archivio

Archivi tag: karl popper

Ho letto le dichiarazioni dei leghisti al governo dal palco di Pontida, e ho pensato che se si vuole contrastare questo schifo bisogna smetterla col fare opposizione sentimentale. La Storia dice che la destra oscurantista la si batte combattendo una guerra frontale, dura e ostinata, rimpiazzando i sentimenti iniziali dello sconcerto, dello sdegno e della paura con quelli della rabbia migliore, della sollevazione, della disubbidienza se necessario, del rifiuto. Essere insomma forza viva, di sangue pulsante, e non solo voce critica, o peggio guaito, rimpianto. Cominciamo per esempio a smetterla con parole come tolleranza. Si tollera ciò che è considerato riprovevole ma ineludibile, si tollera per mascherare un’insofferenza di fondo contro qualcuno o qualcosa. Il paradosso è che in nome della tolleranza io dovrei tollerare chi esulta per ciascuno dei 972 uomini, donne e bambini che dall’inizio dell’anno sono morti affogati in mare mentre tentavano di raggiungere l’Europa. Gente – quella che esulta per i morti in mare – che vota, che vive nel mio stesso palazzo, che incontro ogni giorno sul posto di lavoro o nella scuola in cui va mio figlio, che mi siede accanto sull’autobus, al cinema o a tavola la notte di Natale, e verso cui io provo, certo, insofferenza. Io non voglio essere tollerante. Voglio essere accogliente, nei limiti e nel rispetto della legge umana, civile e morale. Umberto Eco diceva che l’educazione alla tolleranza è necessaria per regolare la nostra naturale e biologica reazione al diverso. Preferisco Popper che la chiamava “valorizzazione della reciprocità”, ossia un’idea dell’altro che includa la possibilità della critica e del confronto, ma partendo da una situazione DI PARITÀ e in nome del progresso sociale. Se tollerate, in fondo siete come loro, come quei sadici al governo. Mentre gli esseri umani hanno dei diritti inviolabili molto più complessi. Non hanno semplicemente diritto a essere sopportati; hanno diritto a ESSERE. Ed è quanto basta.

Annunci

Lo ribadivo qualche giorno fa in una discussione pubblica sul web: detesto il termine “tolleranza”. Lo detesto come tutte le parole abusate di cui si è smarrito il significato autentico. Si “tollera” ciò che di per sé è considerato riprovevole ma ineludibile. In questo senso, la voce tolleranza diventa un vocabolo che serve a mascherare un’insofferenza di fondo contro qualcuno o qualcosa. Insomma, un contraffazione del più becero razzismo. Oggi, nel linguaggio sociologico e religioso, è passata invece l’idea che tollerare significhi possedere la capacità individuale e collettiva di coesistere pacificamente con persone singole o gruppi sociali che vivono e si comportano in maniera diversa dalla propria. Insomma, siamo di fronte a uno di quei travisamenti linguistici di cui abbonda il lessico italiano contemporaneo. Sul concetto di tolleranza, già a partire dal Cinquecento, si è ampiamente dibattuto nei secoli passati. La graduale accettazione di una pluralità di opinioni in campo etico, politico e morale ha condotto questo termine a proporsi come baluardo del diritto alla libertà d’opinione. Nulla da eccepire da un punto di vista filosofico. Il problema si pone sul piano sociale e in tempi strettamente recenti. Tollerare oggi significa né più né meno che sopportare. E la sopportazione, si sa, porta con sé forme inevitabili di logoramento. Altra cosa è invece quella che Karl Popper individuava come “valorizzazione della reciprocità” che include la possibilità della critica e del confronto in nome del progresso sociale, scientifico e civile. Sulla perdita di significato, sullo spostamento di senso, sul disperdersi delle parole, ha scritto recentemente, e molto meglio di me, Gianrico Carofiglio nel suo La manomissione delle parole (Rizzoli). Carofiglio ci ricorda che nel secolo scorso già Orwell mostrava nei suoi scritti come “combattere contro il cattivo linguaggio significhi, anche, opporsi al declino della civiltà”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: