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Giorni fa c’erano questo padre e questo figlio, il figlio stava per salire su una decappottabile ferma all’uscita della scuola materna, il padre lo ha stoppato: “Non è la nostra”, il figlio lo ha guardato con aria di rimprovero: “E dov’è la nostra?”, il padre ha sorriso al figlio e al padrone della decappottabile, “Oggi siamo venuti con l’altra”, il figlio ha messo il broncio, ha ammonito il padre: “Non ti permettere mai più”.

Pago una quota mensile per parcheggiare la macchina nel piazzale di una chiesa, la chiesa si trova vicino all’ufficio in cui lavoro, ieri sono entrato in sagrestia, c’era una signora, le ho detto: “Devo pagare il mese di giugno”, la signora mi ha risposto: “Il prete arriva subito”, ho detto: “Va bene, aspetto”, “Sta aprendo la chiesa”, devo aver fatto una faccia un po’ meravigliata, al che la signora ha aggiunto: “Solo lui può farlo”, il prete è apparso dopo pochi minuti, era in maglietta, pantaloncini e scarpe da corsa, aveva un cronometro in mano, sudava.

Una volta, durante una cena, una signora ha chiesto a Borges se voleva del vino, Borges a quel tempo aveva già compiuto sessant’anni, alla domanda della signora è intervenuta Doña Leonor Borges, la madre dello scrittore, anch’essa presente alla cena, ha risposto: “Il ragazzo non ne vuole”.

La pioggia sgocciola nel cortile interno, dal rumore che fa sembra che ci sia qualcuno dietro la finestra che pronuncia incessantemente la parola “luppolo”. Sono le cinque del mattino, stringo i denti e mi rendo improvvisamente conto che riesco a pensare con inusuale chiarezza. Ho appena finito di sognare. I sogni che faccio negli ultimi tempi hanno ambientazioni metafisiche, lunghe piazze avvolte nel silenzio, popolate dai resti di architetture classiche. In queste piazze dei miei sogni aleggia sempre la figura di Mussolini, è un Mussolini in versione moderna. In uno degli ultimi sogni c’era una tribuna su cui erano allineate le facce di uomini politici italiani degli ultimi quarant’anni: Andreotti, Craxi, Forlani, Zanone, Spadolini. C’era perfino Berlinguer. Erano tutti in fila, con le facce tetre, grigie, come nella tela di Guttuso con i funerali di Togliatti. Mussolini parlava e loro ascoltavano in silenzio. In sottofondo si sovrapponeva la voce di Paolo VI. Mussolini parlava di Aldo Moro. Anche Paolo VI parlava di Aldo Moro. In quella cupa, deserta e mostruosa città degli immortali io ero seduto in disparte. Dev’esserci una specie di inconscio politico collettivo, labirinti e specchi, metafore dell’infinito. Borges diceva che scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio. E i sogni sono indefinibili, forse, perché infiniti.

In America c’è un caso che fa discutere il mondo letterario. C’è un autore albanese, un tale Jiri Kajane, che negli anni Novanta ha incominciato a riscuotere un discreto successo negli Stati Uniti, fino ad essere antologizzato accanto a mostri sacri viventi come Ian McEwan e Joyce Carol Oates. Non solo, Time Out in una recensione arrivò a definire l’inesistente autore “il secondo più importante scrittore albanese vivente” dopo Ismail Kadare. Oggi si viene a sapere che Kajane non esiste. È il frutto di una messinscena di due allievi della University of California di Los Angeles che avevano scoperto che le loro storie, costruite in un’ambientazione americana contemporanea, non catturavano l’attenzione, mentre l’Albania post muro di Berlino  costituiva un setting perfetto e dal sapore vagamente esotico. Così hanno cambiato il setting e lasciato intatto tutto il resto, raggiungendo in poco tempo quel successo che i due non riuscivano a ottenere semplicemente essendo se stessi.  La letteratura, che è il terreno migliore per la finzione, come ben sapeva Borges, non è nuova a casi di questo genere. Posto di fronte all’impossibilità di determinare l’esistenza dei propri personaggi, lo scrittore contemporaneo è costretto spesso ad inventare se stesso, o in altri casi a nasconderlo, a sottrarlo alla vista del mondo (e qui la lista degli esempi potrebbe essere davvero infinita). Del resto, nonostante ciò che i non-fiction writer vogliono farci credere, la letteratura è un sistema fondato sulla distinzione tra realtà e finzione. La scomparsa della barra fatidica e strutturale che isola il territorio del non vero dalla verità assoluta può avvenire solo nel senso dell’irrealtà, e mai nel verso contrario. Ciò che io leggo nella storia di Jiri Kajane, come in altre storie di forzati dell’anonimato letterario, è che l’identità, in questo secolo più che mai, resta il problema cruciale dell’umanità.

Da qualche ora i tiggì nazionali ripetono con una certa sadica soddisfazione che i tre operatori dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah accusati di terrorismo “hanno confessato”. Il governo italiano dal canto suo non ha perso occasione per mostrare la ghigna, gli estroversi esponenti del governo si sono presentati in Tv con le schegge di vetro in bocca e le orecchie rosee di compiacimento. Pensare che ci sia una regia occulta, un asse tutto interno alla Nato teso a eliminare dalla zona delle operazioni di guerra un testimone come Emergency non è poi così azzardato. Un tale di nome Gasparri che di mestiere fa il presidente del gruppo Pdl al Senato ha dichiarato questo: “Il nostro governo deve tutelare la reputazione dell’Italia che impegna le proprie Forze armate in Afghanistan e in altre parti del mondo a tutela della pace e della libertà minacciate dal terrorismo. Chi dovesse vigilare poco, e siamo generosi a limitarci a questo, crea un gravissimo danno. Ci riferiamo ad Emergency. L’Italia non può essere danneggiata da queste situazioni”. Dunque, secondo questo signore, Emergency rappresenterebbe un danno per l’Italia, omettendo di precisare che dal 1999 a oggi Emergency ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso, cose che dal suo punto di vista (non stento a crederlo) danneggiano la reputazione di un paese. Borges diceva: “Viviamo in un’epoca molto ingenua”. Quest’epoca talvolta – aggiungo io –  è anche molto infame.

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Giuseppe Ungaretti, NON GRIDATE PIÙ

Cessate di uccidere i morti
non gridate più, non gridate
se li volete ancora udire,
se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
non fanno più rumore
del crescere dell’erba,
lieta dove non passa l’uomo.

Per lungo tempo ho portato nella mia sacca un libro importante come Lo straniero di Albert Camus. L’ho portato come una delizia e come una croce. Non già dall’incipit, ma dalla prima riga, o meglio ancora dalla prima frase, quella che si conclude con un punto, cinque parole, “Oggi la mamma è morta” e già avevo compreso tutto il peso di questo romanzo tra i più importanti del Novecento. “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.’ Questo non dice nulla: è stato forse ieri”. Ho studiato e ristudiato queste parole per mille giorni. Letteralmente. Credo infatti di non essere riuscito a liberarmi di questa specie di ossessione letteraria prima che fossero passati tre anni dalla sua lettura. La storia dell’impiegato francese Meursault che ad Algeri nel ’36, per una serie di circostanze fortuite, finisce per compiere un assassinio involontario, è forse il più forte canto all’indifferenza che sia mai stato concepito da una mente umana. Il personaggio creato da Camus è infatti l’incarnazione perfetta dell’assurdità del vivere, di quella superficialità congenita che tanta parte ricopre ancora nella società contemporanea. Tre anni – ho detto – per liberarmi di Meursault, per non obbligarmi ogni volta a penetrare nelle frasi che leggevo o che scrivevo con la volontà ultima di asciugarne il senso, di sfrondarle del superfluo e lasciarle disossate come noccioli di albicocca al sole. Poi, dopo quel lungo periodo, ho regolato il mio rapporto con questo libro, ne sono venuto a patti, ho potuto finalmente posarlo nella libreria e riappropriarmi di un po’ di pace. Eppure, ancora oggi, se ne rileggo una frase, un capitolo, una specie di demone minaccioso torna a impossessarsi di me. Penso allora che Meursault sia ancora al suo posto, nella mia sacca, come una maschera sovrumana, un’ombra interminabile.

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Jorge Luis Borges, FAMILIARITÀ

Si apre il cancello del giardino
con la docilità della pagina
che una frequente devozione interroga
e, dentro, gli sguardi
non hanno bisogno di fare caso agli oggetti
che sono già precisamente nella memoria.
Conosco le abitudini e gli animi
e quel dialetto di allusioni
che ogni raggruppamento umano ordisce.
Non ho bisogno di parlare
né di mentire privilegi;
bene mi conoscono coloro che qui mi circondano,
bene sanno le mie angosce e la mia debolezza.
Questo è raggiungere ciò che è più alto,
ciò che forse ci darà il Cielo:
non ammirazione né vittorie
ma semplicemente essere ammessi
come parte di una Realtà innegabile,
come le pietre e gli alberi.

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