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Due sere fa a cena si parlava di scrittori per scrittori e di scrittori per lettori, ossia di autori che nelle loro opere sembrano rivolgersi ad altri scrittori e che all’istinto antepongono la tecnica e il controllo, e di autori dominati invece da una natura generosa e profondamente affabulatoria. Eravamo più o meno d’accordo sull’esistenza delle due categorie (con tutte le sfumature del caso), non eravamo affatto d’accordo sui nomi da ascrivere a ciascuna categoria. Per esempio c’è stata una divergenza sul nome di Calvino che, per quanto mi riguarda, è uno scrittore per scrittori, ma che altri annoveravano nella seconda categoria, mentre eravamo più o meno concordi su Proust, Joyce e Svevo come campioni degli scrittori per scrittori. Allora ho cercato di chiarire meglio il concetto facendo un esempio tratto dalla storia dell’arte, e ho sostenuto che Mondrian è pittore per pittori mentre Van Gogh è pittore per tutti. Ho anche provato a dire che la questione principale non è tanto la ricerca, ossia il peso che un determinato autore attribuisce allo studio e alla sperimentazione, quanto il pubblico dei lettori a cui, consciamente o inconsciamente, si rivolge. A quel punto però è stato necessario chiarire che il pubblico dei lettori non rimane uguale a se stesso, ma muta col passare delle epoche, così la società dei lettori al tempo di Proust non è paragonabile alla società dei lettori americani degli anni Novanta con cui si confrontava David Foster Wallace all’uscita di Infinite Jest, né alla società vittoriana al tempo in cui Dickens faceva uscire Oliver Twist a puntate su Bentley’s Miscellany. La questione dunque va affrontata da una prospettiva simmetrica ma è tuttavia irrisolvibile, e come altre questioni dello stesso genere resta un puro gioco speculativo che riguarda uno dei più interessanti misteri della letteratura: il lettore ideale, la singola persona ipotetica che ciascun autore ha in testa quando vive l’istante più segreto e appartato della sua vita artistica, quando scrive.

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Ho letto che nel maggio del ’22, Joyce e Proust, entrambi reduci da un ricevimento all’Hotel Majestic di Parigi, salirono sullo stesso taxi, si immagina che i due più grandi autori europei del Novecento, capitati sullo stesso sedile della stessa vettura, durante il tragitto abbiano parlato di letteratura o di politica o al più di qualche nuova teoria scientifica e filosofica, e invece no, invece pare che fecero il punto sui rispettivi stati di salute, parlarono di acciacchi e di malattie invalidanti, di asma e di cecità, si sfidarono cioè nella materia che è a fondamento di tutta la letteratura del Novecento: l’ipocondria.

Domenica sera ho visto in Tv un programma in cui un tizio americano con una faccia da tonto e un cappellino da baseball racconta di aver incontrato gli alieni sotto terra durante lavori di trivellazione, di aver sparato a uno di loro e di aver assistito a una battaglia tra alieni e quaranta uomini della Delta Force, anche se non si è capito che ci facessero quaranta uomini della Delta Force in un comune sito di trivellazioni né il motivo per cui un comune operaio trivellatore debba andare a lavoro con una pistola ficcata sotto la cintura dei pantaloni, il tizio mostra una cicatrice sulla panza a riprova del conflitto a fuoco con gli alieni, il programma si conclude con la voce narrante che si domanda in tono sibillino perché Obama non abbia mai fatto menzione di questo e di altri fatti analoghi collegati all’invasione aliena.

 

Il rapporto che ci lega alla parola scritta è molto simile alla relazione che, in quanto uomini, abbiamo con il divino. Questa relazione si fonda su un atto di fede, ossia su una professione di lealtà che facciamo nei confronti di una verità che consideriamo inconfutabile. La parola scritta ha per noi una forza e una solennità che viene meno quando ci troviamo al cospetto della parola orale. La parola scritta certifica le nostre esistenze, i nostri atti di esseri viventi sono registrati attraverso documenti, contratti, certificati, accordi, attestati, sulla parola scritta abbiamo tramandato la storia e fondato le nazioni. Nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America c’è un passaggio meraviglioso che dice:

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

Qui il primato della parola scritta è evidente nell’insistenza con cui i rappresentanti dei 13 stati firmatari sottolineano l’importanza della Felicità tra i diritti inalienabili dell’uomo insieme alla Vita e alla Libertà. Ciò che salta immediatamente all’occhio è però la profonda discrepanza che corre tra la nobiltà degli intenti e la realtà storica e sociale su cui poi è stata effettivamente costruita una nazione come gli Stati Uniti d’America. Come a dire, la parola scritta tende a un principio ideale a cui poi dovrà tentare di uniformarsi quanto più possibile il comportamento degli uomini, ben sapendo che l’uomo, al contrario della parola, è corrotto per natura.

Nonostante ciò, un testo scritto, che sia un’opera letteraria o una carta costituzionale, è pur sempre il prodotto di un pensiero umano, o come ha detto l’antropologo Jack Goody “un addomesticamento del pensiero”. Tutte le maggiori religioni del mondo sono istituite su testi venerati come sacri che, per quanto si possa definirli “parola di Dio”, sono elaborazioni di uomini vissuti in carne e ossa.

Ora, ragionando su queste faccende che attengono alla presunta sacralità della scrittura, mi è capitato di riflettere su questo: certe grandi opere della letteratura universale hanno per la società dei lettori gli stessi attributi dei testi sacri nelle comunità di fedeli. Sono testi idolatrati, ritenuti incontestabili, pietre angolari dell’intelligenza umana e della creazione artistica.

Non che io voglia mettere in discussione l’importanza di Dante o di Kafka. Credo però che l’intangibilità della grande letteratura sia una pericolosa forma di mistificazione che tende a piegare la letteratura ai fini della conservazione del potere.

Mi conforta sapere che come me la pensava un intellettuale fuori dalle orbite disciplinari come Giorgio Manganelli che esprimeva la sua idea di letteratura così:

“La letteratura, ben lungi dall’esprimere la ‘totalità dell’uomo’, non è espressione, ma provocazione; non è quella splendida figura umana che vorrebbero i moralisti della cultura, ma è ambigua, innaturale, un poco mostruosa. Letteratura è un gesto non solo arbitrario, ma anche vizioso: è sempre un gesto di disubbidienza, peggio, un lazzo, una beffa; e insieme un gesto sacro, dunque antistorico, provocatorio”.

Un gesto arbitrario e vizioso, appunto. E quindi, come tutte le cose, opinabile.

A riportare i santi sulla terra ci hanno pensato spesso e volentieri altri santi, in una specie di lotta celeste che ha qualcosa di irresistibilmente comico e salutare. Così Nabokov tentò di demolire Dostoevskij perché lo reputava uno scrittore superficiale, inventore di intrecci perversi e malati. Allo stesso modo Virginia Woolf stroncò Joyce e, venendo a tempi più recenti, Bret Easton Ellis disse di David Foster Wallace: “È uno scrittore sopravvalutato”. Esempi fra i tanti che si possono fare di quell’esercizio che va sotto il nome di “dissacrare i mostri sacri”. Un esercizio di relativismo che non mina le basi culturali di una civiltà, ma anzi – credo – le rinforzi.

 

Forse un giorno qualcuno dovrà scrivere qualcosa che assomigli a una critica ragionata delle frasi minori dei romanzi. Intendo dire frasi di raccordo, rappresentazioni secondarie, descrizioni di scenari quasi del tutto insignificanti, di cui in sostanza il romanzo potrebbe anche fare a meno, ma che a volte colpiscono l’immaginazione di un lettore come una rivelazione. Senza scomodare Joyce e le sue epifanie, momenti “in cui la realtà delle cose ci soggioga come una rivelazione”, ciò di cui parlo è qualcosa che accade non tanto all’interno del romanzo, quanto nel cosmo immaginativo del lettore. Mi è capitato stamattina, mentre leggevo una pagina de Il clan dei Mahé di Simenon, di imbattermi in una frase del tutto marginale, la descrizione dell’inizio di un temporale estivo sull’isola di Porquerolles, in cui è ambientata la storia:

“In quel preciso istante scoppiò il temporale: grosse gocce di pioggia finalmente caddero crepitando sul fitto fogliame e penetrarono mollemente nella superficie della polvere bianchiccia che ricopriva la strada lasciandovi dei fori”.

Ho la netta sensazione che fra qualche mese, quando avrò dimenticato particolari anche rilevanti del romanzo di Simenon (per quanto al momento la reputi una lettura magnifica), questa frase sarà ancora ben presente in me, si sarà incuneata nel fondo della mia coscienza lasciando tracce percettibili, proprio come quei fori lasciati sulla polvere dalle grosse gocce di pioggia di quel temporale estivo. Quel che resta nella mente di un lettore dopo aver letto un romanzo, anche quando scompare dalla memoria ogni traccia dei protagonisti o della vicenda, è spesso una sensazione ricavata da frasi come questa, frasi evidentemente di una potenza descrittiva fuori dal comune, capaci di imprimersi nel ricordo come un odore. A proposito di odori, Proust – uno che di queste cose se ne intendeva – in un famoso passaggio della Recherche ha scritto:

“Quando d’un passato antico niente sussiste, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore restano ancora per lungo tempo, come anime, a ricordare, a attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile l’immenso edificio del ricordo”.

Ecco, io penso di avere dentro di me uno sterminato paesaggio di rovine in cui i libri che ho letto, spesso, sopravvivono nei ruderi di una frase minore, cippi di colonne isolate che si ergono nelle macerie di tutto il resto. Tutta la letteratura che in una vita siamo capaci di ingurgitare, insomma, presto o tardi si riduce a questo.


Unione Sarda, 20 gennaio 2011
– Lo scorso agosto la rivista Time gli ha dedicato la copertina. Il titolo era: “Great American Novelist”. Lui vi appariva in camicia grigia, lo sguardo diagonale contornato dai famosi occhiali con la montatura nera, occhiali che qualche mese fa, a Londra, uno sconosciuto ha tentato di rubargli durante una presentazione, chiedendogli poi in riscatto la bellezza di centomila dollari. Tanto per chiarire subito di quale culto pagano sia oggetto il nostro uomo. Stiamo parlando di Jonathan Franzen, 51 anni, di professione scrittore. Va detto che in passato, prima di Franzen, il famoso news magazine americano aveva riservato il privilegio di incorniciare nella sua celebre copertina rossa solamente i ritratti di autori del calibro di Joyce, Nabokov, Updike, Salinger e Toni Morrison. E questo, già di per sé, la dice lunga sulla reputazione di cui gode in patria l’autore de “Le correzioni” (libro vincitore del National Book Award e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2002). E pensare che solo fino a una quindicina d’anni fa, in un saggio apparso su Harper’s , uno sferzante Franzen scriveva: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli». Ma col tempo, si sa, anche le opinioni cambiano. E così ecco il titolo di “Great American Novelist” che Franzen si è guadagnato non solo con un lavoro decennale teso a scandagliare le avidità, i vizi e i grandi drammi morali dell’America, ma soprattutto con l’ultima, imponente, fatica letteraria. Quel “Freedom” (Libertà), uscito negli Stati Uniti nell’estate del 2010 per l’editrice Farrar, Straus and Giroux, che ha prima conquistato il presidente Obama – il quale, dopo aver ricevuto il romanzo in anteprima, l’ha scelto come lettura per le vacanze a Martha’s Vineyard – e poi il plauso, pressoché unanime, della critica che sulle due sponde dell’Atlantico ha salutato l’opera definendola, senza timore di esagerazioni, «il nuovo grande romanzo americano» e il suo autore il «Tolstoj del nuovo millennio». Freedom è un ambizioso ritratto della middle class americana, è ancora la storia di una famiglia di provincia, come i Lambert de “Le correzioni”. La famiglia è quella dei Berglund, Patty e Walter (questi i nomi dei due protagonisti), una coppia di depressi che vive a St. Paul, Minnesota. I Berglund sono avanguardisti della Whole Food Generation, la generazione del cibo sano, hanno una casa vittoriana e due figli, Jessica e Joey, cresciuti secondo principi moderni, liberali ed ecologisti. Questa però è solo la superficie delle cose. Dietro l’apparenza c’è una storia fatta di tradimenti, di comportamenti moralmente discutibili, di rapporti bellicosi coi vicini e vecchi triangoli amorosi, un alveo tellurico insomma che costituisce la materia autentica e torrenziale del romanzo. Sullo sfondo c’è l’America di George W. Bush, la guerra in Afghanistan, la devastazione del Paese perpetrata dagli uomini del presidente, e quella parola, “libertà”, abusata e svuotata del suo significato autentico e reale. «Ho scritto il romanzo quando Bush si era appropriato di questo termine, cercando di spiegare al mondo cosa fosse», ha dichiarato lo stesso Franzen. «Tendo a mia volta a non parlarne troppo, per preservarla da altre possibili interpretazioni fuorvianti». “Freedom” farà la sua comparsa sugli scaffali delle librerie italiane entro il prossimo febbraio. Sarà pubblicato da Einaudi (come le opere precedenti) con la traduzione di Silvia Pareschi. Il titolo italiano inevitabilmente sarà “Libertà”.

ANDREA POMELLA

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