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Milan Kundera di recente ha dichiarato: “Voglio che i miei romanzi restino fedeli al libro per come lo conosco dalla mia infanzia”. È una frase che evidentemente lo scrittore boemo ritiene sufficiente per spiegare una clausola che da anni fa inserire nei suoi contratti editoriali, in base alla quale i suoi romanzi non possono essere pubblicati che sotto la forma tradizionale del libro, vietando di fatto una versione digitale, per esempio, de L’insostenibile leggerezza dell’essere. Stefano Montefiori sul Corriere della Sera, commentando la notizia, ha chiosato dicendo che “l’autore resta padrone del testo; il tipo di libro (cartaceo o elettronico) lo scelgono i lettori”, e a me sembra una verità sacrosanta. Di Kundera il libro che ho amato di più non è un’opera di narrativa, ma un saggio, un saggio sul romanzo. Si intitola, appunto, L’arte del romanzo. Tra le pagine di questa bellissima opera critica c’è una frase che dice questo: “Ascoltava [si riferisce a Tolstoj] quella che mi piacerebbe chiamare la saggezza del romanzo. Tutti i veri romanzieri prestano orecchio a questa saggezza sovrapersonale, e ciò spiega come mai i grandi romanzi siano sempre un po’ più intelligenti dei loro autori. I romanzieri che sono più intelligenti delle loro opere dovrebbero cambiare mestiere”. Per quanto si possa parlar male dell’editoria digitale, ma non è questo l’argomento che qui mi interessa, va detto che un romanziere che vieta la diffusione dei propri libri ostracizzando una forma legittima come l’ebook, è innegabilmente uno che non deve cambiare mestiere.

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