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Ai miei allievi della Scuola del libro, durante il primo incontro del corso di scrittura autobiografica Scrivere di sé, ho proposto un gioco. Pur essendo genericamente allergico ai comandamenti rivolti agli scrittori, ho preso le famose otto regole di Kurt Vonnegut per scrivere un racconto breve (compaiono nella postfazione di Bagombo Snuff Box) e le ho riadattate al racconto autobiografico (le mie sono quelle tra parentesi). Alcune fanno ridere, altre sono mortalmente serie.

1. Fate in modo che i vostri lettori non pensino di aver sprecato tempo per leggervi. (K.V.)
(Fate in modo che i vostri conoscenti non pensino di aver sprecato tempo frequentandovi).

2. Date al lettore almeno un personaggio per cui possa fare apertamente il tifo. (K.V.)
(Voi siete il personaggio per cui il lettore deve fare apertamente il tifo).

3. Ogni personaggio che si rispetti deve volere qualcosa, fosse anche solo un bicchiere d’acqua. (K.V.)
(Siate personaggi di tutto rispetto, vogliate il massimo, non accontentatevi solo di un bicchiere d’acqua).

4. Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il carattere di un personaggio o far progredire l’azione. (K.V.)
(Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il vostro carattere o far regredire l’azione fino alle cause che l’hanno determinata).

5. Iniziate la narrazione il più possibile vicino alla fine. (K.V.)
(Iniziate la narrazione il più possibile vicino al punto in cui vi trovate mentre state scrivendo).

6. Siate sadici. Non importa quanto siano dolci e innocenti i protagonisti del vostro racconto: fategli accadere cose terribili, in modo che il lettore possa vedere di che pasta sono fatti. (K.V.)
(Siate spudorati. Non importa quanto siete dolci e innocenti nella realtà: raccontate cose terribili di voi, in modo che il lettore possa vedervi disarmati).

7. Scrivete per piacere a un solo lettore. Se spalancate la finestra e vi mettete a fare l’amore con il mondo, per così dire, alla vostra storia verrà la polmonite. (K.V.)
(Scrivete per piacere a un solo lettore. Ma per carità fate in modo che quel lettore non siate voi stessi. Se vi mettete a fare l’amore con voi stessi, per così dire, alla vostra storia verrà una famigerata forma di cecità).

8. Date ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, di come e di dove, al punto che dovrebbero essere in grado di terminare da soli la storia nel caso in cui gli scarafaggi si mangino le ultime pagine. (K.V.)
(Date ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, di come e di dove, al punto che dovrebbero essere in grado di spacciarsi per voi nel caso in cui gli scarafaggi vi mangino vivi).

 

Sul parabrezza della macchina ho trovato un volantino su cui c’è scritto: “Impresa edile di progettazione, costruzione e ristrutturazione immobili. Prezzi da crisi”, che mi ha fatto pensare a quella volta in cui – ero molto giovane – passeggiando tra le bancarelle del mercato di via Sannio, uno mi ha chiesto: “Ehi, ti serve una maglia da discoteca?”

Venerdì sera ero a Torino e sono stato a un concerto di un duo indie-folk, il giorno dopo una delle persone che erano con me mi ha mandato una minirecensione del concerto che nel frattempo era apparsa su un social network, nella minirecensione c’era scritto: “La musica è acustica e rallentata. L’atmosfera è talmente homey che una ragazza sferruzza con spesso gomitolo nero”, io però non ho visto la ragazza col gomitolo nero, in compenso per tutta la serata mi sono preoccupato di avere addosso un cappotto che stonava crudamente con l’atmosfera homey.

Kurt Vonnegut, nei suoi consigli ai giovani, una volta ha scritto: “Non preoccupatevi del futuro. Oppure, preoccupatevene, ma sapendo che tanto è un gesto inutile”. Ho sostituito la parola futuro con la parola cappotto e da oggi per me è iniziata una nuova vita.

Ultimamente, interessandomi dei linguaggi della letteratura, ho letto una definizione di stile che mi è piaciuta molto. La definizione è di Clarice Lispector, e fa così:

Questa incapacità di raggiungere, di capire, fa sì che io, per istinto di…di cosa? cerchi un modo di parlare che mi porti il prima possibile alla comprensione. Questo modo, questo ‘stile’ (!), è già stato chiamato con varie cose, ma non con quello che realmente e semplicemente è: una ricerca umile.

Ciò che mi piace molto in questa definizione è l’uso dell’aggettivo umile; che non è riferito al linguaggio letterario – infatti Clarice Lispector afferma che NON lo stile dev’essere umile, ma la ricerca di uno stile. Più avanti (il testo completo è qui) viene precisato meglio cosa si intende per umiltà, e cioè umiltà nel senso cristiano, ossia “piena consapevolezza di essere veramente incapace”, ciò che Tommaso d’Aquino definiva “la virtù che frena il desiderio innato dell’uomo di innalzarsi sopra il proprio merito”. Ora, la ricerca dello stile per uno scrittore – sempre secondo Clarice Lispector – deve passare attraverso il superamento dell’orgoglio, la presunzione di essere capaci di farsi riconoscere in mezzo a mille. E non è un caso che l’assillo dello stile sia una delle preoccupazioni principali di un giovane autore, una cosa che vorrei chiamare “il tormento di essere originali”, tanto più in un tempo storico come il nostro che pone l’originalità al primo posto tra i titoli richiesti a un’opera letteraria. Kurt Vonnegut Jr., in Come scrivere con stile (in appendice a Welcome to the Monkey House), ci spiega mirabilmente come lo stile sia secondario rispetto al contenuto, e lo fa in questo modo:

Per una discussione sullo stile letterario in senso stretto, in senso tecnico, raccomando alla vostra attenzione ‘The Elements of Style’, di William Strunk, Jr., e E. B. White (Macmillan, 1979). E. B. White è uno dei più ammirevoli stilisti letterari che questo Paese abbia prodotto sinora. Dovreste comprendere, inoltre, che a nessuno importerebbe che lo stesso Mr. White si esprimesse bene o male, se questo non avesse cose assolutamente incantevoli da dirci.

I libri che leggo più volentieri sono quelli in cui l’autore assomiglia a se stesso. Cioè sono i libri in cui l’autore non si impone la disciplina monastica di assomigliare alla lingua di qualcun altro, o peggio alla lingua in voga in un’epoca massificata. In questi libri io sento la voce dell’uomo che racconta, sento la verità inequivocabile del suo pensiero. Ciò non vuol dire che amo i libri dalla prosa colloquiale, ci sono scrittori che scrivono in un linguaggio colto e ricercato, un linguaggio che tuttavia non diventa mai stucchevole poiché rappresenta la verità di un pensiero e di un modo di essere propri di quello scrittore. I libri migliori sono dunque quelli in cui la lingua appartiene allo scrittore e non quelli in cui lo scrittore si mette al servizio di una lingua. Ho letto qualcosa a tal proposito negli otto consigli di Kurt Vonnegut Jr. per scrivere con stile. Questo, per esempio: “Io sono cresciuto a Indianapolis, dove il linguaggio comune sembra una sega a nastro che taglia lo stagno galvanizzato, e si serve di un vocabolario tanto disadorno quanto una chiave inglese. […]Io stesso trovo che la mia scrittura è molto più convincente, e anche gli altri sembrano di questa opinione, quando do l’idea di essere in tutto e per tutto una persona che viene da Indianapolis, che è ciò che sono. Che alternative ho?”. Il punto non è tanto che Kurt Vonnegut Jr. scriva come uno che viene da Indianapolis, e quindi usando il vocabolario disadorno che evidentemente è tipico di quelle parti. Il cuore nevralgico della questione sta quando dice che quel linguaggio “è ciò che sono”. Non voglio dire nemmeno che la faccenda debba ridursi a una semplice trasposizione della lingua parlata, ossia di quella appresa da bambini e usata regolarmente ogni giorno della nostra vita e quindi magari infarcita di locuzioni dialettali. Io parlo della lingua del pensiero, della coscienza, dell’anima. Ecco, allora. Una delle regole auree che seguo quando leggo e giudico un libro è questa, che lo scrittore sia stato fedele almeno a se stesso.

Riporto una frase di Kurt Vonnegut Jr estratta da un tributo ad Allen Ginsberg: “Ad essere sinceri dobbiamo ammettere che la poesia più grande soddisfa pochi profondi appetiti nei tempi moderni”. Ci rifletto su, come mi capita spesso, quando isolo un pensiero, una frase, in un contesto più grande, che però mi aiuta a comprendere il senso di qualcos’altro. Quali sono quei pochi profondi appetiti che soddisfa la grande poesia? A me pare che la poesia, più che soddisfare appetiti, apra piuttosto voragini di fame nei ventri umani che ne fanno uso. Io perlomeno la penso così. Riflettevo pocanzi su qualcosa di cui mi sono reso conto solo ieri. Nel mio quartiere ci sono due piccoli giardini  attrezzati con giochi per bambini, recinzioni, panchine, ghiaino e tutto l’occorrente per trascorrere un’ora in santa pace fuori dal circolo vizioso del traffico. Due piccoli ghetti di città. Uno dei due, tuttavia, è più ghetto dell’altro. Uno dei due è frequentato dalla buona borghesia del quartiere che alle sei del pomeriggio porta i propri figli a pascolare in un rutilante sfoggio di griffe e di ritocchi estetici. Nell’altro ci vanno le servitù asiatiche con prole. I due mondi non si combinano mai, neppure per errore. Ognuno nel quartiere sa qual è il posto che gli spetta per diritto di nascita. Si tratta di una discreta e moderna forma di apartheid di cui non si occuperà la grande poesia contemporanea. Uno dei più smaniosi appetiti dei tempi moderni è quello di marcare la differenza sociale, di mostrare la propria attitudine e inclinazione allo schiavismo. La poesia più grande dovrebbe entrare in questi mondi, denunciarli, svelarli, farli a pezzi, poiché quando le storture diventano convenzioni il genere umano è a rischio di catastrofi.

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