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Sere fa ho guardato in Tv José e Pilar, un documentario sugli ultimi anni della vita di José Saramago, firmato da Miguel Gonçalves Mendes, che mostra in particolare il rapporto simbiotico che negli anni della vecchiaia legava il premio Nobel portoghese all’amatissima seconda moglie Pilar del Rio. C’è un passaggio del documentario in cui si vede Saramago al lavoro nella sua abitazione di Lanzarote. È seduto alla scrivania, accanto a una finestra da cui sgorga la luce abbacinante dell’isola, ha davanti a sé un computer portatile. Saramago sembra rilassato e concentrato, si lascia andare sullo schienale della poltrona e fissa il monitor muovendo appena il mouse. Una mia personale fissazione è spiare i grandi scrittori nel momento in cui scrivono, e dalle scene precedenti del documentario si intuisce che la vita di Saramago viene filmata nei mesi che vanno dal 2006 al 2008, ossia nel periodo in cui sta lavorando a quello che diventerà il suo penultimo romanzo, Il viaggio dell’elefante. Così osservo lo sguardo assorto dello scrittore, le rughe profonde sulla fronte che si contraggono in un’espressione che immagino rappresenti il tentativo di afferrare un’immagine letteraria, di tradurla in una frase. In quel momento la cinepresa si avvicina a Saramago, si sposta sulla sinistra ed entra nella sua soggettiva, inquadra il monitor del computer. Siamo nel cuore del processo creativo, nel segreto più intimo della scrittura di uno dei più grandi autori del Novecento. O perlomeno è quello che immagino. Scopro invece che Saramago in quel momento non sta scrivendo, ma sta giocando a Spider, uno dei giochi di carte disponibili nei sistemi operativi Microsoft. È soddisfatto per aver appena risolto il solitario. Sorride.

Ho comprato Lucernario, il romanzo di Saramago rimasto inedito per oltre cinquant’anni e pubblicato solo di recente. La particolarità di questo testo è che, quando un trentunenne e ancora sconosciuto Saramago decise di inviarlo a un editore confidando nella speranza di pubblicazione, il romanzo non fu rifiutato, molto più semplicemente fu ignorato. Cioè l’editore, con una prassi oggi assai diffusa, non si degnò nemmeno di inviare un prestampato di due righe in cui comunicava al futuro Nobel per la letteratura di non ritenere il testo adatto a una pubblicazione. La reazione di Saramago a quel silenzio fu rabbiosa, tanto che quando il manoscritto fu rinvenuto in occasione di un trasloco della sede della casa editrice in questione, egli rifiutò sdegnosamente le numerose offerte di pubblicazione che gli piovvero addosso. “A questa antica ferita attribuimmo la noncuranza con cui abbandonò il manoscritto sul suo tavolo”, ricorda Pilar del Rio nella prefazione al romanzo ora in uscita in Italia per Feltrinelli. “Saramago” – continua – “riteneva che nessun editore ha l’obbligo di pubblicare i manoscritti che riceve, ma che esiste il dovere di dare una risposta a chi la aspetta giorno dopo giorno, mese dopo mese, con impazienza per non dire con trepidazione”. Immagino che negli anni Cinquanta gli editori portoghesi non ricevessero la quantità di proposte che riceve oggi un editore medio in Italia, e questo rende quel silenzio un’offesa ancora più grande alla dignità dello scrittore in formazione. Nel mio piccolo, uno dei rifiuti che conservo con più gelosia è una risposta che mi mandò Sellerio anni fa, una lettera fitta e articolata con cui si dava il resoconto della lettura del testo che avevo proposto, una relazione benevola e gratificante che però non lasciava spazio a spiragli di pubblicazione, per ragioni – così si leggeva – di linea editoriale. Non esagero se dico che la soddisfazione che mi diede quel piccolo cenno fu grande quasi come se si fosse trattato di una proposta di pubblicazione. Sarà che nell’epoca in cui non si nega niente a nessuno, più semplicemente si ignora, un certificato di esistenza in vita finisce per avere un valore inestimabile.

Interrogarsi sul senso del fare letteratura è sempre un buon esercizio. Interrogarsi sul ruolo dell’opera letteraria come fattore di influenza sociale è mettere le mani in un ginepraio. Avendo poco a cuore il destino delle mie dita, leggevo stamattina un intervento di Saramago risalente al 1999 sull’irresponsabilità della letteratura. Tra le molteplici cose interessanti che diceva il grande scrittore portoghese c’era questa: “Nel piano dell’etica, dei valori, del rispetto umano, si vorrebbe dire, senza ironia né cinismo, che l’umanità (mi riferisco, è chiaro, a quello che siamo soliti designare come mondo occidentale) sarebbe esattamente quella che è oggi, se Goethe non fosse venuto al mondo”. Non che Saramago avesse qualcosa contro Goethe. Più genericamente prendeva in prestito il suo nome per esprimere un concetto più vasto che riguarda l’impotenza della letteratura, di ogni opera letteraria e del loro insieme, di influire effettivamente nella vita sociale degli uomini. Non sono d’accordo con Saramago. E dico che Saramago stesso è uno di quei pochi (davvero pochi, questo sì) autori contemporanei capaci di incidere eccome nella realtà sociale del “mondo occidentale”, quantomeno se intendiamo la realtà sociale come un organismo costituito da singole personalità variamente influenzabili che contribuiscono ciascuna alla formazione di un modus vivendi, di un ambiente e di una cultura comuni. Il vizio che condiziona l’argomentazione di Saramago è secondo me di natura ideologica, ossia il voler considerare la collettività, secondo una lettura biopolitica, come corpo sociale. A parer mio, ogni minima rivoluzione che un autore di letteratura porta all’interno della psiche individuale di un singolo individuo fa sì che la letteratura (come del resto la musica, l’arte, la politica, la filosofia, l’intrattenimento) rientri, a pieno diritto, fra i grandi agenti di trasformazione sociale.

Io, se fossi Saviano, avrei lasciato Mondadori da un pezzo. L’avrei fatto per dare segno e forza ulteriori alla battaglia delle idee e dell’integrità etica di cui lo scrittore napoletano è protagonista ormai da qualche anno. L’avrei fatto soprattutto per non arrivare ad essere messo alla porta con un’uscita pubblica come quella di Marina Berlusconi. Sì, conosco tutti gli argomenti degli scrittori di sinistra che pubblicano i loro libri con le case editrici del premier, li conosco uno ad uno e non ne condivido nessuno. Come ben sapeva il grande Saramago, diktat e censura, nel caso Italia, si esprimono solo contro gli scrittori realmente nocivi alla causa del berlusconismo(e Saviano è appunto uno di questi, l’unico dopo Enzo Biagi). E tra gli autori italiani che pubblicano con Mondadori ed Einaudi, a parte Saviano, non vedo nomi così altisonanti capaci di levare la voce oltre lo sterile chiacchiericcio sulle cause minori e sul pettegolezzo contro le opposte lobby letterarie. Ovvio che nessuno, in Mondadori, abbia mai torto loro un capello. La questione è più vasta e generale e riguarda la finta guerra mossa dall’intellighenzia italiana contro il berlusconismo, una simulazione che continua a fare gioco tanto agli autori stessi quanto al più potente editore italiano. Un gioco delle parti che trova terreno fertile nella grande maggioranza del pubblico dei lettori, incapace, a quanto pare, di giudicare l’assoluta insufficienza delle piccole offensive mosse dai falsi “resistenti” contro l’incultura demagogica della neodestra italiana. Per questo io, se fossi Saviano, eccetera eccetera.

“Quello che ci fa illudere è questa linea di vivi nella quale ci troviamo, che avanza verso ciò che chiamiamo futuro solo perché un nome siamo stati costretti a darglielo, traendone incessantemente i nuovi esseri, abbandonando incessantemente gli esseri vecchi che abbiamo dovuto chiamare morti perché non emergano dal passato”. J. Saramago

Ho estratto questa frase da La zattera di pietra di Saramago pensando a Pasolini, ai trentacinque anni che oggi ricorrono dalla morte. In molti si chiedono cosa penserebbe Pasolini, se fosse ancora vivo, di questo paese sventrato dal triviale. Qualcuno dice che forse starebbe ancora combatendo per definire una norma di dignità. Ma in ogni caso, noi, come dice Saramago, li chiamiamo morti proprio perché non emergano dal passato. Tempo fa ho praticato anch’io questo gioco, ho immaginato come sarebbe Pasolini oggi davanti alla grande catastrofe della nostra incultura odierna. Il mio sforzo di fantasia, però, non ha saputo trarre niente di meglio che un ospizio per vecchi o per matti in cui un vecchio interdetto e considerato matto, la cui fronte odora di carta bagnata, tace senza più emozioni, perfino di fronte alle cure amorevoli di un’infermiera moldava. Non è quello che si dice un omaggio, è una mia personale presa d’atto, un po’ fuori dal comune, dettata forse dalle ragioni dello sconforto.

Alla fine resta sempre qualcosa

Pasolini è seduto al tavolo coi gomiti stretti. Ha con sé un panino avvolto nella carta stagnola e un bicchiere d’acqua. Il bicchiere è macchiato da un filo di saliva, una traccia sottile come una larva. Aspira le briciole del pane con un gesto fragoroso della bocca che ricorda i rumori che fanno i bambini quando risucchiano la minestra dal bordo del cucchiaio. La quiete sepolcrale della grande sala ricoperta dall’intonaco azzurro è rotta solo da questi fruscii colmi di dolcezza. Il 5 marzo il “poeta” – come lo chiamano ancora da queste parti – ha compiuto ottantotto anni. Per l’occasione gli infermieri della casa di cura hanno organizzato una piccola festa, il direttore ha fatto arrivare un vassoio di Claps, i biscotti friulani fatti col burro e con le mandorle. Gli altri pazienti hanno intonato una canzone. Da allora è passato quasi un mese. Tra poco sarà di nuovo estate e le falene torneranno a trepidare nel giardino fiorito. La bella Vera, l’infermiera moldava che a ogni scoccare di primavera lo accompagna spingendolo sulla carrozzina durante le sue passeggiate nei boschi, gli racconta dei suoi amori sfortunati, anche se ha il sospetto che lui non la stia a sentire, o che preferisca ascoltare le voci che gli risuonano nella mente. Vera ogni tanto solleva il fazzoletto per pulirgli la bocca, poi gli concede un sorriso benigno, perché le fa una gran tenerezza questo vecchio psicotico con le guance scavate e la pelle secca come quella di un uccellino cotto al sole. Lei è convinta che a ridurlo così sia stata la psicoterapia, ma lei non ha diritto di contestare alcuna diagnosi, in questo caso il problema terapeutico è tutto speciale. Se provasse a dire una sola parola a riguardo rischierebbe il licenziamento. Così preferisce accompagnarlo a guardare i papaveri che a lui piacciono tanto, quei piccoli fuochi rossi che spiccano nel verde del prato. Lui ormai non parla quasi più. Non sono stati i farmaci ad annodargli la lingua, ma l’indifferenza della gente. Ormai sono passati trent’anni da quando con una sentenza politica l’hanno dichiarato pazzo, da quando hanno ritirato i suoi libri da tutti gli scaffali della nazione, da quando il silenzio sul suo nome si è sedimentato come la terra tra il vuoto e il pieno di una nuova generazione di uomini. Ma questa, per Vera, è una storia antica e sconosciuta. Qualche volta nelle notti di pioggia, quando le luci si spengono, lo sente piangere nel buio della sua stanza. L’ultima volta ha spinto la porta senza bussare, si è seduta sul bordo del materasso e gli ha messo le braccia intorno al corpo. Ha sentito sul suo seno la pelle scorticata dalla vecchiaia e dalle ossa troppo sporgenti, il raspare del mento ruvido di barba, il fiato veloce e caldo. Dopo un po’ lui ha smesso di piangere, il respiro è tornato calmo, e le lacrime versate sulla sua pelle si sono asciugate. L’indomani Vera non ha saputo tenere il segreto. E la caposala ha riferito al direttore, il quale ha ordinato di aumentare le dosi nel trattamento a base di litio e clozapina. Vera da quel giorno ha promesso a se stessa che non avrebbe più tradito un segreto. Nell’ultima settimana si è limitata a rimboccargli le coperte e a versargli l’acqua nel bicchiere che tiene sul comodino. La mattina presto lo solleva dal letto – è leggero come un capretto appena nato – e lo fa sedere in carrozzina, pulisce il pavimento, strizza lo straccio nel secchio e apre le finestre per arieggiare la stanza. In questi anni non è venuto nessuno a fargli visita. Dicono che non abbia più un parente in vita e che gli amici di un tempo, come spesso accade, siano troppo presi dalle proprie circostanze. Vera fa fatica a immaginare come fosse da giovane, nel pieno delle forze e delle facoltà, non osa neppure figurarsi di che genere fossero le sue poesie. Lei non sa niente di poesia, da quel poco che ha imparato nella vita sa che non ci si può fidare di chi fa un mestiere così inutile. Eppure le piacerebbe leggere le sue poesie, anche se sa che di quest’uomo non esiste più un solo verso sulla faccia della terra. Per un attimo lo guarda masticarsi le gengive, sbarrare gli occhi e ruotarli da una parte all’altra della stanza in cerca dei propri fantasmi. Quanto resisterà ancora questo piccolo mucchio d’ossa? – si domanda. Poi gli accarezza una mano e lo bacia sulla fronte. La fronte dei vecchi odora di carta bagnata. «Andiamo, signor Pasolini» gli fa, mentre osserva dalla finestra il bel sole di aprile. «Anche oggi la accompagno a vedere il mondo».

Al tavolo accanto al mio è seduto un uomo con gli occhi pieni di polvere. La pausa pranzo è una mezz’ora in tutto e la passo veloce come un dovere, come una sfortuna. Ordino un menù completo di primo e contorno e una bottiglia di minerale da 66 cl. Lo sconosciuto non sarebbe neppure uno che ama farsi notare, eppure in questo cosmo di organismi che pranzano per necessità, senza toccare le portate con nient’altro che le loro viscere, lui risalta di una libertà segreta. Eppure è ingessato in un abito grigio e in una cravatta color ruggine, e credo di non aver mai visto niente di più anonimo e indifferente di questo. Anche i suoi capelli rossi, alla fin fine, sono il segno limpido della sua mediocrità, e la carnagione così pallida che sembra ricoperta da uno strato di vernice a base di resina. L’uomo ha l’aria da bancario, o forse da commesso viaggiatore, in ogni caso da l’impressione che viva in sospensione, senza pensieri né pulsioni, in una schiavitù formale da cui forse si libera soltanto la sera, quando rientra nel suo monolocale spoglio ma odoroso di disinfettante, e dopo una doccia e una cena fredda indossa una maglietta bianca e un paio di pantaloncini da palestra e si siede davanti alla Tv in cerca di un mondo da desiderare. Questo è quanto. Poi ci sono gli occhi; gli occhi pieni di polvere. Da ragazzo doveva essere uno sportivo, il suo fisico è ancora abbastanza tonico sebbene abbia l’aria di chi ha smesso da qualche anno di pagare l’abbonamento mensile alla piscina comunale. A scuola doveva essere un prodigio, andava forte nelle materie scientifiche, ma quando c’era da interrogarlo gli insegnanti naufragavano davanti ai suoi occhi, quegli occhi così somiglianti a un muro di mattoni, o a un pezzo di cielo livido, quegli occhi senza radici e senza domande. Così nella sua perfetta vita circolare quest’uomo si è ritrovato un giorno seduto al tavolo accanto al mio, smarrito nel suo mondo interiore ha spiluccato in un piatto di caesar salad affogata nella maionese, con uno sguardo ha considerato le nuvole in sospensione oltre le vetrate del caffè-ristorante, e ha annunciato a se stesso che l’arrivo della pioggia è forse previsto per il fine settimana. Poi ha fatto qualcosa di sconvolgente, un gesto che ha sparigliato tutto, che in un istante ha annientato tutta questa storia ridicola. L’uomo ha abbassato gli occhi sulla superficie del tavolo (la polvere è caduta, si è dispersa in uno sbuffo di neve), gli occhi sono diventati improvvisamente limpidi. E ha sorriso.

*

José Saramago, LUOGO COMUNE DEL QUARANTENNE

Quindicimila giorni secchi sono passati,
Quindicimila occasioni che si sono perse,
Quindicimila soli inutili che sono nati,
Ore su ore contate
In questo solenne ma grottesco gesto
Di dare corda ad orologi inventati
Per cercare, negli anni smemorati,
La pazienza di andar vivendo il resto.

“Quando Ricardo Reis rientrò in albergo, sentì aleggiare nell’atmosfera una febbre, un’agitazione, come se tutte le api di un alveare fossero impazzite, e avendo sulla coscienza quel peso noto, subito pensò, Hanno scoperto tutto”. Serbo questa frase tratta da L’anno della morte di Ricardo Reis, che è, in tutta l’opera di Saramago, il libro che più di tutti si avvicina alle corde della mia anima. È così che me lo immagino adesso il maestro, come l’eteronimo di Pessoa che rientra nell’intimità di una camera d’albergo, dopo essersi fatto una lunga passeggiata in giro per il mondo degli uomini, apre uno spiraglio della finestra e si mette in ascolto di quella musica, quel ronzio che da ieri si è impossessato di tutti i luoghi, e con un filo di voce, togliendosi gli occhiali e appoggiandoli sul davanzale, sussurra, “Hanno scoperto tutto”.

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