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Ne avevo parlato qualche settimana fa, prima che mi accingessi a leggerlo, in una specie di recensione preventiva, o se si preferisce, in un commento al profumo di pagine appena comprate. Sto parlando di Yehoshua Kenaz e del suo Ripristinando antichi amori, romanzo multiforme e a suo modo perfetto che narra delle vicende dei personaggi che animano un condominio di Tel Aviv. E adesso che ne ho ultimato la lettura mi accorgo che è difficile parlarne come vorrei, senza cadere nella tentazione di scrivere il classico giudizio sulla complessità del romanzo corale e sui molteplici strati di senso con i quali, spesso e volentieri, si ha a che fare quando si affronta la narrativa contemporanea israeliana. Se c’è un modo corretto di esprimersi su quest’opera è proprio facendo a meno di nominare i personaggi e le storie che li vedono protagonisti, e semmai soffermandosi sulla natura di quegli amori a cui si allude nel titolo. Ne Il bacio del serpente di Josip Osti, che leggevo proprio stamattina, si dice: “la vita non è una favola // quando ti bacio / ti trasfiguri in una serpe // mi baci // con ogni bacio siamo sempre più vicini alla morte”. Ecco, gli amori dei personaggi di Kenaz sono proprio così, uomini e donne trasfigurati dall’amore, che nell’inseguire i propri desideri non fanno che avvicinarsi sempre di più alla morte morale del proprio spirito. Il condominio decadente di Tel Aviv che fa da sfondo al romanzo sembra avere i pavimenti che fluttuano, le pareti che trasudano di un continuo bisbigliare, e il lettore – che sta affacciato a una finestra che dà sul cortile interno – si accorge che se desidera evadere da se stesso deve distruggere tutte le finestre degli altri, insinuarsi lentamente sotto le luci di lampadina che illuminano debolmente queste vite di sconosciuti, sdraiarsi furtivamente accanto a loro, come un angelo invisibile. Solo così si riesce a comprendere la sostanza di questi amori “da ripristinare” di cui ci parla Kenaz e che la malattia della contemporaneità ha reso aridi, desertici, e che – addentrandoci via via nella lettura del romanzo – ci accorgiamo di conoscere, nostro malgrado, così bene. In un’intervista rilasciata a Elena Loewenthal e pubblicata su La Stampa nell’ottobre del 2009, Kenaz ha affermato: “Non sono sicuro di scrivere nel presente. Le mie storie possono essere ambientate nel passato remoto e in quello prossimo. Spesso non hanno tempo. Non so nemmeno dire se esse abbiano un qualche riflesso sul presente”. Leggere Kenaz ci lascia così con un interrogativo aperto, una domanda che riguarda noi stessi, il nostro mondo di cose quotidiane, e il riflesso che esse hanno sul valore profondo della nostra vita. Potremmo chiamarlo “senso”, se non fosse una parola così abusata.

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Da qualche tempo a questa parte ho preso l’abitudine di leggere una poesia al giorno. Non è un’imposizione che mi sono dato per chissà quale ragione, è una piccola ricreazione che mi ritaglio durante le ore di lavoro. Ed essendo fondamentalmente di carattere metodico la cosa è presto diventata un appuntamento al quale non saprei più rinunciare. Leggere una poesia al giorno è alla portata di tutti, è facile come bere un bicchiere d’acqua. Perfezionando questa abitudine, col passare dei giorni, mi sono accorto della natura divinatoria delle mie letture. Per meglio dire, la scelta delle poesie avviene in modo pressoché casuale, eppure ogni giorno la prescelta sembra sfogliare un velo della mia anima per portare a nudo un disegno, una traccia emotiva che mi preme sul cuore. La selezione è imprevedibile, non dipende da un elenco di poeti preferiti, sovente la curiosità mi spinge a leggere autori di cui ignoro completamente il nome e l’opera. Ma in queste letture addormentate nel sonno della mia inconsapevolezza si agita sempre una bandiera invisibile che porta le insegne di qualcosa che sento familiare. Così oggi la scelta è caduta sulla poesia di un poeta di Sarajevo, Josip Osti, la cui opera è stata ampiamente tradotta in italiano. Il senso profondo delle parole contenute nei versi della sua poesia Mia madre che lucidava di continuo le posate ha battuto contro le mie labbra come una farfalla portata dal vento. È stato ancora una volta come aprire la porta a uno sconosciuto e scoprire le fattezze di un volto di uomo con le rughe agli angoli della bocca e il naso marcato, la compressione di quel tratto breve di fronte che separa le sopracciglia folte e incanutite, e una scintilla negli occhi che ci parla di cose passate. Quell’uomo fermo sulla soglia, con le labbra sospese nell’attimo che immediatamente precede il buongiorno, voleva parlarmi di una madre. La sua o la mia, questo, ai fini della divinazione, non ha molta importanza.

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Josip Osti, MIA MADRE CHE LUCIDAVA DI CONTINUO LE POSATE

Mia madre che lucidava di continuo le posate, adesso
sola in mezzo a Sarajevo, malgrado che in una città
senz’acqua, cibo ed elettricità i cucchiai, le forchette e
i coltelli e tante altre cose abbiano perso il significato di
una volta, continua a farlo. Scopa le schegge delle finestre
in frantumi e la polvere da pareti sgretolate dagli shrapnel,
si mette in grembo il nostro gatto siamese, vecchissimo
ormai, e lustra le posate. Le lucida fino a quando il loro
splendore non l’acceca, assopendola anche, stanca morta
dalle lunghe veglie passate. Ridestandosi a uno sparo
reale o sognato intravede nel cucchiaio lucente il suo viso
sfigurato, esausto e troppo presto invecchiato. Un viso
che per giorni metteva insieme, quando in ginocchio sul
pavimento come in chiesa raccoglieva i frammenti dello
specchio rotto. E continua a lustrare le posate. Le posate
che nella guerra precedente lucidava allo steso modo sua
madre, convinta che verrà il giorno in cui nello specchio
del metallo scorgerà le facce sorridenti dei famigliari, riuniti
tutti fino all’ultimo come il giorno del suo matrimonio.

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