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Tra il ’90 e il ’94 cercai i libri di John O’Brien, l’autore di Via da Las Vegas, in tutte le librerie di Roma. Nel ’94 smisi di cercarli in coincidenza con la morte di O’Brien (martoriato dall’alcol si sparò, nello stesso anno di Kurt Cobain e due settimane dopo aver venduto a Hollywood i diritti del suo libro). Quelli erano anni in cui coltivavo il senso della sconfitta. La sconfitta mi attraeva e mi allontanava, qualche volta mi rendeva schiavo nel mio modo di essere, come se riuscisse a imprigionarmi ai suoi luoghi peculiari. Tolstoj diceva che “per vivere con onore bisogna struggersi, battersi, sbagliare e ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente”. Così, conosciuta per sentito dire la fama che circondava Via da Las Vegas, il libro in cui si raccontava del breve amore fra la prostituta Sera, e Ben, l’alcolista allo stadio terminale, lo cercai e lo ricercai, ma senza metodo, sperando quasi di non trovarlo, come per timore che tra le sue pagine si nascondesse una specie di vaso di Pandora e che al solo toccarlo potesse volare via tutto quel poco di mondo in equilibrio fragile che mi circondava. E infatti non lo trovai mai. Mi rifiutai persino di guardare il film che ne trassero qualche anno dopo, con Nicolas Cage nella parte di Ben, e che vinse anche il premio Oscar. Mi sono deciso quest’anno, dopo che Minimum Fax l’ha ripubblicato in Italia. Nel Dottor Sax di Kerouac c’è un passaggio che dice: “Lasciatemi sciogliere le ossa in questa pioggia! – per vivere un’esistenza da eremita nell’oscurità della sua notte”. Ecco, dopo la lettura di una cinquantina di pagine del libro di O’Brien mi sento sfiancato sotto le coltri della sua bellezza, e come quell’eremita mi godo la pioggia dei mali che cadono dal cielo di Las Vegas. Forse valeva la pena di aspettare quindici anni.

Diane Di Prima, POESIE PIÙ O MENO D’AMORE

cento larve
hanno insegnato alle mie viscere a torcersi
cento settimane or sono

e adesso tu vieni con bacche
nei capelli
e aspetti il mio
applauso.

Mi domando
perché
abbiamo dormito
insieme

quelle notti
e cosa abbiamo perduto

Nel tempo in cui scoprivo i poeti della beat generation e mi perdevo nelle sere di primavera a correre con la mente dietro le avventure dei vagabondi americani a tempo di be-bop, sapevo che c’era una donna, qui da noi, che quei poeti aveva conosciuto e frequentato. In realtà quella donna aveva fatto di più, aveva tradotto quegli autori leggendari, ne era stata ambasciatrice e complice, e se io in quei giorni azzurri tenevo in mano i libri che parlavano di vagabondi beati alla ricerca della salvezza ascetica, e immaginavo una giovinezza epica sulle coste d’America, io lo dovevo a lei. Il solo pensiero di lei, della sua esistenza in vita, tracciava per me un filo invisibile che mi portava nel vivo di quella stagione irripetibile della letteratura del novecento. Era come se, al solo pronunciarne il nome, immediatamente si mettesse in moto una macchina del tempo che mi scaraventasse dritto nel Village della “trinità beat”, Kerouac – Ginsberg – Borroughs, e dei poeti, cantautori, scrittori, studenti, musicisti e artisti in fuga dalla società conformista, o nella Frisco del santone Henry Miller e della scuola di San Francisco, o nella Detroit dove Jack e Neal Cassady passavano sbronzi durante tutti i loro viaggi guidando una macchina vecchia e piena di giornali, libri e vestiti sporchi. Oggi lei non c’è più, è volata via con quel suo sorriso dolce e gli occhi stipati di vita, e forse senza di lei dovrò proteggermi un po’ di più dal freddo di questo inverno culturale, dovrò incominciare a credere che alla fine di un continente non c’è l’oceano e subito un altro pazzo autobus su cui saltare per tornare di nuovo indietro, dall’altra parte. Con lei svanisce un pezzo dei miei vent’anni, dei viaggi da vagabondo fatti per imitazione dei suoi poeti, delle notti insonni a guardare le stelle di Scozia, delle stazioni e delle maree che ci svegliavano a metà sonno costringendoci a fuggire sotto un ponte o una pensilina. Non l’ho mai conosciuta di persona, avrei avuto voglia di farle troppe domande, di correre con gli occhi dentro le sue belle rughe da ragazzina come se fossero state strade d’America. Arrivederci Nanda, nella prossima vita saremo beati per davvero.

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John Wieners, CAMMINO SOTTO LE STELLE LONTANE

 
 
 
Cammino sotto le stelle lontane
come facevo da piccolo con mio fratello, come facevo
in quelle lunghe, fredde
notti di S. Francisco, che sembravano non avere limiti –
solo viali
di colonne e sempreverdi,
senza muri.
E guardo in alto e vedo gli spazi tra le stelle
penso alle nebbie e alle miglia che le separano,
cosa attraverseremmo per essere insieme:
Così mi ritrovo a Churchill Street
tornando a casa dal negozio
gli occhi rivolti ai densi gruppi
che crepitano nella notte,
 
E sento di nuovo la domanda che dimora
nelle nostre menti
sull’idea che è dietro all’uomo
il suo posto nell’universo
e l’universo,
il suo posto nell’uomo.
 
E resto come quando avevo otto anni
con lo stupore di cos’è a creare tutto,
l’infinità tra ciascuna luce
e l’eternità di una.
E sono muto con la domanda

I poeti della beat generation hanno accompagnato le primavere dei miei vent’anni, quando seduto in giardino, sottovento il profumo delle prime rose di maggio che sbocciavano, mi lasciavo scorrere dentro agli occhi la vita degli hipster, di quegli innocenti e dal cuore aperto che correvano da un bar all’altro, da una città all’altra, da una donna all’altra, alla ricerca della beatitudine perfetta. Immaginavo i loro mondi d’America come deve aver fatto Salgari senza uscire mai di casa con quei luoghi remoti del mondo descritti nei suoi romanzi. E con loro accadeva qualcosa che non ho più provato con altri scrittori o poeti, con loro si annullava la distanza fra autore e lettore, era come se il poeta mi invitasse al bancone del bar e con la scusa di bere mi raccontasse di lui, di sua moglie, del padre mai conosciuto, della prigione, dei campi e delle banchine sui fiumi d’America. E trovavo così assurdo che arrivasse quell’ora della sera, quando il sole si abbassava al tramonto e l’arrivo delle zanzare mi convinceva a deporre nella libreria l’atlante su cui scarabocchiavo le rotte descritte su “On the Road”, trovavo assurdo che Jack Kerouac, o Jack Duluoz, o Ti Jean, non fosse lì ad aspettarmi, oltre lo steccato, con una valigia logora e una croce al collo. Ora so, per esempio, che Gregory Corso sta a Roma, che le sue ceneri sono sepolte nel Cimitero acattolico di Testaccio, vicino alla tomba di Shelley. Sulla lapide è incisa la frase “Lo Spirito / è Vita / Attraversa / la mia morte / all’infinito / come un fiume / che non ha paura / di diventare / mare”. Non ho più vent’anni, non ho più un giardino in cui sbocciano le rose di maggio, e tra me e loro ho messo chilometri di libri e di poeti, ma se salto in macchina posso andare a parlare con l’uomo che scrisse The Bomb in forma di fungo atomico, che alla fine è balzato fuori dal mio atlante come una tigre di Mompracem per venire a riposare qui, per venire a Roma. Buon vecchio amico.

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Gregory Corso, CIAO

È disastroso essere un cervo ferito.
Sono il più ferito, lupi incalzano,
e ho anche i miei difetti.
La mia carne è artigliata dall’Inevitabile Uncino!
Da bambino vedevo molte cose che non volevo essere.
Sono la persona che non volevo essere?
La persona-che-parla-da-sola?
La persona-presa-in-giro-dai-vicini?
Sono colui che, sui gradini di un museo, dorme coricato sul fianco?
Porto l’abito di un fallito?
Sono lo svitato?
Nella grandiosa serenata delle cose
sono il brano più cancellato?

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