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Oggi cadono i cinquant’anni dalla morte di Kerouac. Cosa ha significato per me Kerouac è presto detto. Una volta un amico poeta mi disse che da giovane aveva passato del tempo a New York frequentando i beat: “A casa ho degli autografi di Kerouac”. Feci un respiro grande e gli risposi: “Devi sapere che è come se stessi dicendo a un bambino che possiedi il costume originale di Batman”. Quando nove anni fa nacque mio figlio, decisi di comprare un libro, scrivere qualcosa sul frontespizio, e metterlo da parte per quando sarebbe stato abbastanza grande da leggerlo con cognizione. Il libro doveva rappresentare una sorta di auspicio per la sua vita, doveva raccontare una storia che fosse un autorevole augurio di libertà ed emancipazione. Al libro affidavo il compito di tener viva in lui, sempre e comunque, la curiosità per le cose del mondo. Il libro che scelsi è Sulla strada. Il suo autore, Batman.

Sono un appassionato di opere minori. Non so se sia un bene o un male, è una cosa che va così. Non sono il tipo che va matto per i cosiddetti capolavori. O se li apprezzo, li apprezzo come un atto dovuto, senza troppi salamelecchi, riconoscendone la grandezza punto e basta. In un cosiddetto capolavoro ci trovo sempre un’unità di misura che non mi incanta. Preferisco le vie secondarie, le opere preparatorie – più che Guernica, mi piacciono gli studi per Guernica – o quelle che sono compiute in sé ma che nell’opera omnia d’un artista restano in secondo piano, sullo sfondo, annidate nell’ombra. Di tutti i grandi romanzi scritti da Cormac McCarthy, per esempio, il mio preferito è il piccolo Sunset Limited. Ammiro Simenon, uno che ha scritto una valanga di romanzi minori, tutti di gaudiosa qualità, senza tuttavia aver prodotto un vero e proprio capolavoro. Di Kerouac, che è il mio mito letterario di gioventù, ho amato senza fine Tristessa, uno struggente libriccino che narra dell’amore per una ragazza di Città del Messico distrutta dalla droga e dalla vita miserabile. Di Henry Miller non Tropico del Cancro, ma Primavera nera. E così via. Credo che la grandezza di un artista si intuisca meglio nel piccolo, quando sembra giocare col proprio talento. Avrei voluto incontrare Coppi a passeggio sulla ciclabile una domenica mattina, o osservare Maradona mentre scherza con la palla in allenamento. Avrei voluto vedere Muhammad Ali, appena sveglio, acchiappare al volo una mosca.

Guardo un documentario su Jack Kerouac e la Beat Generation. Tra gli intervistati c’è Gregory Corso. A un certo punto, criticando l’aspirazione di certe star della musica – come Jim Morrison e Bob Dylan – a essere definiti “poeti” anziché semplici cantanti, senza volerlo Corso mi dà una spiegazione lucidissima e folgorante di un fenomeno editoriale che in Italia si è fatto ormai dilagante: quello dei cantanti colti da epifanie letterarie. “In fondo li capisco”, dice. “Un poeta siede accanto ai re e agli imperatori. Un menestrello invece gli sta ai piedi”.

C’è una frase che tormenta Clay, il biondo protagonista di Meno di zero (Einaudi), il romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis (pubblicato per la prima volta nel 1985 negli Stati Uniti). È la frase che compare su un cartellone pubblicitario e che Clay scorge appena arrivato a Los Angeles per le vacanze di Natale di ritorno dal college che frequenta nel New Hampshire: “Sparire qui”. In questa frase si addensa il senso profondo di tutto il romanzo, un’insuperabile contro-epopea americana sulla pulsione di distruzione che strozzò una generazione di giovani ricchi e assenti nella California dorata degli anni Ottanta. Espressione migliore della cosiddetta narrativa minimalista, Meno di zero è l’opera che mise fine al ciclo dei grandi romanzi di protesta generazionale che hanno contrassegnato la letteratura americana del Novecento, da Fitzgerald a Salinger fino a Kerouac. La protesta contro l’establishment benpensante e la rincorsa all’american dream approdano qui sulle coste auree del west, dove ventenni ricchi sfondati soffocati da un’endemica incapacità di provare sentimenti come il piacere, la paura, l’amore, non trovano più niente contro cui combattere. Per questi cavalieri dell’angoscia non c’è altro da fare se non, appunto, sparire, e cercare di farlo il più in fretta possibile, in un posto qualsiasi, in una strada qualsiasi; qui. Un adesso che non è più il carpe diem oraziano, ma un tempo presente dilatato e informe che ha l’aspetto di una voragine che tutto inghiottisce, uomini, storie, senso. Un classico, come si dice, della contemporaneità; un’opera – Meno di zero – da leggere e rileggere.

Mi ha scritto una lettera e poi mi ha mandato il suo libro. È un romanzo, si intitola La stracciata pazzia, ed è pubblicato da una piccola casa editrice di Faenza, Mobydick. Nella lettera mi spiega che il titolo deriva da una pagina di Kerouac, quasi alla fine di Sulla strada, quando Sal e Dean guardano con stupore delle fotografie che ritraggono i loro amici in una giornata serena, lieta, che nulla lascia trapelare della loro vita randagia e polverosa degli ultimi anni, come se si “fossero alzati al mattino per incamminarsi orgogliosi sui marciapiedi della vita, senza mai sognare la stracciata pazzia e la ribellione della nostra vita reale, della nostra notte reale, l’inferno di essa, l’insensata strada piena di incubi”. Lui si chiama Stefano Bernazzani, è nato nel 1970, quindi ha quarantun’anni, ha già due romanzi alle spalle, eppure è ancora qui che si sbatte con un martellante lavoro di autopromozione per aprirsi un varco nella parete granitica della narrativa contemporanea italiana. Così leggo il libro, è la storia di tre amici, appassionati di calcio e di musica, che lavorano in una grande fabbrica in crisi. Si respira l’aria dei romanzi di Paolo Volponi, la crisi della cultura industriale, l’incapacità di una generazione che non riesce a rilanciarsi, che soffoca, e che quando reagisce lo fa tirando in ballo un vitalismo disperato e criminale. Penso che sia un bel romanzo, migliore di nove cose su dieci che arrivano a imporsi in bella vista sugli scaffali delle librerie. Solo che per reperirlo bisogna faticare un po’. Tuttavia, se si vuol essere lettori militanti, tenere fede alla causa della buona letteratura che sfugge al controllo delle gerarchie editoriali mainstream, allora vale la pena di fare un ordine on line, e aspettare magari qualche giorno, prima che arrivi il postino.

“Chi, oltre la Woolf, ha scritto romanzi con gli occhi della morte, con gli occhi di chi sente già conclusa la sua parabola storica, ed è già idealmente uscito dalla vita, e si trova in un suo interregno e può per questo guardare alla vita con l’amore, la soffocata pietà ma anche la distanza, la lucidità tagliente, la disincantata intelligenza di chi alla vita non appartiene più?”. Questa è una domanda che mi è stata posta ieri e che contiene almeno due spunti interessanti. Il primo: davvero riesce a scrivere così, ossia con “soffocata pietà” e “lucidità tagliente”, solamente chi ha estinto l’anima ancor prima del corpo fisico? La seconda: è corretto ridurre la letteratura solamente a questo compito supremo di manifestare la verità profonda del vivere? Ieri sera, prima di cena, rileggevo alcuni passaggi tratti da Angeli di desolazione di Jack Kerouac, un autore che amo visceralmente. C’è una frase, a un certo punto, che pronuncia il Jack Duluoz narrante, l’avvistatore di incendi che in nove settimane di solitudine cerca la verità dell’essere sulla cima della Desolation Peak, e che fa:“Come può qualsiasi cosa finire?”. Ecco, Kerouac non accettò mai che le cose finissero, troppo amore per la vita, troppo struggimento, troppa frenesia. È una vitalità, la sua, tutta americana, che non conosceva e non poteva conoscere, al contrario, un’autrice come la Woolf, perfetto prodotto della civiltà culturale europea. Così come non la poteva conoscere Céline, altro autore che mi viene in mente quando si parla della “disincantata intelligenza di chi alla vita non appartiene più”, uno che scrisse: “La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”. Ecco, io penso che la grande letteratura del mondo abbia più volte toccato quel nocciolo fumante che sta lontano dalle distrazioni che servono all’uomo per vivere. E penso anche che ogni autore, per scrivere anche la più banale delle pagine letterarie, debba in qualche modo prendere distanza dalla vita, non appartenerle più, che sia per un’ora, per un pomeriggio, o che sia per sempre.

Molti anni fa, leggendo il romanzo d’esordio di Jack Kerouac, The town and the city (in italiano tradotto col titolo La città e la metropoli), che attacca con un’apertura che sembra una lenta carrellata americana alla John Ford, La città è Galloway. Il fiume Merrimac, largo e placido, scorre giù dalle colline del New Hampshire, verso Gallaway, per incresparsi alla cascata dove si spezzetta in schiuma contro la roccia…”, incappai in un imprevisto insopportabile e seccante. A tre quarti della storia il racconto si interrompeva di colpo, ma non per volere dell’autore, né perché fossi esausto o annoiato dalla lettura, ma semplicemente perché, a causa di un errore nella stampa del volume, le pagine che seguivano erano tutte implacabilmente bianche. In sostanza era come se il buon vecchio Jack, di punto in bianco, si fosse stufato di raccontarmi la sua storia e avesse deciso all’improvviso di tacere, di spegnere la luce e sussurrarmi “Sogni d’oro, amico mio”. Ero allora molto giovane e senza un soldo in tasca, uno studente affamato di libri ma in perenne crisi d’astinenza, per cui non mi sfiorò neppure l’idea di comprare un’altra copia del libro solo per vedere come diavolo sarebbe andata a finire. Perciò non mi restava che un’unica soluzione: proseguire da me e inventare il resto della storia. Così, sbollita la rabbia e rimboccate le maniche, andai a sedere sul gradino della finestra che dava sul giardino, presi in mano un ramoscello d’albero e tracciando segni nella terra secca di inizio estate provai a consolarmi sviluppando il seguito della trama. Naturalmente non ricordo più cosa riuscii a inventare, ma ricordo perfettamente che, passato un primo momento di frustrazione, trovai il gioco perfino divertente. Da allora mi capita spesso di ripensare ai libri che ho letto tanti anni addietro, e poiché non possiedo una memoria che possa dirsi propriamente prodigiosa, ho come molti l’attitudine a dimenticare trame e personaggi. Ho perciò in mente un intero catalogo di libri con le pagine bianche, in cui il tempo ha cancellato ogni riga, ogni nome, ogni descrizione o dedica o capitolo. Non sarà un caso che una delle prime cose che ho scritto (era più o meno in quegli anni lì) raccontasse di un tale che, per uno strano gioco del caso, inizia a ricevere ogni giorno una busta affrancata che riporta come mittente una certa Penelope e che contiene una lettera invariabilmente bianca, e su queste lettere ben presto cominci a immaginare frasi, e poi una storia, e poi una donna in carne e ossa, e infine un amore. Forse qualcuno riuscirà a spiegarmi un giorno perché, certe volte, cancellare una storia o riscriverla daccapo resti un atto di sopravvivenza non affatto disprezzabile.

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