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Avete presente Justine, il personaggio interpretato da Kirsten Dunst in Melancholia? Quando il pianetone chiamato appunto Melancholia sta per abbattersi sulla Terra, Justine, che all’inizio del film è in preda a una depressione fuori controllo, è l’unica che non si fa prendere dal panico, ma anzi assume un atteggiamento di impassibile lucidità, tanto che gli altri, coi nervi e la psiche a pezzi, si aggrappano a lei per resistere. Stando a quel che si racconta, uno psicoterapeuta riferì a Lars Von Trier che i depressi tendono ad agire con calma quando sono immersi in una situazione di forte pressione, perché sono abituati a simulare gli esiti degli avvenimenti spiacevoli. Ora, in tempi di panico collettivo, sto cercando di capire con me stesso se è vera la tesi di Melancholia, ossia se riesco a mantenermi lucido laddove gli altri – quelli che di solito non sono depressi – danno segni di scompenso emotivo. Ebbene a me sembra di sì. Ma non nel senso che all’improvviso noi depressi siamo diventati saggi, placidi, sicuri di noi stessi, coi nervi distesi e gli occhi luminosi rivolti all’avvenire, bensì siamo sempre noi, i vecchi, giudiziosi, immarcescibili depressi, siamo l’usato sicuro in materia di catastrofi. Mentre gli altri, i non depressi, gli altri sbattono la testa da una parete all’altra come mosche impazzite. E quindi m’è venuto in mente che potrei piazzare un banchetto davanti all’uscita della metropolitana e fare il consolatore ambulante in cambio di due spicci. Venite a me gente, io è una vita che vi dico che camminiamo sul filo e che moriremo come mosche.

Il rapporto che mi lega alle librerie è regolato da qualcosa che ha a che fare con la sociopatologia e coi disturbi della personalità. Ci sono librerie che mi mettono a disagio, altre nelle quali mi sento come a casa, altre ancora in cui potrei invitare un po’ di amici con i quali intrattenermi a conversare a proposito dell’ultimo film di Lars Von Trier, per poi alzarmi e sparire nel nulla, senza aggiungere una parola. Le librerie non sono tutte uguali, ce ne sono alcune che frequento da anni in cui non sono mai riuscito a comprare un solo libro, altre – come la piccola “libreria da campo” allestita sotto il tendone di una festa di piazza in una piccola frazione di provincia – in cui magari metto piede per la prima volta e finisco col comprare sette volumi. Sono tante le ragioni che mi portano a preferire una libreria piuttosto che un’altra. Per un sociopatico come me una fondamentale è la possibilità di fare da sé, senza interpellare alcun commesso. C’era un tempo a Roma, dalle parti della Stazione Termini, una libreria che aveva come unico ed esclusivo criterio di esposizione quello dell’ordine alfabetico. Per intenderci, lì non c’era il banco delle ultime novità e dei bestseller (quello che lettori come me evitano come la peste ogni volta che mettono piede in libreria). Se cercavi un autore, sapevi subito dove andare a trovarlo. In quella libreria ho comprato tutti i classici che ho letto fra i sedici e i ventiquattro anni, centinaia di acquisti fatti, intere mattine spese a ripassare quell’ordine alfabetico, e mai una volta – dacché mi ricordo – che abbia scambiato una sola parola con il commesso seduto dietro la cassa. La nevrosi sociale che mi prende nelle librerie è una cosa di cui vado fiero, il rapporto corrotto che lega l’essere umano contemporaneo ai libri, del resto, è qualcosa che andrebbe approfondito meglio dalla medicina moderna. Io non appartengo, per intenderci, a nessuno dei tipi descritti da Stefano Benni in un breve scritto apparso nel 1996 su Effe dal titolo Psicopatologia del lettore quotidiano. A volte, fra gli scaffali di una libreria, mi sento come il Kien di Auto da fé, vivo intere ore in una condizione di maniacale isolamento, in apparente sicurezza, circondato dai volumi, come per far sì che per una porzione di tempo il mondo si dimenticasse completamente di me. L’atmosfera poderosa che la presenza di una grande quantità di libri riesce a comporre in una stanza è per me il surrogato perfetto dell’universo. Un universo in cui io sono solo. E in cui non ho bisogno di nessuno.

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