archivio

Archivi tag: jonathan franzen

Ho l’impressione che di tutte le liste in circolazione per scrivere bene non ce ne sia una valida in senso assoluto, ovvero ho l’impressione che le liste in circolazione in realtà si contraddicano l’una con l’altra, che laddove un autore dica la sua su un certo aspetto dello scrivere bene, ritenendo che quel certo aspetto sia imprescindibile per una buona riuscita del testo letterario (per esempio Franzen dice che il lettore non è un avversario o uno spettatore, ma un amico), ci sia un altro autore pronto a contraddirlo, sostenendo il contrario con altrettanta enfasi e portando a favore della sua tesi delle prove inoppugnabili, ci sono poi gli autori che non si azzardano a stendere alcuna lista per scrivere bene e che però le contraddicono tutte con le loro opere (per esempio quando leggo Céline non ho la sensazione che Céline mi consideri un amico); in genere in questo elenco ci sono gli autori che preferisco.

 

Un amico, di cui apprezzo moltissimo il lavoro di scrittore e editor, dopo aver terminato la lettura de La misura del danno mi ha scritto una lettera. Tra le varie critiche che fa al romanzo, tutte molto ben argomentate e secondo me in linea di massima condivisibili, ce n’è una che non mi ha convinto e che riguarda l’uso della terza persona, in particolare del vecchio, bistrattato, manzoniano narratore onnisciente. Secondo il mio amico quella che ho usato nel romanzo è una “prima persona mascherata”. Non lo ha detto esplicitamente, ma ho dedotto che intendesse una cosa ben precisa; e cioè che se avessi scelto di raccontare la storia con la viva voce del protagonista forse avrei centrato meglio la prospettiva. È un’osservazione che mi aspettavo fin dal primo momento in cui ho iniziato a scrivere questo romanzo. In effetti l’uso della prima persona è molto diffuso nella narrativa contemporanea. È una soluzione che ha dei sicuri vantaggi, questioni risapute fra tutti coloro che si confrontano con la scrittura d’invenzione. Il primo e più evidente è che questa tecnica permette un’immediata partecipazione da parte del lettore con gli eventi narrati. Consente inoltre un’aderenza che vorrei definire “psicologica” con il personaggio narrante, il lettore cioè si cala nel ruolo fino a sentirsi stimolato nelle sue più piccole sinuosità interiori. Gli svantaggi invece riguardano innanzitutto la difficoltà di tratteggiare con oggettività ed equilibrio tutti gli altri personaggi che compongono la storia. Ma la difficoltà maggiore che si presenta allo scrittore nel momento in cui decide di raccontare una storia in prima persona attiene al linguaggio e alla personalità dell’io narrante. Tra i consigli di scrittura di Jonathan Franzen c’è questo: “Scrivi in terza persona a meno che non salti fuori una prima persona veramente particolare”. Non ho mai amato i consigli di scrittura, tuttavia su questo punto mi trovo d’accordo con Franzen. Ha senso, secondo me, usare la prima persona solo se il personaggio che parla ha una voce speciale, inconsueta, poderosa, solo cioè se a farne a meno significherebbe tagliare via un pezzo di vita a quel personaggio. C’è inoltre un punto sul quale in pochi, tra coloro che si occupano di letteratura, saranno disposti a convenire: e cioè che per scrivere in prima persona, a meno che non si tratti un’opera autobiografica, bisogna essere dei veri fuoriclasse.

Jonathan Franzen parla a un pubblico di italiani mediamente irrispettosi, grettamente maleducati, e marcatamente fasulli nella loro pretesa di rappresentare il ceto cerebrale della nazione. Dalla platea dell’auditorium un minuto prima si sono levate grida di insulti rivolte ad Alessandro Piperno. Lo scrittore romano, stasera nelle vesti dell’intervistatore, è stato colpevole di essersi dilungato nella formulazione della prima domanda all’ospite d’onore della serata. Una delle prime leggi dello spettacolo dice che il pubblico ha sempre ragione e non si deve mai annoiare. Il fatto è che non mi trovo a mio agio sotto il dominio delle leggi dello spettacolo. E nemmeno il buon Piperno, a giudicare dall’espressione sconcertata che fa. Io sono in piedi in fondo alla sala, accanto agli operatori delle Tv, sono un’ombra che guarda e pensa. Freedom, l’ultimo lavoro di Franzen, l’ho lasciato sul comodino. È una lettura che trovo esaltante, una di quelle in cui impari a conoscere intimamente i personaggi al punto da diventarne amico per la pelle. Ma stasera mi guardo intorno e vedo lo stesso libro che passa attraverso molte mani, quel volume con la copertina enigmatica che raffigura la testa di un uccello in primo piano e un lago scintillante circondato da conifere sullo sfondo. Improvvisamente avverto una strana sensazione, è come se mi sentissi defraudato di qualcosa di molto intimo, è come se mi rendessi conto solo adesso che quella storia in cui mi sento immerso fino alla cima dei capelli appartiene in realtà a milioni di lettori in tutto il mondo. Insomma, quei personaggi così vividi nella mia immaginazione non mi hanno concesso in via esclusiva la loro amicizia. Lo hanno fatto con tanta di quella gente da farmi sentire come l’amante più tradito della storia. E questo semplice fatto evoca in me una terribile minaccia alla quale cerco di non pensare. Mi concentro allora sulla figura dell’autore, un autentico istrione americano capace di strizzare continuamente l’occhio al pubblico, di farselo amico, anche assumendosi il rischio di prendersi gioco di problemi più vasti dell’occidente, come la recente risoluzione ONU sull’intervento militare in Libia. Alla fine della serata mi rendo conto che uno come Franzen è molto meglio leggerlo che ascoltarlo durante un incontro pubblico. Allora esco dalla sala e mi lascio inghiottire da questa prima notte di primavera che ricopre Roma. Rientro a casa, impugno la mia copia di Freedom e torno a sprofondare nella storia dei Berglund. Che non è solo mia. Non può essere solo mia. Stasera ho fatto una scoperta. Il lettore è l’essere al mondo più autoritario e repressivo, il più egoista, egocentrico e accentratore.


Unione Sarda, 20 gennaio 2011
– Lo scorso agosto la rivista Time gli ha dedicato la copertina. Il titolo era: “Great American Novelist”. Lui vi appariva in camicia grigia, lo sguardo diagonale contornato dai famosi occhiali con la montatura nera, occhiali che qualche mese fa, a Londra, uno sconosciuto ha tentato di rubargli durante una presentazione, chiedendogli poi in riscatto la bellezza di centomila dollari. Tanto per chiarire subito di quale culto pagano sia oggetto il nostro uomo. Stiamo parlando di Jonathan Franzen, 51 anni, di professione scrittore. Va detto che in passato, prima di Franzen, il famoso news magazine americano aveva riservato il privilegio di incorniciare nella sua celebre copertina rossa solamente i ritratti di autori del calibro di Joyce, Nabokov, Updike, Salinger e Toni Morrison. E questo, già di per sé, la dice lunga sulla reputazione di cui gode in patria l’autore de “Le correzioni” (libro vincitore del National Book Award e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2002). E pensare che solo fino a una quindicina d’anni fa, in un saggio apparso su Harper’s , uno sferzante Franzen scriveva: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli». Ma col tempo, si sa, anche le opinioni cambiano. E così ecco il titolo di “Great American Novelist” che Franzen si è guadagnato non solo con un lavoro decennale teso a scandagliare le avidità, i vizi e i grandi drammi morali dell’America, ma soprattutto con l’ultima, imponente, fatica letteraria. Quel “Freedom” (Libertà), uscito negli Stati Uniti nell’estate del 2010 per l’editrice Farrar, Straus and Giroux, che ha prima conquistato il presidente Obama – il quale, dopo aver ricevuto il romanzo in anteprima, l’ha scelto come lettura per le vacanze a Martha’s Vineyard – e poi il plauso, pressoché unanime, della critica che sulle due sponde dell’Atlantico ha salutato l’opera definendola, senza timore di esagerazioni, «il nuovo grande romanzo americano» e il suo autore il «Tolstoj del nuovo millennio». Freedom è un ambizioso ritratto della middle class americana, è ancora la storia di una famiglia di provincia, come i Lambert de “Le correzioni”. La famiglia è quella dei Berglund, Patty e Walter (questi i nomi dei due protagonisti), una coppia di depressi che vive a St. Paul, Minnesota. I Berglund sono avanguardisti della Whole Food Generation, la generazione del cibo sano, hanno una casa vittoriana e due figli, Jessica e Joey, cresciuti secondo principi moderni, liberali ed ecologisti. Questa però è solo la superficie delle cose. Dietro l’apparenza c’è una storia fatta di tradimenti, di comportamenti moralmente discutibili, di rapporti bellicosi coi vicini e vecchi triangoli amorosi, un alveo tellurico insomma che costituisce la materia autentica e torrenziale del romanzo. Sullo sfondo c’è l’America di George W. Bush, la guerra in Afghanistan, la devastazione del Paese perpetrata dagli uomini del presidente, e quella parola, “libertà”, abusata e svuotata del suo significato autentico e reale. «Ho scritto il romanzo quando Bush si era appropriato di questo termine, cercando di spiegare al mondo cosa fosse», ha dichiarato lo stesso Franzen. «Tendo a mia volta a non parlarne troppo, per preservarla da altre possibili interpretazioni fuorvianti». “Freedom” farà la sua comparsa sugli scaffali delle librerie italiane entro il prossimo febbraio. Sarà pubblicato da Einaudi (come le opere precedenti) con la traduzione di Silvia Pareschi. Il titolo italiano inevitabilmente sarà “Libertà”.

ANDREA POMELLA

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: