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Io che Le benevole l’ho giudicato un grande romanzo, il più importante romanzo del primo decennio del secolo, nonostante il mio parere non coincidesse con la maggioranza dei lettori e dei critici le cui stroncature più lusinghiere utilizzavano per definirlo la formula di “patetico bluff”, io che la penso in questo modo qui non posso perdermi il nuovo Cecenia, anno III, appena uscito per Einaudi, che è un reportage dei giorni trascorsi da Jonathan Littell tra il Caucaso e Mosca nella speranza di tracciare un quadro obiettivo della Cecenia di Ramzan Kadyrov. Non me lo posso perdere perché, nonostante alcune discutibili uscite di questo controverso autore dei giorni nostri – tra cui la sconfessione pubblica della propria identità ebraica e i paragoni tra le SS e i soldati di Tzahal in Cisgiordania – il melvilliano Littell possiede secondo me un talento ardimentoso, quello che spinge un autore naturalmente dotato a non porsi limiti, a immaginare la propria opera come una montagna le cui vette restano perennemente avvolte dalle nubi. Non è particolare di poco conto. In effetti non amo quegli autori che giocano partite scontate, peggio ancora che giocano sempre la stessa partita, non amo quegli autori che imbottiscono il loro letto di scrittura di pochi fidati capostipiti e dei giudizi collaudati del pubblico, non amo gli autori inconsapevoli del proprio talento che si lasciano ammansire da un’epoca e da un contesto culturale dominato dai mediocri. Amo invece quegli autori che sanno azzardare, che mirano alle stelle, che non temono di confrontarsi coi giganti, che mettono la testa del lettore sotto una ghigliottina e poi gli porgono la leva per il rilascio della lama. E Littell è uno così. Che piaccia o no.

Ogni tanto si legge di qualche  classifica che mette in fila gli incipit letterari più belli di tutti i tempi. In genere al primo posto compare sempre il leggendario “Chiamatemi Ismaele” che apre il Moby Dick di Melville, poi segue ineluttabile il colonnello Buendìa di García Márquez che davanti al plotone di esecuzione si rammenta della scoperta del ghiaccio, e poi, ancora, Proust e il suo imperituro “Longtemps” che dà avvio alla Recherche. E così via, l’elenco potrebbe essere infinito. Quello degli incipit è un gioco personale e avvincente in cui tutti gli appassionati di letteratura cadono presto o tardi. Per quanto mi riguarda sono tre gli attacchi che, più di tutti, negli ultimi anni hanno folgorato il mio cuore di lettore. Al primo posto metterei senza dubbio l’incipit di Beloved di Toni Morrison: “Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini”. Poi l’invito angoscioso e quasi di scherno di Jonathan Littell ne Le Benevole: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata”. E infine Javier Marías che in Un cuore così bianco mette in scena un formidabile “Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più una bambina ed era da poco tornata dal suo viaggio di nozze, entrò nel bagno, si mise davanti allo specchio, si aprì la camicetta, si tolse il reggiseno e si cercò il cuore con la bocca della pistola del padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti”. Ne ho citati appena tre. In realtà ho un intero universo di incipit letterari che mi ronza nella testa, come un’uccelliera piena di piume in sospensione di cui ricordo perfettamente per ciascuna l’uccello del paradiso a cui apparteneva. Si dice che un buon incipit debba racchiudere in poche parole l’intero romanzo, debba essere in breve un distillato della storia, conservarne l’aroma ed avere almeno una parola tra silenzio e colpa che scagioni l’autore dall’accusa di invadenza e convinca il lettore a imbarcarsi nel viaggio che lo attende. Secondo me la domanda che si cela dietro un incipit è sempre: Si può riconoscere, assaggiando un chicco di grano, il sapore del pane che verrà?

Mohammed Bennis, LUOGO

Come macchia viene la scrittura
dall’ala della morte
dal fondo
dello smarrimento
da un vuoto padrone
che estasia luce sulle proprie estensioni
dalle mie antitetiche stirpi
oggi tra noi richiami di tatuaggi
e cieli bassi

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