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Io, se fossi un lettore che legge un mio libro, resterei molto deluso da me stesso, perché non sono una persona interessante, e di certo quando si legge un libro ci si aspetta – chissà perché – che chi l’ha scritto sia una persona più interessante della media delle persone, mentre in realtà è l’esatto contrario, ossia sono gli altri a essere interessanti, perché se così non fosse gli scrittori non cercherebbero ispirazione negli altri, voglio dire, nei non scrittori e più in generale nei lettori, perciò è così che dovrebbero andare le cose, dovrebbero essere gli scrittori a rincorrere i lettori, a essere curiosi di loro, a voler scoprire come sono nella vita di tutti i giorni, a desiderare – per dirla al contrario di quella cosa famosa di Salinger – che il lettore sia un “amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”.

C’è una frase che tormenta Clay, il biondo protagonista di Meno di zero (Einaudi), il romanzo d’esordio di Bret Easton Ellis (pubblicato per la prima volta nel 1985 negli Stati Uniti). È la frase che compare su un cartellone pubblicitario e che Clay scorge appena arrivato a Los Angeles per le vacanze di Natale di ritorno dal college che frequenta nel New Hampshire: “Sparire qui”. In questa frase si addensa il senso profondo di tutto il romanzo, un’insuperabile contro-epopea americana sulla pulsione di distruzione che strozzò una generazione di giovani ricchi e assenti nella California dorata degli anni Ottanta. Espressione migliore della cosiddetta narrativa minimalista, Meno di zero è l’opera che mise fine al ciclo dei grandi romanzi di protesta generazionale che hanno contrassegnato la letteratura americana del Novecento, da Fitzgerald a Salinger fino a Kerouac. La protesta contro l’establishment benpensante e la rincorsa all’american dream approdano qui sulle coste auree del west, dove ventenni ricchi sfondati soffocati da un’endemica incapacità di provare sentimenti come il piacere, la paura, l’amore, non trovano più niente contro cui combattere. Per questi cavalieri dell’angoscia non c’è altro da fare se non, appunto, sparire, e cercare di farlo il più in fretta possibile, in un posto qualsiasi, in una strada qualsiasi; qui. Un adesso che non è più il carpe diem oraziano, ma un tempo presente dilatato e informe che ha l’aspetto di una voragine che tutto inghiottisce, uomini, storie, senso. Un classico, come si dice, della contemporaneità; un’opera – Meno di zero – da leggere e rileggere.


Unione Sarda, 20 gennaio 2011
– Lo scorso agosto la rivista Time gli ha dedicato la copertina. Il titolo era: “Great American Novelist”. Lui vi appariva in camicia grigia, lo sguardo diagonale contornato dai famosi occhiali con la montatura nera, occhiali che qualche mese fa, a Londra, uno sconosciuto ha tentato di rubargli durante una presentazione, chiedendogli poi in riscatto la bellezza di centomila dollari. Tanto per chiarire subito di quale culto pagano sia oggetto il nostro uomo. Stiamo parlando di Jonathan Franzen, 51 anni, di professione scrittore. Va detto che in passato, prima di Franzen, il famoso news magazine americano aveva riservato il privilegio di incorniciare nella sua celebre copertina rossa solamente i ritratti di autori del calibro di Joyce, Nabokov, Updike, Salinger e Toni Morrison. E questo, già di per sé, la dice lunga sulla reputazione di cui gode in patria l’autore de “Le correzioni” (libro vincitore del National Book Award e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2002). E pensare che solo fino a una quindicina d’anni fa, in un saggio apparso su Harper’s , uno sferzante Franzen scriveva: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli». Ma col tempo, si sa, anche le opinioni cambiano. E così ecco il titolo di “Great American Novelist” che Franzen si è guadagnato non solo con un lavoro decennale teso a scandagliare le avidità, i vizi e i grandi drammi morali dell’America, ma soprattutto con l’ultima, imponente, fatica letteraria. Quel “Freedom” (Libertà), uscito negli Stati Uniti nell’estate del 2010 per l’editrice Farrar, Straus and Giroux, che ha prima conquistato il presidente Obama – il quale, dopo aver ricevuto il romanzo in anteprima, l’ha scelto come lettura per le vacanze a Martha’s Vineyard – e poi il plauso, pressoché unanime, della critica che sulle due sponde dell’Atlantico ha salutato l’opera definendola, senza timore di esagerazioni, «il nuovo grande romanzo americano» e il suo autore il «Tolstoj del nuovo millennio». Freedom è un ambizioso ritratto della middle class americana, è ancora la storia di una famiglia di provincia, come i Lambert de “Le correzioni”. La famiglia è quella dei Berglund, Patty e Walter (questi i nomi dei due protagonisti), una coppia di depressi che vive a St. Paul, Minnesota. I Berglund sono avanguardisti della Whole Food Generation, la generazione del cibo sano, hanno una casa vittoriana e due figli, Jessica e Joey, cresciuti secondo principi moderni, liberali ed ecologisti. Questa però è solo la superficie delle cose. Dietro l’apparenza c’è una storia fatta di tradimenti, di comportamenti moralmente discutibili, di rapporti bellicosi coi vicini e vecchi triangoli amorosi, un alveo tellurico insomma che costituisce la materia autentica e torrenziale del romanzo. Sullo sfondo c’è l’America di George W. Bush, la guerra in Afghanistan, la devastazione del Paese perpetrata dagli uomini del presidente, e quella parola, “libertà”, abusata e svuotata del suo significato autentico e reale. «Ho scritto il romanzo quando Bush si era appropriato di questo termine, cercando di spiegare al mondo cosa fosse», ha dichiarato lo stesso Franzen. «Tendo a mia volta a non parlarne troppo, per preservarla da altre possibili interpretazioni fuorvianti». “Freedom” farà la sua comparsa sugli scaffali delle librerie italiane entro il prossimo febbraio. Sarà pubblicato da Einaudi (come le opere precedenti) con la traduzione di Silvia Pareschi. Il titolo italiano inevitabilmente sarà “Libertà”.

ANDREA POMELLA

In America a un certo punto gli scrittori scompaiono. Non dico muoiono, o meglio non solo. In America c’è un momento in cui gli scrittori escono dal loro corpo e si danno alla fuga in una penombra che quando si è fortunati diventa mito. L’esercizio della fuga ha molte varianti, la lezione di Jerome David Salinger sull’arte della fuga è forse la più famosa e illuminante. Cosa ha fatto per mezzo secolo questo signore dalla natura schiva e riservata, figlio di un ebreo di origini polacche, inviato con le truppe da sbarco americane a Utah Beach nel D-Day, e assurto agli onori delle cronache letterarie nel 1951 con la storia di un certo Holden Caulfield? Dov’era e cosa faceva J. D. durante la crisi dei missili di Cuba e quando Kennedy veniva assassinato a Dallas? Come occupava le sue giornate nel rifugio di Cornish nel New Hampshire mentre dilagava negli Stati Uniti il movimento per i diritti civili, e quando si andava a fare la guerra al Vietnam e l’Apollo 11 accompagnava Armstrong, Collins e Aldrin sul suolo lunare? E cosa avrà pensato della fine ignominiosa di un presidente come Nixon e di quel neonazista, John Hinckley Jr., che il 30 marzo dell’81 a Washington D.C. sparò a Reagan perforandogli un polmone con la speranza di attrarre su di sé l’attenzione di Jodie Foster? E quali erano i suoi progetti per il futuro mentre i giovani americani andavano a intossicarsi ai fumi sprigionati dai pozzi petroliferi del Kuwait? E quando cadevano le torri di New York e veniva eletto il primo presidente nero della storia americana? Dov’era J. D. Salinger? Forse mangiava un frutto di fronte al fiume calmo e liscio, o forse tinteggiava uno steccato con sua figlia Margaret, o forse, ridotto a una solitudine senza fine, passeggiava al centro delle sue notti insonni riflettendo sui piccoli eccessi quotidiani del tempo che gli era toccato di vivere. Chissà invece che non abbia scritto per tutto il tempo, occupando con meticolosa coscienza scaffali segreti e riempiendoli di racconti e notizie su colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale. In una frase del Giovane Holden c’era già forse il suo congedo dal mondo: “Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio”.

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