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L’entrata di Cristo a Bruxelles è un quadro dipinto da James Ensor nel 1888. Raffigura il trionfo del figlio di Dio nella capitale belga, ad accoglierlo è una fanfara esuberante, teatrale, grottesca, composta per lo più da maschere, tra le quali, in primo piano a sinistra, si riconosce uno scheletro con giacca e tuba. In alto campeggia uno striscione su cui è scritto “Vive la sociale”, a destra un cartello con scritto “Vive Jesus le Roi de Bruxelles”. Su tutto il quadro regna un’atmosfera bizzarra, eccitata e al tempo stesso spaventosa, da fine dei giorni. È la stessa Bruxelles che viene nominata in Cuore di tenebra, ma lì Conrad – attraverso la voce di Marlowe – non la chiama mai col suo vero nome, bensì preferisce definirla come una “una città che fa sempre pensare a un sepolcro imbiancato” oppure come “la città dei morti”. Così io, stamattina, leggendo dei fatti di Bruxelles, ho pensato al quadro di Ensor, e ho pensato a una frase contenuta nel racconto di Conrad, una frase che dice: “Ho lottato con la morte. È la contesa meno eccitante che si possa immaginare. Avviene in un grigiore impalpabile, con nulla sotto i piedi, con nulla intorno, senza spettatori, senza clamore, senza gloria, senza il grande desiderio della vittoria, senza la grande paura della sconfitta, in un clima malsano di tiepido scetticismo, senza molta fede nella propria causa, e ancor meno in quella dell’avversario”.

Ogni tanto rileggo la prefazione di Conrad a Il negro del Narciso. Nella prefazione c’è questa frase: “Di fronte allo stesso spettacolo enigmatico l’artista scende dentro di sé, e nella solitudine di questa regione di travagli e di lotte, se ne è degno e se ha fortuna, egli scopre i termini del suo richiamo. È un richiamo rivolto alle nostre facoltà meno palesi: a quella parte della nostra natura che, per lo stato di guerra dell’esistenza, è abitudine tener nascosta dentro a qualità più dure e resistenti – come il corpo vulnerabile in un’armatura d’acciaio”. E di tutta questa cosa, non so, ma a me “lo stato di guerra dell’esistenza” è arrivato come un pugno in faccia. Read More

Quando ero bambino temevo la notte. Tremavo come un ramo nudo di acacia appena mi ritrovavo solo nel letto, mi piegavo sul lato destro con la piccola luce di un lume sempre acceso e mi sforzavo di pensare al mattino assolato e caldo. Non so se le notti a quel tempo fossero tutte uguali. Quando sentivo il sonno fluire verso le palpebre e il sangue placarsi e scorrere benigno nel cuore forse la notte diventava qualcosa di diverso. So che le mie notti, fino a quel momento, avevano qualcosa di demoniaco. Avevamo un giardino allora che circondava la casa per tre lati, il lato che dava a ovest offriva una vista sul sole che tramontava dalla parte del fiume, oltre la ferrovia. Quando vedevo l’orizzonte infiammarsi e il cielo imbrunire mi sentivo come se qualcosa fosse sul punto di strapparmi dal mondo. Il mio non era un letto vero e proprio, a me era toccato in sorte un mobile con il letto a scomparsa, cosicché durante il giorno non avevo il modo di abituarmi all’idea del sonno poiché il letto era nascosto dietro la facciata in legno scuro del mobile. Nel buio di quel mobile era racchiuso un intero mondo. Certe volte, se mi svegliavo all’improvviso nel fitto della notte, mi sentivo congelare in una morsa di panico, avevo la sensazione di essere legato a una zattera in balia della corrente di un fiume. Il mio fiume immaginario attraversava selve imperscrutabili e piene di sussurri misteriosi. Il letto era il mio vaporetto Rois de Belges, lo stesso che accompagnò Conrad nel 1890 lungo il fiume Congo e che gli diede lo spunto per scrivere Cuore di tenebra. Immaginavo il fiato gelido che fuoriusciva dalle bocche di creature infernali nascoste nella boscaglia, esseri di cui non riuscivo a vedere altro che l’ombra, animali (o uomini che fossero) pronti a saltarmi addosso dietro un’ansa o al prossimo approdo sul fiume. Stanotte ho ripensato a quella antica sensazione di terrore che mi invadeva da bambino. In certe febbri notturne sono ancora lo stesso di un tempo, non mi hanno mai domato completamente. Ciò che non dovrei dimenticare è che il coraggio degli adulti è una simulazione.

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Niko Grafenauer, VISITATORI DEL PARCO

Non so chi siete, visitatori del parco.
Sulle vostre spalle si è arrampicata la notte
come un vecchio colombo dagli occhi spenti
in cerca del nido.

Amate pure la notte, visitatori del parco.
In essa pianga fino all’esaurimento
la vostra anima lasciando larghe tracce.
Gli alberi sono come bianchi sacerdoti
chini in devota preghiera.

Quando ve ne andrete, visitatori del parco,
con un tenero gesto vi scrolleranno
la notte dalle spalle.

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