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Avete presente Justine, il personaggio interpretato da Kirsten Dunst in Melancholia? Quando il pianetone chiamato appunto Melancholia sta per abbattersi sulla Terra, Justine, che all’inizio del film è in preda a una depressione fuori controllo, è l’unica che non si fa prendere dal panico, ma anzi assume un atteggiamento di impassibile lucidità, tanto che gli altri, coi nervi e la psiche a pezzi, si aggrappano a lei per resistere. Stando a quel che si racconta, uno psicoterapeuta riferì a Lars Von Trier che i depressi tendono ad agire con calma quando sono immersi in una situazione di forte pressione, perché sono abituati a simulare gli esiti degli avvenimenti spiacevoli. Ora, in tempi di panico collettivo, sto cercando di capire con me stesso se è vera la tesi di Melancholia, ossia se riesco a mantenermi lucido laddove gli altri – quelli che di solito non sono depressi – danno segni di scompenso emotivo. Ebbene a me sembra di sì. Ma non nel senso che all’improvviso noi depressi siamo diventati saggi, placidi, sicuri di noi stessi, coi nervi distesi e gli occhi luminosi rivolti all’avvenire, bensì siamo sempre noi, i vecchi, giudiziosi, immarcescibili depressi, siamo l’usato sicuro in materia di catastrofi. Mentre gli altri, i non depressi, gli altri sbattono la testa da una parete all’altra come mosche impazzite. E quindi m’è venuto in mente che potrei piazzare un banchetto davanti all’uscita della metropolitana e fare il consolatore ambulante in cambio di due spicci. Venite a me gente, io è una vita che vi dico che camminiamo sul filo e che moriremo come mosche.

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