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La passeggiata consolante che mi concedo ogni mattina presto quando vado a cercare la mia macchina nell’ultimo parcheggio in cui l’ho lasciata la sera prima è un momento di pace bellissimo. Le strade e le cose sembrano ricoperte da un pallore che è un’emanazione della stanchezza della notte. Vedo la città che luccica e risuona attraverso le piccole fenditure che separano un palazzo dall’altro, e sento il fresco dell’asfalto sotto le scarpe che scivolano lente. Passo davanti alla corteccia di un albero con le radici costrette in un metro cubo di terra guadagnato fra le tubature segrete di città, osservo le finestre chiuse degli appartamenti, qualche vestaglia che si affaccia in balcone, qualche tazzina di caffè fumante. Stamattina ho visto un ragazzo, era curvo sul suo terrazzo e intento nella lettura di un libro. L’alba in genere non è considerata un buon momento per chi si dedica alla lettura con una certa abnegazione. Eppure quel ragazzo all’apparenza sembrava molto concentrato, interrogava le pagine con un’attenzione formidabile. Ho presunto che fosse un inguaribile insonne e che avesse perso il conto delle ore. L’ho immaginato sedersi in terrazzo nel cuore della notte, dopo aver combattuto e perso la sua ennesima battaglia col cuscino, accendersi una luce piccola e calda che non disturbasse gli altri componenti della famiglia, loro sì pacificamente immersi nel sonno, scegliersi un libro nella biblioteca del soggiorno e concedersi il piccolo fuoco della lettura. Io e il ragazzo insonne siamo affondati nello stesso abisso e nella stessa costellazione, io tirando dritto verso la mia macchina e verso la prossima storia da spiare, lui verso una nuova pagina del libro, entrambi in attesa di un letargo o di un sogno che sollevi il mondo oltre la banalità di tutte le albe.

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José Hierro, PORTO DI GIJÓN

L’uomo si è affacciato sull’acqua immobile della sera.
Sotto gli scafi s’infrangono il rosso, il verde, il giallo.
Sono scintille, brandelli: vestono la carne torbida del mare.
L’uomo ha inzuppato un’ombra nel cuore di ponente:
ci copre il mondo. L’aria si trasforma in vetro d’oblio.
Quegli uomini che tessevano premurose reti di ragno,
le donne che scendevano da rampe e da scale,
si sono dissolte nella luce di rame.
La realtà salpa verso isole impossibili e luminose
e lascia qui la sua secca maschera.
L’uomo si allontana dall’acqua bagnato di malinconia.

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Giorni fa ho incontrato un uomo innamorato. Il luogo era la sala d’aspetto di un dentista, il tempo questa fine d’anno piovosa e febbrile. L’uomo in questione aveva un cappotto grigio in lana spigata, un orologio col cinturino nero, un paio di scarponcini di pelle anch’essi neri e due occhi fitti e profondi. Era assorto nella lettura di un romanzo quasi d’amore, o perlomeno così suggeriva il titolo stampato sulla copertina: Conoscere una donna. Il fatto è che in una sala d’aspetto ogni particolare diventa rilevante e la noia e l’impazienza rendono le cose secondarie più importanti di quello che sono. Non avverto la necessità di creare suspense nel lettore, né di costruire nel corso di questa piccola storia che vado raccontando uno stato di trepidazione tale da rendere indispensabile uno scioglimento finale degno di questo nome. Dirò perciò, senza troppe sorprese, che quell’uomo ero io. O meglio, io, ma in una versione a me ignota, in uno stato di verità totale, così diverso dalla menzogna che vedo nello specchio ogni volta che mi rado o che mi pettino. Io come non mi ero mai visto prima, senza la manipolazione delle espressioni, senza l’aspettativa di avere una sembianza piuttosto che un’altra, ma totalmente immerso nella sincerità di una lettura appassionata. Ero nello specchio, per la precisione ero riflesso nella vetrata di una porta. Il mio viso e il mio corpo mal si conciliavano con il libro che tenevo fra le mani, o più che con il libro direi con il gesto pieno di delicatezza con cui lo reggevo, sospeso a mezz’aria, fra le ginocchia ripiegate e gli occhi concentrati e seri, come di un bambino che mostra orgoglioso alla madre un nido di uova di passero appena deposte. C’è prima di tutto una cosa, amo i libri, e questo mi dà lo status di uomo innamorato. C’è poi che non ricordo di essermi mai sorpreso in uno specchio intento a leggere una storia. Così questo incontro fortuito di uno specchio e di una lettura mi hanno reso tutto molto più chiaro. Leggere un libro è completamente nella mia natura, ne ho letti a centinaia nella mia vita, ho per loro una passione sviscerata, li desidero e li conservo come tesori inestimabili, sui libri ho costruito perfino una ragione di vita. Eppure sono molto più avvezzo a vedermi in atteggiamenti banali e secondari come verificare nello specchio il colletto di una camicia o la buona riuscita di un accostamento di colore che non a sorprendermi con gli occhi e con il cuore catturati da una storia di seconda mano. Perciò posso a buon diritto affermare che l’uomo innamorato e assorto che leggeva un libro nella sala d’aspetto del dentista era per me un completo sconosciuto. Nei versi finali di una poesia di José Hierro intitolata Le nuvole c’è una domanda che il poeta spagnolo rivolge a se stesso: “Inutilmente interroghi / dalle tue palpebre cieche. / Che fai guardando le nuvole / José Hierro?”. Io potrei contraffare quella domanda e indirizzarla all’uomo innamorato nello specchio. In fondo i libri non sono poi tanto diversi dalle nuvole.

Se mi soffermo a ricercare il ricordo più antico che ho conservato nella memoria, rivedo un’immagine formidabile: una donna vecchissima, quasi centenaria, che indossa un vestito a fiori e siede sul bordo di un divano. È la mia bisnonna. Il suo viso è segnato da innumerevoli rughe, la sua dimensione è smisurata, pur essendo una vecchina magra e ossuta e con gli occhi corrosi e quasi privi di riflessi, io la vedo colossale. Ciò è facilmente spiegabile col mio punto di vista, che è quello di un bambino di un anno e mezzo o due. È un’immagine così vivida che non posso in alcun modo mettere in discussione, sono assolutamente certo che questo sia il mio primo ricordo del mondo. Eppure, tempo fa, parlando di questa cosa con mia madre, ho dovuto concedermi un dubbio. Mia madre sostiene che il ricordo sia in realtà una ricostruzione della mia mente, un adattamento ricreato dalla memoria. E per suffragare questa tesi afferma che in qualche scatola in fondo a qualche cassetto esiste una foto, forse l’unica, che ritrae la mia bisnonna, e in quella foto indossa precisamente un vestito a fiori, probabilmente lo stesso che ho in mente io. È ragionevole pensare dunque che l’immagine a cui mi riferisco sia in realtà il ricordo di questa foto, e non quindi il residuo di un’esperienza diretta vissuta nel mio passato. Per la verità non ho ancora messo alla prova le mie ragioni, come potrei fare per esempio setacciando le foto di famiglia, alla ricerca di quell’unica foto che raffigura la mia bisnonna. Ciò che mi affascina e al tempo stesso mi atterrisce in questa storia è la scoperta di quanto siano relative le certezze che abbiamo rispetto al tempo vissuto della nostra vita. L’uomo, dopo aver suddiviso il tempo in tre capitoli – passato, presente e futuro – ha trovato il modo di rendere le cose molto più approssimative e sfuggenti di quanto crediamo. Così un tempo, dopo essere stato vissuto, di nuovo torna a richiudersi e a farsi oscuro, come un castello di sabbia i cui contorni vengono dapprima smussati e poi definitivamente spianati dalla risacca. Nell’incipit de La lingua salvata di Elias Canetti leggiamo: “Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso. In braccio a una ragazza esco da una porta, davanti a me il pavimento è rosso e sulla sinistra scende una scala pure rossa”. Probabilmente non potrò mai avere una certezza altrettanto categorica, se l’immagine della mia bisnonna seduta sul divano sia o meno l’inizio dei miei ricordi umani. Io, però, voglio continuare a crederlo.

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José Hierro, PASSATO

Ora che torna di nuovo la sera
grigia e d’argento, ora che ho
davanti agli occhi, sulla lingua,
il colore e il sapore del tempo,
adesso, finalmente, che dolore,
quanto chiaro e preciso lo vedo!
Sembra che cammini sulla terra
assistendo al mio funerale,
che sia appeso al presente
simile a un occhio immenso,
contemplando tutta la mia vita,
che faccia il nido nel mio stesso corpo.
Io, stando fuori della carne,
distaccato lo osservo.

Va il mio corpo verso la riva.
Si ferma (no: mi fermo).
Gioca o si distende tra le rocce
e mentre lo veglio s’addormenta,
senza poterlo destare
dalle sue menzogne e dal suo sogno

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