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Leopardi, il giorno che morì, aveva mangiato un chilo e mezzo di confetti, per l’esattezza due cartocci da 850 grammi di cannellini di Sulmona, pensavo che potrei fare la stessa fine con un chilo e mezzo di cuneesi al rum.

Tempo fa, mentre aspettavo in macchina a Testaccio alle pendici del monte dei Cocci, è passata una carrozza trainata da un cavallo indolente, e ho sentito la voce del cocchiere che diceva: “Daje che nella prossima vita io so’ er cavallo e tu er vetturino”.

La notizia che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms ha inserito le carni rosse e lavorate fra le sostanze che possono causare il cancro mi ha fatto venire in mente un passaggio di un’intervista di Robert Birnbaum a Joyce Carol Oates che ho letto tempo fa in cui la scrittrice americana dice: “La maggior parte della gente sceglierebbe di comportarsi in modo corretto e moralmente accettabile se conoscesse le alternative. Ma la vita di queste persone è talmente vincolata dai compromessi. Ad esempio, ogni volta che mangiamo qualcosa, specie se si tratta di pollo, vitello o simili, accettiamo un tipo di cultura consumistica nell’ambito della quale gli animali sono seriamente maltrattati. Eppure la maggior parte di noi non trascorre il proprio tempo a pensarci su e, del resto, abbiamo ogni giorno così tante cose a cui pensare; quando nel negozio di alimentari allunghiamo una mano per prendere qualcosa non è che ci stiamo a domandare: «E questo da dove proverrà? E con quali modalità sarà stato prodotto?» Alcuni lo fanno, ma la maggior parte della gente non ne ha il tempo. Ecco che cosa intendo quando parlo di compromessi morali. Alcuni dei miei studenti sono vegetariani. Io non sono vegetariana. Non mangio carne rossa, ma non sono vegetariana. Ma le argomentazioni di carattere morale sono tante e hanno una discreta rilevanza”. Così ho pensato che d’ora in poi, ogni volta che addenterò una fetta di cacciatorino, sarò posto di fronte a un dilemma morale, perché il mio stato di salute è legato alla responsabilità che ho nei confronti dei miei familiari, e perché una mia eventuale morte non è una questione che riguarda solo me, tuttavia l’idea che una fetta di cacciatorino possa scatenare in me un tale casino mi fa desiderare con tutto me stesso un chilo e mezzo di cuneesi al rum.

Ho letto un’intervista a Joyce Carol Oates in cui dice: “Sto lavorando a una storia – beh, io lavoro sempre a qualcosa di diverso, quindi si tratta sempre di qualcosa di effimero, in un certo senso. Sono le riflessioni morali a impensierirmi” e ho pensato a quant’è buffa l’idea che un essere umano lavori a una storia, quando invece, si sa, di solito accade il contrario, ossia è la storia che fa tutto il lavoro per noi.

Domenica sono andato al laghetto di Villa Borghese, ho guardato i turisti che facevano la fila per noleggiare una barca, un gruppo di bengalesi che suonava canzoni religiose e due carabinieri a cavallo che salutavano i bambini con grandi sorrisi, ah, poi ho guardato una coppia su una panchina, lei era seduta e lui era sdraiato con la testa sul grembo di lei, chissà perché in questa particolare combinazione storica dell’universo è sempre lui quello che dorme, mentre è sempre lei quella che veglia sul mondo con l’aria pensierosa.

Mi piacerebbe che qualcuno mi mostrasse il linguaggio macchina delle relazioni umane, il codice in cui sono scritti i comportamenti che determinano il rapporto tra due persone, le varie celle di memoria in cui vengono fissate le storie, il flusso decimale a cui corrisponde ogni azione, l’algida monotonia dei comandi, mi piacerebbe leggere chilometri di incomprensibili successioni alfanumeriche, sentirmi come un boscimane posto davanti alla Divina Commedia, mi piacerebbe passare con gli occhi sulla descrizione del momento fatale in cui qualcosa si rompe, e leggerlo senza provare niente.

In America c’è un caso che fa discutere il mondo letterario. C’è un autore albanese, un tale Jiri Kajane, che negli anni Novanta ha incominciato a riscuotere un discreto successo negli Stati Uniti, fino ad essere antologizzato accanto a mostri sacri viventi come Ian McEwan e Joyce Carol Oates. Non solo, Time Out in una recensione arrivò a definire l’inesistente autore “il secondo più importante scrittore albanese vivente” dopo Ismail Kadare. Oggi si viene a sapere che Kajane non esiste. È il frutto di una messinscena di due allievi della University of California di Los Angeles che avevano scoperto che le loro storie, costruite in un’ambientazione americana contemporanea, non catturavano l’attenzione, mentre l’Albania post muro di Berlino  costituiva un setting perfetto e dal sapore vagamente esotico. Così hanno cambiato il setting e lasciato intatto tutto il resto, raggiungendo in poco tempo quel successo che i due non riuscivano a ottenere semplicemente essendo se stessi.  La letteratura, che è il terreno migliore per la finzione, come ben sapeva Borges, non è nuova a casi di questo genere. Posto di fronte all’impossibilità di determinare l’esistenza dei propri personaggi, lo scrittore contemporaneo è costretto spesso ad inventare se stesso, o in altri casi a nasconderlo, a sottrarlo alla vista del mondo (e qui la lista degli esempi potrebbe essere davvero infinita). Del resto, nonostante ciò che i non-fiction writer vogliono farci credere, la letteratura è un sistema fondato sulla distinzione tra realtà e finzione. La scomparsa della barra fatidica e strutturale che isola il territorio del non vero dalla verità assoluta può avvenire solo nel senso dell’irrealtà, e mai nel verso contrario. Ciò che io leggo nella storia di Jiri Kajane, come in altre storie di forzati dell’anonimato letterario, è che l’identità, in questo secolo più che mai, resta il problema cruciale dell’umanità.

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