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Leggo Gli innamoramenti di Marías (ne ho letto un centinaio di pagine, ma per carità non fate l’errore di riferire il titolo di questo post all’opera del buon Marías perché sareste drammaticamente fuori strada). Sulla quarta di copertina c’è scritto questo: «Un romanzo che incanta e ipnotizza il lettore». Non si sa chi abbia pronunciato un simile giudizio, si sa solo che è apparso sulle pagine del Süddeutsche Zeitung, che è un quotidiano tedesco. Un autore della statura di Javier Marías immagino che riceva recensioni dei suoi libri dai giornali di tutto il mondo, valutazioni più o meno positive, più o meno appassionate. Einaudi tuttavia, che pubblica il romanzo in Italia, ha scelto Read More

Da un po’ di giorni non faccio altro che leggere articoli sul cosiddetto “ritorno alla realtà” della narrativa italiana contemporanea. La definizione – che è presa in prestito da un saggio di Romano Luperini di qualche anno fa – è poco più che un aggiornamento del termine “neorealismo” con cui puntualmente, da qualche decennio a questa parte, si ricorre per definire una circostanza sensibile, una temperie, che dovrebbe accomunare in qualche modo i maggiori, o presunti tali, autori italiani. Così si mettono in fila un po’ di nomi forti (forti in termini di mercato) e ci si edifica sopra una bella teoria sull’Italia contemporanea, mescolando sapientemente autori di reportage giornalistici, giallisti dediti all’uso del dialetto e misteriosi gruppi di scrittori mascherati che di tanto in tanto si dilettano a fare il punto sulla questione delle patrie lettere. Questo per ricordare a tutti che viviamo in un’epoca buona per essere raccontata. Dovrebbe essere, questo ennesimo “ritorno alla realtà”, un’operazione di rottura, una messa in crisi di un sistema, una risposta politica a un’epoca storica lobotomizzata. Così almeno si sforzano di dipingerla. In realtà è l’ennesimo baraccone messo in piedi dagli stessi nomi che alimentano lo stesso circuito da almeno quindici anni a questa parte, nomi che convivono con estremo agio con un potere politico che osteggiano solo superficialmente, ma senza il quale non potrebbero essi stessi sopravvivere. Le dotte tirate dei critici che tentano di legittimare quello che è in realtà il più scandaloso baratro culturale degli ultimi secoli di storia della letteratura italiana non è altro che pasturazione di superficie che serve a far affiorare banchi di piccoli lettori da pescare all’amo. Non solo. Il sistema che è stato edificato per la promozione della letteratura in Italia è di tipo protezionistico. Nei festival, sui giornali, nei programmi radiofonici e televisivi dedicati all’argomento, si tende a dare risalto quasi assoluto agli autori italiani del momento, fingendo che i rapporti di forza con letterature del mondo oggettivamente più in salute della nostra siano egualitari. Questo ha finito per condizionare anche il dibattito a largo spettro che alimenta la galassia del web. Ne risulta una distorsione generale delle categorie di forza e una rimozione forzata e collettiva di una crisi culturale – come ho già detto e come ribadisco – tra le più gravi di sempre. In Italia, questo è vero, i buoni scrittori ci sono, ma sono confinati ai margini del sistema dominante, com’è vero – e se ne facciano una ragione – che non ci sono i Marías, i Roth, gli Oz, i Pamuk, i Vargas Llosa, i Kundera e via dicendo. Qualche serio addetto ai lavori (come Wlodek Goldkorn, per fare un esempio) ogni tanto tenta di ricordarcelo. E questo, forse, è l’unico ritorno alla realtà possibile.

Nell’appendice all’edizione italiana Einaudi di Un cuore così bianco di Javier Marìas c’è una breve riflessione dell’autore sul valore della traduzione e un passaggio molto interessante sul senso del fare letteratura oggi. “Gli innumerevoli tuttologi del nostro tempo esclamano da sempre: Il romanzo è morto. La letteratura è morta” si legge tra le altre cose. Secondo qualcuno si tratta di un affondo polemico rivolto a Milan Kundera (citato tra l’altro, con poca benevolenza, in un passaggio del racconto) il quale a sua volta aveva riconosciuto la morte del romanzo. La questione se ci sia ancora qualcosa di nuovo da inventare, se i maestri del passato abbiano o meno detto tutto ciò che si poteva dire esprimendolo in forma di romanzo, è cosa arcinota. È in altro modo un’istigazione al nulla. Lo stesso Marìas affrontò la questione in un’intervista rilasciata alla fine degli anni Ottanta. “Non m’importa molto la novità, neppure l’originalità” disse. “Quest’idea del nuovo, che i libri dicano qualcosa di nuovo, che mostrino qualcosa di nuovo. Credo che si tratti di un’ossessione di questo secolo, l’ossessione dell’originalità, di fare sperimentalismi ad ogni costo”. Sulla morte presunta del romanzo dirò, con una banalità, che non penso che un cuore pulsante possa dirsi morto. Il romanzo è una forma artistica che gode di ottima salute, è ancor oggi il mezzo più raffinato per raccontare una storia, per edificare un universo dal niente, per dare vita e anima a esseri inorganici. Il romanzo è la metafora più affascinante della creazione dell’uomo, e l’inventore di storie è colui che mette ordine nel caos. Al di là delle sottili schermaglie fra grandi maestri perciò credo che l’ultima parola sia sempre del lettore. Finché esisterà un solo lettore sulla faccia della Terra che godrà di una pagina di letteratura, che col solo gesto di scorrere gli occhi lungo un tracciato di frasi ordinate di senso darà vita a un mondo d’immaginazione, finché ci sarà questo individuo solitario, introverso, separato dagli altri uomini e dalle mode, assetato di menzogne, il romanzo potrà considerarsi vivo.

Ogni tanto si legge di qualche  classifica che mette in fila gli incipit letterari più belli di tutti i tempi. In genere al primo posto compare sempre il leggendario “Chiamatemi Ismaele” che apre il Moby Dick di Melville, poi segue ineluttabile il colonnello Buendìa di García Márquez che davanti al plotone di esecuzione si rammenta della scoperta del ghiaccio, e poi, ancora, Proust e il suo imperituro “Longtemps” che dà avvio alla Recherche. E così via, l’elenco potrebbe essere infinito. Quello degli incipit è un gioco personale e avvincente in cui tutti gli appassionati di letteratura cadono presto o tardi. Per quanto mi riguarda sono tre gli attacchi che, più di tutti, negli ultimi anni hanno folgorato il mio cuore di lettore. Al primo posto metterei senza dubbio l’incipit di Beloved di Toni Morrison: “Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini”. Poi l’invito angoscioso e quasi di scherno di Jonathan Littell ne Le Benevole: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata”. E infine Javier Marías che in Un cuore così bianco mette in scena un formidabile “Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più una bambina ed era da poco tornata dal suo viaggio di nozze, entrò nel bagno, si mise davanti allo specchio, si aprì la camicetta, si tolse il reggiseno e si cercò il cuore con la bocca della pistola del padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti”. Ne ho citati appena tre. In realtà ho un intero universo di incipit letterari che mi ronza nella testa, come un’uccelliera piena di piume in sospensione di cui ricordo perfettamente per ciascuna l’uccello del paradiso a cui apparteneva. Si dice che un buon incipit debba racchiudere in poche parole l’intero romanzo, debba essere in breve un distillato della storia, conservarne l’aroma ed avere almeno una parola tra silenzio e colpa che scagioni l’autore dall’accusa di invadenza e convinca il lettore a imbarcarsi nel viaggio che lo attende. Secondo me la domanda che si cela dietro un incipit è sempre: Si può riconoscere, assaggiando un chicco di grano, il sapore del pane che verrà?

Mohammed Bennis, LUOGO

Come macchia viene la scrittura
dall’ala della morte
dal fondo
dello smarrimento
da un vuoto padrone
che estasia luce sulle proprie estensioni
dalle mie antitetiche stirpi
oggi tra noi richiami di tatuaggi
e cieli bassi

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