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In Germania si sta mettendo in discussione il limite stabilito per legge delle otto ore di lavoro giornaliere. Si definisce questo limite “obsoleto”, perché nell’epoca digitale “le aziende hanno bisogno della certezza che non infrangono la legge se un impiegato partecipa di sera a una conferenza telefonica e se a colazione legge le mail”. Visto che attraverso i mezzi digitali si è realizzata una commistione tra vita privata e lavoro, i cui confini sono sempre più labili, per non dire che sono definitivamente aboliti (questo varia ovviamente da lavoro a lavoro), l’idea tedesca non è tanto di ridiscutere un limite, quanto di abolire l’idea stessa di porre un limite. Il lavoro coincide con la vita, come se nella vita non esistesse altro che il lavoro. Non solo il limite, ma il concetto stesso di orario di lavoro è obsoleto. Eppure ancora oggi costituisce, salvo poche e lungimiranti eccezioni, il fondamento che sta alla base di qualsiasi organizzazione del lavoro. Un sistema che si fonda sul principio che il datore di lavoro acquista dal lavoratore una particolare capacità produttiva (quella “merce speciale” – come la chiamava Marx – “che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell’uomo”). In realtà, ciò che il datore di lavoro acquista dal lavoratore è il tempo, e non la prestazione. E questo “prodotto” non può essere ora ridotto, per i saggi di Germania, a solo un terzo delle ventiquattro ore. Ora il datore di lavoro pretende di acquistare il pacchetto completo, le ventiquattr’ore, ossia la vita intera del lavoratore. L’idea che una persona felice possa lavorare meno e meglio, e quindi essere più produttiva, è un’utopia destinata a restare tale. La civiltà in cui ci è toccato vivere diffida del tempo libero. La rivoluzione digitale sta spingendo le cose in questa direzione. Una persona che ha molte ore a disposizione fuori dal proprio lavoro viene vista con sospetto. Ancora oggi questa etica del lavoro subisce l’influenza di valori religiosi antichi di millenni (nella Bibbia il lavoro è la punizione per i peccati dell’uomo, e un riformatore come Lutero sosteneva che “nessuno muore di lavoro; sono piuttosto l’ozio e la mancanza di occupazione a rovinare il corpo e la vita”). Sulla carta d’identità è riportato il nostro lavoro, quando moriamo o ammazziamo qualcuno o perveniamo agli onori della cronaca, prima ancora di chiamarci per nome, ci definiscono in base alla professione: “Idraulico uccide la madre e va a costituirsi”. Perché allora dovremmo mai continuare a mascherarci da qualcos’altro per sedici ore al giorno, fingere di non essere ciò che il mondo vuole che siamo, impiegati, artigiani, commessi, avvocati, amministratori delegati, magazzinieri, autisti, piloti, poveri stronzi, o quel che sia?

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Qualche volta pranzo su una panchina, un’aiuola recintata in una piazza avvilente di Roma. Intorno scorre il traffico delle macchine. Siedo con il mio incarto di pizza, davanti a me un paio di poveri con le barbe incolte e gli accenti stranieri centellinano rimasugli di sigarette. Faccio a gara con i piccioni per il mio spazio, loro vorrebbero fagocitare me e il cibo, io muovo i piedi per tenerli alla larga. A me piace stare dove fa fresco, adesso è primavera e già non fa più fresco. Se la panchina sotto l’albero è occupata mi tocca stare al sole, ma io non ci so stare al sole. I poveri invece pare che ci stanno volentieri. Quindi abbiamo fatto questo patto tacito, io sto all’ombra, loro al sole, almeno finché il caldo sarà sopportabile, dopo credo che dovremo condividere l’unica panchina all’ombra. C’è un tizio che va sempre in giro lungo il recinto dell’aiuola a controllare se per terra i passanti abbiano lasciato cadere qualche moneta. Lo guardo mentre bevo dalla lattina un sorso di coca cola. Poi si siede su una sedia bianca di plastica fuori dalla pizzeria, dopo qualche minuto ricomincia da capo. È il suo lavoro. Il suo è uno stage gratuito e a tempo indeterminato.

Che succede, dall’una alle tre del pomeriggio, alle creature umane che lavorano in una grande città come quella in cui vivo io? Che succede quando si placano gli eccessi della danza più frenetica e l’ultimo dei negrieri concede loro una pausa di ristoro e un’ora di libertà? È capitato che ieri passassi di là per caso, perché le mie gambe in cerca di traiettorie e di percorsi mi imponessero la corsa lungo il fiume, là dove si sfiora il limite di un quartiere inzeppato di uffici di avvocati e di notai. E allora ho incontrato gli sguardi di queste ragazze e di questi ragazzi che camminavano soli come cani, o sostavano sull’orlo di una panchina coi loro piccoli bagagli di cose dolci e semplici, intenti a far trascorrere il tempo cercando conforto nel display di un cellulare o fra le pagine di un libro, o a incartare in silenzio le ultime briciole del loro pasto frugale, il panino mandato giù come una condanna fra le ore sottopagate del loro precariato sottopagato. Erano tanti, ed erano soli, nessuno che parlasse con nessuno, decine di anime pendenti come una fila di uccellini sospesi sul filo. Passeggiavano avanti e indietro come condannati nell’ora d’aria, gemellando forse i loro pensieri a chissà quali maledizioni, lasciando svanire voglie e desideri perché alle voglie e ai desideri si può concedere al massimo un quarto d’ora alla sera, dopo cena, una telefonata, un’occhiata alla Tv, sul calendario un conto alla rovescia di giorni o di settimane che mancano al prossimo ponte festivo. Ecco, mi sono detto, è così che si annienta lo spirito di una generazione, è qui che entra il coltello degli aguzzini che rendono questo tempo e questo paese una stalla di asini bastonati, una spianata allagata di niente. Forse noi non abbiamo saputo scegliere, e la storia non serberà traccia di questa immensa schiavitù.

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Jack Hirschman, LA FELICITÀ

C’è una felicità, una gioia
nell’anima che è stata
sepolta viva in ciascuno di noi
e dimenticata

Non si tratta di uno scherzo da bar
né di tenero, intimo umorismo
né emozioni di cordialità
né un grande, brillante gioco di parole.

Questi sono i superstiti che sopravvivono
a ciò che accadde quando la felicità
fu sepolta viva, quando essa
non guardò più fuori

degli occhi di oggi, e non si
manifesta neanche quando
uno di noi muore – semplicemente ci allontaniamo da tutto, soli

con quello che resta di noi,
continuando ad essere esseri umani
senza essere umani,
senza quella felicità.

Sono stato abbastanza a lungo un disoccupato per comprendere l’orgoglio e la disperazione dei lavoratori dell’Alcoa accampati da ieri in piazza Montecitorio con tende e bivacchi in attesa di notizie sul destino dell’azienda per cui lavorano. Ho conosciuto per anni il volto inimmaginabile delle ore che passano a vuoto, le infinite passeggiate per i viali dei parchi e le vetrine dei negozi che esponevano un altro mondo. Ho cucinato pranzi nella solitudine della mia cucina ascoltando alla Tv le notizie dei telegiornali e immaginando come fosse la vita di quella annunciatrice, a che ora suonasse la sua sveglia, il trucco messo in fretta, la macchina e il parcheggio aziendale, un caffè veloce preso coi colleghi prima della messa in onda, una busta paga, nessun silenzio imbarazzato quando qualcuno ti chiede “che lavoro fai?” e tu sei lì che cerchi le parole rimuginando sul fallimento della tua esistenza. Ho temuto anch’io di essere una specie di ombra senza forma, di non avere diritto a niente per il solo fatto di non avere niente, di non essere parte attiva di questo mondo, una specie di pensionato senza pensione, un vecchio senza saggezza e senza una vita da raccontare. Le mattine a fare viaggi senza meta in metropolitana erano lunghe, mi sembrava uno sproposito di ore, Villa Borghese e la terrazza del Pincio in cui qualche volta andavo a scrivere, o le sale di una biblioteca che mi mettevano in testa troppe cose e me ne sottraevano troppe altre. Sono stato abbastanza a lungo un disoccupato per imparare che in quelle ore del giorno ci sono uomini che fanno cose strane e altri uomini coi quali hai preso un appuntamento per un colloquio di lavoro e che ti offrono 4 euro l’ora per fare fotocopie tutto il giorno in una copisteria, in un seminterrato arroventato nei pressi dell’Università in cui ti sei laureato. Loro lo sanno quanta angoscia, quando senti di essere l’ultimo essere sulla faccia della terra, quando sei un morto senza morte.

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A UN LICENZIATO

E tu non ridere non piangere e non pensare
né con gli occhi vivaci, immensamente intelligenti
né col cuore pieno di allucinazioni
e non stringerti i lacci delle scarpe con la soddisfazione
di chi va alla forca
la tua vita è con le spalle al muro
l’umanità e tutto ciò che è astratto
anche quel cane magro di tua figlia
negherà l’ombra che ti ha seguito il corpo
e tua moglie – abbi cura di lei –
che il tuo altruismo è un altro genere di menzogna
e sebbene tu non sia né mascalzone né onesto
quello che ormai ti manca è l’amore per definizione
il gelo nel secchio che è diventata la tua vita
il tuo lavoro convertito al cristianesimo
nel precetto evangelico della carità
e se anche non avessi cinquant’anni
e una stanchezza dell’intelligenza
non perderti
in lacrime sul domani che non viene
chi ti ha arruolato nei ranghi di questo genere di umano
ti ha rimesso alla porta, è il progresso
l’uomo mangia uomo
il sistema più spiccio per riportarti
in guerra

 

 

Non dirò niente di interessante e niente di intelligente. Dirò che ho letto stamattina due notizie apparentemente contrastanti ma che, a ben vedere, nascondono una radice comune. La prima notizia è questa: nella cosiddetta “generazione dei senza lavoro” un giovane su due guadagna meno di 800 euro al mese. La seconda riguarda l’incremento in Italia del consumo di cocaina in tutti gli strati sociali della popolazione, con una percentuale che sfiora il 7% fra i giovani. Ho detto che sono apparentemente due notizie contrastanti perché la prima, naturale, domanda che mi viene in mente è: come fai a comprare cocaina se non hai un lavoro? Ci sono mille risposte ammissibili a questa domanda, tutte verosimili. La cosa che più di tutte fa paura è il quadro che ne emerge, il disegno angosciante di una nazione che respira affannata e che non si tocca più nemmeno il volto per cercare le sue fattezze perdute, una terra fatta di gente che si scompiglia nella schiuma dei giorni fra diritti negati e violenze vessatorie instillate dalle droghe prestazionali. La mancanza di lavoro e la diffusione sempre più massiccia del consumo di cocaina rappresentano i due volti dell’epidemia che sta imputridendo le radici di questo paese, corrompendo intere generazioni, intaccando il futuro nei due versi, sono il diritto e il rovescio della medesima vergogna. Da una parte la mancanza di un posto di lavoro che garantisca un’esistenza dignitosa è l’elemento che mina la costruzione di un qualsiasi tipo di futuro, dall’altra la distruzione sistematica di ogni sicurezza individuale – attraverso l’introduzione, nel corpo e nello spirito, di una forma sintetica di coraggio – edifica uomini deboli ma feroci, piccole bestie da competizione. Tutto questo, ci dicono, accade nell’era dell’ottimismo facile. Non è un mistero che – al contrario – quest’epoca sia dominata da un immenso abisso di tristezza. Per questo oggi, leggendo le due notizie, ho pensato che stiamo calpestando le assi marcite di un lungo ponte sospeso sul vuoto, e che forse viviamo sempre più spesso senza comprendere il lamento di una catastrofe che si annuncia e che turba il mondo. Niente di interessante, appunto. E neppure di intelligente.

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Faruk Sehić, SENZA CARICO SULLE SPALLE ECCETTO QUELLO DELLA MORTE

viene da me un uomo
mentre mangio kebab
chiede un morso
lo strappo con la mano
e glielo dò
mette il boccone
in un sacchetto verde
gli domando a cosa gli serve
e cosa porta nel sacchetto verde
dice che dentro ci sono
dei bocconi dei quali
farà una minestra
lui va a casa
pesante come una campana di piombo
parla con le colombe e con le nuvole
lui un profeta stagionale di strada.

In una meravigliosa poesia di Ferreira Gullar ho letto: “L’impiegato pubblico / non entra nella poesia / con il suo stipendio da fame / la sua vita chiusa in archivi. / Come non entra nella poesia / l’operaio / che smeriglia il suo giorno d’acciaio / e carbone / nelle officine buie. / – perché la poesia, signori, / è chiusa: / “non c’è posto” / Entra nella poesia solo / l’uomo senza stomaco / la donna di nuvole / la frutta senza prezzo // La poesia, signori, non puzza / né profuma”. È tutto ciò che non ti aspetti di trovare in una poesia. Così ho pensato con poca tenerezza a tutto ciò che è contrario alla poesia, alla vita stessa di tutti i giorni che è contraria alla poesia, a quegli oggetti e a quelle stanze che si oppongono ad essa e che tuttavia invadono la mia esistenza quotidiana. E i versi sono colati via così, senza sentimento.

TUTTI I GIORNI

Tutti i giorni faccio le stesse cose compio gli stessi gesti
entro in un ufficio e poso un mazzo di chiavi
due telefoni, una bottiglia piccola di minerale, il portafoglio
e la borsa sotto il tavolo.
Tutti i giorni apro di poco la finestra per far entrare un filo d’aria
in questo posto che aria non vede ma solo rumori
di traffico e schiamazzi
accendo il computer mi stropiccio gli occhi
sono appena le sette e mezza di ogni mattina
le stesse identiche sette e mezza
di ogni identico mattino.
Aggiusto il calendario controllo la posta
ordino la scrivania – per quel poco che c’è
da ordinare – do un’occhiata ai titoli dei giornali
e mi indigno e mi vergogno o forse più semplicemente
fingo di indignarmi e di vergognarmi e resto indifferente
o tutt’al più
dimentico in un minuto quello che ho letto e cerco
la concentrazione in qualcos’altro nel rombo di un motore
nella chioma di un tiglio nel verde smeraldo
di una poltrona disabitata sull’orlo di un’altra scrivania
tra le sette che affollano questa stanza o cerco
nei fogli appesi alle pareti un senso ai numeri e ai nomi
alle cose meno interessanti fra le cose poco interessanti
sulla lavagna frotte di sigle scritte a pennarello
appena sopra un fax che di tanto in tanto lamenta
la sua presenza al mondo
urla al soffitto il suo strazio di macchina.
Tutti i giorni impiego il tempo a infilare le ore
in questo deserto maledetto a sbattere gli occhi
sull’orlo di uno schermo
ad aspettare come un vecchio l’ora del pasto per vedere
un po’ di sole
a sbiancarmi la faccia e gli occhi come un fantasma o un insetto
per ritornare a casa da uomo perbene
che può dire di aver fatto coscienziosamente
il suo dovere
e se alla fine segreghiamo dolore e aspirazioni
dietro una maschera di cordialità rivolgendoci con finta grazia
agli altri fantasmi o insetti che pian piano entrano a popolare
la stessa stanza
lo facciamo per non azzannarci per non finire come bestie selvatiche
ciascuno a rinfacciare all’altro la propria vita meschina.
Mi pagano perfino per essere esposto a questo vuoto.
Ci penso eccome a quando passavo le giornate
appeso a un altro vuoto
e non c’era nessuno disposto a farmi un contratto
per morire di un’altra morte ogni giorno
con un’altra benda intorno agli occhi, con un’altra prateria di anni davanti.
Il mio mestiere è la stanchezza.
Tutti i giorni lo stesso giorno.

 

È come se a un tratto lo vedessimo da una certa distanza, un altro morto di stanchezza che si sveglia nel cuore della notte farfugliando a proposito di cose desuete, come la dignità, l’orgoglio personale, il decoro e il rispetto per se stessi. È come se a un tratto lo vedessimo, Luca, e percepissimo quanto ci sia ancora estraneo, ignoto, il pensiero di un uomo ingiuriato e offeso per il fatto che gli viene negata la prima regola di vita in una società umana, avere diritto a mantenersi per mezzo di un lavoro. Questa è la poesia di un amico, Marco Ribani, è un tuffo al cuore. Una cosa di cui l’Italia ha dimenticato di avere bisogno.

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Marco Ribani, PER LUCA, MORTO SUICIDA PERCHÉ LO VOLEVANO LICENZIARE

Così te ne sei voluto andare
Tu che ci credevi
Che una famiglia e un lavoro valgono una vita.
Diglielo, ripetilo da dove sei, tiragli i piedi
quando viene notte e diglielo:
Io ci credevo in quel poco posto nel mondo che occupavo
tanto piccolo che solo pochi sapevano di me.
Eppure non sono stato abbastanza piccolo.
Forse ho peccato di presunzione e tutto mi hanno tolto.
Diglielo: Che tu lo sapevi che i poveri hanno poveri sogni,
ma fidavi sul fatto che per questo non si possono rubare
come le bici vecchie e scalcagnate.
Te ne sei voluto andare. Io non credo
come dicono per disperazione. Ma
per offesa ricevuta.
Un uomo povero non tollera di vivere se si accorge
di avere intorno e addirittura alla guida del paese
squadre di poveri uomini vestiti di ricchezza
La dignità collettiva si è dissolta nel pensiero catodico
Te ne sei andato per lucidità dillo a tutti
che non hai bisogno di pietà.

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