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Alla maggioranza degli uomini piace esercitare il potere delle piccole cose. Gli basta vestire una divisa che gli conferisca un’autorità, che sia la divisa di un capotreno o il cartellino che indossa l’impiegato dell’ufficio comunale. Spesso l’istinto alla prevaricazione dell’uomo sull’uomo spinge a considerare potere perfino una posizione migliore a un semaforo o la benevola concessione che certi automobilisti accordano ai pedoni che attraversano la strada sulle strisce pedonali. Eschilo diceva che chi detiene un potere appena conquistato è sempre inesorabile. Il potere è una forma di disprezzo, ne sono convinto da sempre, e l’uomo non fa altro che cercare potere in ogni cosa, lo fa continuamente, con un istinto così sorprendente che aggiunge ogni volta qualcosa di nuovo alla sua natura, questo perché l’uomo – in fondo – è nato per disprezzare. Tuttavia l’unico potere che l’uomo non riesce a far valere con uguale insolenza è il potere che governa se stesso. Ieri sera osservavo il cielo coperto da uno strato leggero di nubi grigiastre e pensavo che il cielo e le sue ombre esercitano su di noi la forma più sublime di potere, il cielo ci sovrasta e ci comanda le giornate e le stagioni, stabilisce la disposizione del nostro umore e dispone del nostro guardaroba, è impassibile e indifferente di fronte alle nostre implorazioni, il cielo non bada a niente e non pretende nulla in cambio, neppure le preghiere. Se il cielo esercitasse il suo potere come fanno gli uomini il mondo sarebbe pieno di resurrezioni.

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Jorge de Sena, GABBIA DI VETRO

Come pareti attraverso le quali
il mondo vediamo con l’essere degli altri,
chi conosciamo ci circonda,
moltiplicando le facce della gabbia
che si tesse intorno alla nostra vita.
Nello spazio dentro ma che non dipende
dal numero di facce o distanza tra esse
noi siamo chi siamo: distinti soltanto
di ognuno degli altri, per chi
siamo appena una faccia tra tante,
per ciò in noi diventa, oltre lo spazio
una visione di specchi trasparenti.
Ma ciò che ci distingue non esiste.

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Ieri a pranzo, seduto a tavola con un gruppo di amici in un ristorante, mi sono guardato in uno specchio. È strano che nella sala di un ristorante ci siano specchi, in quel locale ce n’era almeno uno in ogni parete, forse per fare in modo di sentirsi meno soli. Eravamo cinque facce messe in cerchio intorno a un tavolo rotondo, accanto a noi altri due tavoli, anch’essi rotondi. Al primo tavolo erano sedute due vecchie signore, all’altro una giovane coppia, un ragazzo e una ragazza. Nella piccola sala eravamo in tutto nove persone, la mia dunque era appena una faccia fra tante, trentasei facce dentro quattro specchi, una folla smisurata di persone che discutevano, ingerivano cibo, sorridevano, sospiravano, ingollavano, frugavano dentro borse o portafogli, riflettevano, si grattavano una guancia o un lato della testa, bevevano vino, contavano i minuti, si intromettevano in conversazioni altrui, sbirciavano, giocherellavano con l’orlo di un calice, e di nuovo trangugiavano nuove pietanze. In un verso di Jorge de Sena c’è scritto: “Ineffabile è ciò che non può esser detto”. Nell’incontro di nove persone in una sala di un ristorante c’è molto di ineffabile. Ineffabili sono le storie che ciascuno di quei nove personaggi porta sulla schiena, come sudore notturno che si condensa sulla pelle di un uomo che dorme. Ineffabili sono le loro stime o le loro miserie. Ineffabili sono i giochi crudeli che facevano da bambini, ineffabili sono i loro occhi accecati come gli occhi degli uccellini in questa poesia edificante di Luís Pimentel. Io non so davvero a quale lato del tavolo appartengo, se sono uno dei cinque, o uno dei trentasei riflessi negli specchi. E non so a quale grado di cecità siano pervenuti i miei occhi da quando, come gli uccellini di Pimentel, mi sono messo a volare e a schiantarmi contro i recinti di casa.

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Luís Pimentel, GIOCO FUNESTO

Quel bimbo
schiacciava gli occhi
agli uccellini;
e gli piaceva veder uscire
quella goccia
di aria e luce,
limpida rugiada
di fresche mattinate
……………………

Poi li rimetteva
a volare
e rideva per vederli
schiantarsi contro il recinto
di casa sua
con un rumore
tanto triste
………………………

Crebbe e fu uno di loro.

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