È capitato che ieri passassi di là per caso, perché le mie gambe in cerca di traiettorie e di percorsi mi imponessero la corsa lungo il fiume, là dove si sfiora il limite di un quartiere inzeppato di uffici di avvocati e di notai. E allora ho incontrato gli sguardi di queste ragazze e di questi ragazzi che camminavano soli come cani, o sostavano sull’orlo di una panchina coi loro piccoli bagagli di cose dolci e semplici, intenti a far trascorrere il tempo cercando conforto nel display di un cellulare o fra le pagine di un libro, o a incartare in silenzio le ultime briciole del loro pasto frugale, il panino mandato giù come una condanna fra le ore sottopagate del loro precariato sottopagato. Erano tanti, ed erano soli, nessuno che parlasse con nessuno, decine di anime pendenti come una fila di uccellini sospesi sul filo. Passeggiavano avanti e indietro come condannati nell’ora d’aria, gemellando forse i loro pensieri a chissà quali maledizioni, lasciando svanire voglie e desideri perché alle voglie e ai desideri si può concedere al massimo un quarto d’ora alla sera, dopo cena, una telefonata, un’occhiata alla Tv, sul calendario un conto alla rovescia di giorni o di settimane che mancano al prossimo ponte festivo. Ecco, mi sono detto, è così che si annienta lo spirito di una generazione, è qui che entra il coltello degli aguzzini che rendono questo tempo e questo paese una stalla di asini bastonati, una spianata allagata di niente. Forse noi non abbiamo saputo scegliere, e la storia non serberà traccia di questa immensa schiavitù.

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Jack Hirschman, LA FELICITÀ

C’è una felicità, una gioia
nell’anima che è stata
sepolta viva in ciascuno di noi
e dimenticata

Non si tratta di uno scherzo da bar
né di tenero, intimo umorismo
né emozioni di cordialità
né un grande, brillante gioco di parole.

Questi sono i superstiti che sopravvivono
a ciò che accadde quando la felicità
fu sepolta viva, quando essa
non guardò più fuori

degli occhi di oggi, e non si
manifesta neanche quando
uno di noi muore – semplicemente ci allontaniamo da tutto, soli

con quello che resta di noi,
continuando ad essere esseri umani
senza essere umani,
senza quella felicità.

La donna è lì che aspetta ogni mattina davanti alle vetrate degli uffici provinciali. Ha gli occhi tondi e piccoli, perennemente sorpresi, il volto appuntito come quello di un ragazzino di dodici anni di prima della guerra, con due chiazze rosse in prossimità degli zigomi, e il nero che le raspa le guance al punto che non ti meraviglieresti se ti dicessero che lei è la piccola carbonaia di un racconto di Dickens. Addosso ha strati su strati di lane e di scialli recuperati chissà dove, una corona di buste intorno alle gambe, un minuscolo carrello della spesa carico di cianfrusaglie. Si sposta con tutte le sue cose come un’isola nella deriva dei continenti, riconosce tutti i luoghi anonimi e insignificanti che la gente normale non considera mai, il muretto sul quale si siede quando viene alto il sole, il triste porticato di cemento sotto cui si ripara dalla pioggia, il grosso platano abitato da nugoli di storni rumorosi, lo spartitraffico pieno di escrementi di cane, la transenna stradale bianca e rossa che delimita il marciapiede in prossimità del semaforo. Lei intrattiene lunghe conversazioni con il freddo, con il buio, con la pioggia, con lo smog, con gli angeli e con le stelle, ogni tanto il suo tono di voce si fa alto, fuori dal minimo malinteso lascia intendere che non è disposta a colloquiare con nessuno, nonostante la sua bocca minuta e rossa sembri sempre disponibile al sorriso. La cosa che immancabilmente non manca di stupirmi di lei è la pazienza. La pazienza sembra un ordine imperioso a cui risponde con naturalezza, è un ruolo che le calza a pennello, è sempre lì da qualche parte che aspetta, qualcosa o qualcuno, o forse semplicemente che finisca il giorno. Alla catastrofe della sua mente ha opposto la sopportazione del tempo. Poco importa che io le dedichi meno di uno sguardo al giorno, che ogni tanto la osservi smangiucchiare una crosta di pane e poi dividere le briciole secche con gli uccelli del quartiere. Anche in questo territorio muto, fatto di poche sillabe, qualche volta è possibile assorbire un’esistenza, una vita in caduta libera, tra le più semplici, tra le più composte che io conosca.

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Jack Hirschman, INTERLUDIO UMANO

Lei stava appoggiata
al muro vicino
all’Hotel Tevere con in mano
un biccchiere di plastica
quando iniziò a piovere.

Ho cercato una moneta, le sono
andato vicino
e l’ho fatta cadere nel bicchiere.
Cadde sul fondo
di un’aranciata.

Sono arrossito, ho guardato
i suoi occhi devastati e la pelle
e i capelli diventati prematuramente
grigi, e ho detto che
mi dispiaceva, che avevo pensato
avesse bisogno di soldi.
“Ne ho bisogno”, rispose
e sorrise “Stavo
solo bevendo
qualcosa”.

E restammo così
a ridere assieme
mentre guardavamo le gocce di pioggia cadere
sul lago d’arancia
sopra la moneta che affondava.

Non ho una particolare predilezione per la poesia italiana contemporanea (ne ho ancor meno per la narrativa, a dire il vero). Salvo pochi nomi. Tra questi sicuramente Alberto Masala, che di fatto è il “meno italiano” fra gli italiani. Masala infatti è poeta internazionale, non solo perché plurilingue (italiano, logudorese, francese e spagnolo), e neppure perché ha condiviso con una certa regolarità esperienze importanti con poeti come Jack Hirschman e Gregory Corso, è internazionale perché lo è intrinsecamente la sua poesia, i suoi versi che tendono all’espressione orale prima ancora che a quella scritta, e che quindi sono votati – per loro natura – all’incontro e al confronto. I versi che seguono sono a mio avviso tra i più belli che siano stati prodotti negli ultimi anni entro i nostri confini. Per averli nell’impaginazione originale ho scritto direttamente a Masala, qualche mese fa, e lui me li ha cortesemente concessi. Suggerisco di leggere questa poesia a voce alta, come se vi ritrovaste a raccontare una storia a un’amante nella calma di un letto a primavera, o come se nascondeste le parole sotto la lingua per presagirne la forma materiale e assorbirne il gusto. Parla dei detenuti. E di molto altro..

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Alberto Masala, PARLO DEI DETENUTI

a Rafael Cancel Miranda – ammanettato al muro – carcere di Marion
a Frank «Big Black» Smith – e tutti gli altri di Attica
a Sekou Odinga – posacenere dei suoi torturatori
a Alejandrina Torres – carcere di Phoenix, Arizona – violentata dal pugno del suo carceriere
a Susan Rosenberg – Lexington – luce ogni 20 minuti – mesi senza dormire
alle donne violate nel carcere statale della Georgia e in quello federale di Dublin
ai torturati nelle gabbie di Pelican Bay, Florence, Guantanamo, Abu Graib…
ai torturati di Bolzaneto – dell’Asinara – di tutte le questure e le galere
ai desaparecidos
ai condannati a morte

Parlo dei detenuti

del desiderio che racconta cicatrici
non mie            non del mio corpo
parlo della mia gente

ora anche qui fa caldo

e volano altri corvi            preannunciati
da una lingua crudele di menzogna
fra detriti e fantasmi            di miseria violenta

ora anche qui fa caldo

e il nord che scivola più a nord
rende sud ogni nostro copione
mentre il sud resta fermo sotto il sole
portando il rischio di colori            colpevoli di vita

è un fuoco ininterrotto
un’ipotesi umana decisiva
che sogna            e rinnega i suoi sogni

viene verso l’Europa
di fronte alla tua comoda poltrona
al tuo telecomando occidentale
rapidamente sopraffatto            imploso
in quel vortice interno della digestione

noi siamo eternità di dubbi
sopravvissuti controvento

passiamo come branco
tra due filosofiche colonne di pensiero feticcio e nichilismo
che imprigiona istinti antagonisti
nei suoi recinti di regolarità            nell’ordine previsto
come animali            pelle d’altri nemici
per non correre il rischio d’infezioni

e non compriamo mai abbastanza

io provengo dal mondo
l’angelo dimagrito ad occidente
già troppe volte senza un paradiso

soltanto resistenza

o saltare o restare
accettando svantaggi dai confini
esterni al nostro canto

porto ancora un accento che resiste all’uso

lo scrivo sopra la mia voce
questo dire imperfetto e mentre parlo
ogni parola cade sul dire precedente
come un sole che brucia            infiammando di nausea letteraria
terre di siccità

plein soleil de mes rêves            condamnés
à la mathématique des multiplications

dunque il cuore rivendica del ritmo
ancora sensazioni d’eresia
e si alimenta            e trova le sue vene
si ripresenta            appare ancora tigre
anarchico barlume            anarchico respiro che non tace
anzi trasporta urlando la sua sfida
eterna rumorosa            con finale assoluto

è il carico di vittime che porta bestemmiando

senti, poesia…
dico pesante questo volare alto con le ali impigliate
e senza sosta             nell’incubo presente
su montagne di resti del superfluo
sazietà scarti umani            spazzatura
immondezzai che la storia sistema

a chi scriviamo questa rabbia?
come potremo parlarvi più d’amore
se non sappiamo chiedere neanche
scusa ai bambini

non ho nemmeno un dio che benedica
l’ambizioso suicidio americano
in questa civiltà definitiva
urlante di razza superiore

dedico le radici ai fili d’erba
e il sesso inarrivato ai detenuti
ma in un senso più ampio            di tutte le galere

e intanto scrivo sulle sbarre della gabbia
una speranza            a scoppio ritardato
e se l’anima ha voglia di nominarne i dubbi
se le interessa…            prenda…

31 maggio 2004

Nota:
– in catalano nella raccolta Nit de la poesia 2004 (pagg. 29/118). Tarragona, E.: Arola Editors, 2005.
presente sulle riviste:
– TABARD. Anno I, n.1. gennaio 2006.
– HORTUS MUSICUS. anno VI, N. 23. luglio-settembre 2005.
– on-line su el Ghibli. Tradotta anche in inglese, francese e arabo.
 
E in un sacco di altri posti in rete…
 
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Cos’è un poeta rivoluzionario? Verso la fine degli anni Settanta Oriana Fallaci sosteneva che “il poeta ribelle, l’eroe solitario, è un individuo senza seguaci: non trascina le masse in piazza, non provoca le rivoluzioni. Però le prepara”. E io credo che questa sia una definizione efficace, soprattutto se riferita al tempo storico in cui fu coniata. Ma ha ancora un senso, oggi, parlare di poeti rivoluzionari? Certamente sì, se si attribuisce ancora un minimo di valore alla parola “rivoluzione”. Se invece l’assuefazione ai metodi e ai modelli culturali egemoni è tale da rendere questa parola come uno sbiadito residuo di un’epoca passata di lotte ideologiche, allora non ha più senso affibbiare alla parola “poeta” l’aggettivo “rivoluzionario”. Io credo che la verità stia nel mezzo. La poesia – e più in generale la letteratura – è ancora uno strumento efficace per perseguire le rivoluzioni del pensiero, che in genere precedono le rivoluzioni sociali. Oggi più che mai i poeti hanno a disposizione platee potenzialmente sterminate di lettori, uditori di proporzioni inimmaginabili (pensiamo un momento al numero di lettori e ai mezzi di cui disponevano, per esempio, i poeti vissuti nella prima metà del novecento). La rete è uno strumento magnifico di diffusione e condivisione, è per sua natura conforme alla misura della poesia, si adatta meglio della carta stampata alla produzione di versi. Al contrario della narrativa, genere per il quale l’oggetto libro rimane il dispositivo naturale, la poesia ha trovato nel web la sua nuova casa, la sua rivoluzione inavvertita. Eppure i poeti, specialmente in Italia, continuano ad essere autoreferenziali, si attorcigliano su se stessi, si cercano fra loro e al tempo stesso si contendono spazi sempre più piccoli, invece di aprire la loro sfida al mondo, difendono quel poco di attenzione che è rimasta su di loro. Il poeta rivoluzionario invece osa, nello scrivere non si rivolge ai suoi colleghi – o meglio, non solo – ma al mare ostile di chi per sua natura è poco incline alla poesia. Ecco, io credo che il vero poeta rivoluzionario oggi sia l’“eroe solitario” che usa gli strumenti della modernità per soffiare la poesia nei luoghi senza vento, dove ci sono uomini distratti e assuefatti, dove è radicata la mediocrità.

Jack Hirschman, SAIDICHESTOPARLANDO

 

Quanti figli e figlie
di tutte le centinaia di uomini e donne del Congresso
stanno combattendo in Irak? Due.

Bene, si tratta di un esercito volontario
e gli uomini e le donne del Congresso, malgrado i loro
impegni e i loro investimenti privati,
sono per la maggior parte milionari.
Saidichestoparlando

I loro figli non hanno bisogno
di un lavaggio militare perché sono stati sporcati
da calunnie razziste, crivellati dalla paura della galera,
perseguitati dalla povertà, come il 20 per cento
degli Afro-Americani nelle forze armate
(gli Afro-Americani rappresentano solo
il 12 per cento della popolazione),
o come la forte percentuale di Latini
e bianchi poveri, che prendono ordini,
lavorando in un paese la cui metà della popolazione
sono bambini di 15 anni o più piccoli.
Saidichestoparlando

E io dovrei sentirmi patriottico
ed abbracciare questa spinta verso la minaccia planetaria
dalla parte di quella giunta militare di teste-morte
che quotidianamente fanno galleggiare le sue infamie morali
sui canali della nostra disperazione?
La paura nucleare ha riportato indietro Dio dalla morte,
e le Guerre Sante si guardano l’un l’altra nelle loro bugie,
mentre i bambini qui e i bambini là
sono devastati fino alle radici dei loro ancora possibili
sorrisi innocenti.
Nelle loro piccole teste, nelle loro entrate e letti,
si augurano di potere, si augurano che potranno
seppellirti, tu nullità assassino,
per tutti i bambini che hai ferito,
e getteranno sporcizia felice sul tuo cadavere,
Mr. President. Saidichestoparlando!

Pasolini non è stato ucciso il 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia. Pasolini è stato soppresso. Soppresso da uno stato che non ne ha mai riconosciuto la grandezza primaria, la memoria ridotta a un grezzo monumento di cemento eretto fra fango e acquitrini e il nome legato a un anonimo vicolo romano sulla Trionfale, una strada senza uscita che bisogna cercarla con pazienza e ostinazione. Pasolini in altri luoghi e in altri tempi sarebbe oggi di diritto nel pantheon di quei poeti che costituiscono le fondamenta culturali e sociali di una nazione, lo troveremmo senza alcuna esitazione accanto a nomi come Dante e Ariosto, Leopardi e Pascoli, Ungaretti e Montale. Invece no. Ho sempre pensato che il suo destino fosse una metafora perfetta di come in Italia è stata uccisa la cultura, aggredita da una banda di farabutti, bastonata e calpestata fino a romperle il cuore, poi data in pasto agli sciacalli in cerca di scandali e infine ripudiata e sepolta nel porcile dei nostri anni recenti. La sua presenza nel dibattito culturale italiano (o in quello che ne resta) è diventata via via sempre più superflua e sempre più assordante. Leggere oggi Pasolini fa un effetto strano, le sue parole sembra che spacchino la legna, che scoppino come tavole ardenti, generando subito dopo un senso di rabbia profonda, la stessa rabbia di un contadino che guarda con collera il suo campo inondato dalla povertà dei tempi, asciutto e arroventato dal sole. Allora, per onorare oggi la memoria di Pier Paolo Pasolini, ho scelto gli splendidi versi a lui dedicati da uno dei poeti che mi sono più cari, Jack Hirschman. Per il resto che mi riguarda delego il futuro a quell’epigrafe tratta dal “poeta delle ceneri”: “bisogna resistere nello scandalo e nella rabbia, più che mai”.

Jack Hirschman, L’ARCANO DEI GIORNI DEI MORTI (Poesia per Pasolini)

E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere, ma nel vivere: bisogna resistere nello scandalo e nella rabbia, più che mai. (Pier Paolo Pasolini)

1.
Non ho alcuna speranza alla luce di questo
“intrappolando” nel giorno
in cui morì,
non semplicemente ammazzato, ma – come per tutti quelli
che significano molto più di quello che furono –
come una intera nazione, persino un mondo, –
assassinato, il voto dell’America per rieleggere
una macchina da guerra per continuare a bastonare
e poi passare sopra interi popoli.
E dunque eccolo, uno dei più grandi poeti
italiani, che giace in questa tomba
a Casarsa, una piccola città in Friuli,
da ventinove anni. Sei piccoli allori su
lui e Susanna Colussi, sua madre,
che giace accanto a lui in commovente ironia.
E il suono che fa il dolore quando
cade attraverso se stesso e non tocca
fondo, con la sua tristezza di sangue
e la sua malinconia di mente in un mondo
dislocato, – non nel senso
di non avere uno spinello fra le dita
o seduto in un posto a bere
l’ingiustizia bell’e buona di questi giorni, ma –
volendo dire che una Costituzione comprata e pagata,
con una smorfia e una pistola alla nuca
del mondo, ha fra le altre cose
assassinato di nuovo Pier Paolo Pasolini.

2.
Che serie di Giorni dei Morti a venire!
Persino la sorellina Marilyn, che lui
mise in poesia così magnificamente, è nelle
quinte che rabbrividisce su questo cenotafio che
sto costruendo con piume di pavone azteco
lunghe sei piedi, foto di Marx, Lenin
vicino a una bandiera con falce e martello, Maria
Giuseppe e pure il Bambino Gesù, e Gesù
il Cristo. E ci metto dentro anche Rumi e King,
una montagna di capelli e una piramide
di scarpe. È l’inferno, è l’inferno, è
esattamente l’inferno, è l’inferno che governa il mondo.
Tanti occhi morti, penso che ce ne siano più
che le stelle in cielo, e sono anche qui,
raccolte sulla punta del mio pollice
e indice che tengono questa penna, tutte le stelle
che morirono anni e anni fa. Il mio voto
per corrispondenza è per loro. E Nader l’uno/né l’altro fra
due uomini di guerra. Ha da venì baffone. Ah,
eccoti là! Che sia un gran DeeoDee!
Diodi. O diodi. Ha da venì baffone.
Guarda quello scugnizzo di sei anni, una minuscola
fisarmonica fra le mani, una scatola di cartone
vuota davanti alle sue ginocchia accovacciate,
che canta sulla Farhadija Street alla folla
che passa, e gli unici che si accorgono di lui
sono una guardia della banca che lo fa spostare cinque
metri più in là (e lui ricomincia daccapo),
e un poliziotto che lo sovrasta e lui si alza e
scompare come in un film di Pier Paolo.

3.
Nudo fino alla cintola al sole caldo
su un balcone a Baronissi vicino Salerno, sento
il clop degli zoccoli, poi vedo – affianco alle macchine
che fanno il solito giro intorno alla piazza sottostante –
tredici cavalieri a cavallo, l’ultima è una donna,
qualcuno porta cappelli da cowboy, uno è avvolto
in una bandiera americana, vanno lungo la strada
come una banda di discepoli di Bush. O Giorno dei
Morti domani, quando sarà finita, America,
laggiù, laggiù, dove tutto è aggressione, follia
e abbandono. Che Giorno dei Morti
a venire! Pieno di corpi in tanti angoli roventi
del mondo, pezzi di shahid e le sue (di lui o di lei)
vittime, e le spacconate e le sciocchezze contorte
che cianciano le bocche dei media.
La Costituzione delle armi parla: Vota Guerra!
Vota Bandito per le bande di delinquenti che fanno cagnara
in questo deserto di consumismo. Vota Picchiatore
per continuare a tenere l’assassinio sulle labbra e far fuori quei
pompinari comunisti bastardi. Picchiarli
con mazze 2 x 4, passarci sopra con le loro stesse automobili!
Irrompere nelle case accovacciate, come la pioggia
di proiettili. In mezzo agli occhi. Prima persino che loro…
Ucciderli prima che ci raggiungano… e ci facciano saltare
in aria. Lo Zero dentro lo Zero è completo.
La Sinistra è un incorreggibile gracidio di rana, il guaito di un
cagnolino.
E la Destra è un sole sporco con un grosso occhio nero oleoso.
Ma le ceneri di Pasolini, dalle sue fiamme, lo spirito
in fiamme di Bestemmia sotto terra, le ceneri di Pasolini
si innalzano su ali di fenice di fiamma e urlano:
Bush-shit! Bush-shit! Avanti soldati crasstiani,
che marciano verso la paura. Nel pieno dell’autunno
con i vostri boccali e le bare.
Voi che bombardate e uccidete l’origine stessa dell’umanità,
voi che stracciate verità e stimolate appetiti da avvoltoio
di sangue in questo mondo carogna, ben presto fiuterete
i fiori della Vittoria. La loro fragranza vi incanterà,
irresistibilmente. Con adorazione cadrete in ginocchio per annusarli
e loro vi ringrazieranno esplodendo sulla vostra faccia
morta.

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