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Gli uomini dovrebbero avere pudore della morte. Dovrebbero tacere di un silenzio grave di fronte ai lutti. Ma il suicidio di Pietro Vanacore, il portiere di via Poma, è una di quelle morti davanti alle quali gli uomini (me compreso) non riescono a tacere. L’uomo si è ammazzato ieri lasciandosi annegare in mare dopo essersi legato una fune a un piede e aver assicurato l’altra estremità della corda a un albero sulla scogliera, forse perché – come leggevo tempo fa in una poesia di Lêdo Ivo – “La fortuna ha voluto che, nel perdermi, / sempre mi ritrovassi, anche stando / nel naufragio che è sempre opera del vento”. Le cronache ci dicono che prima di farla finita abbia ingerito dell’anticrittogamico e scritto su due fogli la frase: “Venti anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio”. C’è una conoscenza che sfugge a tutti noi, una comprensione dei fatti che ci impedisce di fare le giuste valutazioni. Io per questo vorrei astenermi da ogni giudizio, lasciare aperte solo alcune domande che attengono alla pioggia interminabile che cade nei pensieri di ogni uomo. E nel fare questo non mi inoltro nel roveto spinoso della cronaca nera che riguarda uno dei delitti più famosi degli ultimi vent’anni di storia italiana, ma voglio restare nella superficie delle cose, dove il calco dei passaggi lascia le impronte più evidenti. Il vizio che ho di trasformare ogni storia in un’altra storia, meno vera forse, mi ha portato a immaginare cosa può diventare la vita di un uomo quando è gravata per vent’anni da un sospetto enorme, una di quelle cose che alimentano in eterno il pettegolezzo, la maldicenza, la diceria, quella mosca funeraria che ronza intorno a un uomo ancora vivo fino a renderlo un anticipo di cadavere. Ho riflettuto sul diluvio di giorni che si sommano uno sull’altro, sull’episodio di un momento che ti incide per sempre la carne e l’anima, sulla mela marcia di cui continuerai a nutrirti in eterno, perché la verità è una maledizione che in questo paese si diluisce come uno sciroppo, fino a diventare un’ombra, fino a diventare niente. Non so se il portiere di via Poma fosse implicato nella morte di Simonetta Cesaroni. So che c’è un verso della poetessa canadese Denise Desautels che dice: “davanti / tutto è irriconoscibile / perfino l’acqua in cui ci siamo immersi / per poi annegare”.

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Ci sono giorni in cui i miei occhi si fermano su cose particolari, oggetti o persone o luoghi che il linguaggio comune definisce inusuali per il solo fatto che a renderli tali è la loro incongruenza rispetto alla normalità del mondo. Così stamattina, mentre guidavo nel gelo di questo primo giorno di febbraio, ho visto la facciata di un fabbricato che un tempo doveva essere stata una casa, una piccola casa col tetto di lamiera, il rifugio di una modesta famiglia di poveri disgraziati. La casa era murata, le finestre e la porta d’ingresso erano sigillati con grosse colate di cemento. Sulla facciata intonacata di bianco resisteva ancora un numero civico, il 29, con il nove un po’ sbilenco e in predicato di diventare un sei. A dirla così non c’era niente di speciale. A renderla tale è stata l’immaginazione. Nel piccolo spiazzo di terra davanti alla casa infatti c’era il fusto sottile di un albero spoglio. Erano immagini corrose di un tempo perduto, rovine di una storia familiare che adesso parlava con voci avare e illusorie. Su un ramo di quell’albero forse tanti anni fa c’erano appese due corde legate a una tavola di legno, una rudimentale altalena costruita coi resti di una demolizione per lo svago dei più piccini, o forse il cavo dello stenditoio per il bucato, dove un tempo, fra le lenzuola rabberciate, i tessuti e la biancheria, si aggirava una donna bellissima con gli occhi scuri e il mutismo dei più poveri e una cesta di mollette di legno portata a braccio. Il tutto è durato non più di due secondi, il tempo di passare oltre, di cancellare questa storia per cercarne un’altra, in un altro luogo e con altri occhi. Ci sono momenti in cui ho la sensazione di poter entrare in qualsiasi storia, anche in quella casa murata non c’era cemento che potesse impedirmi di curiosare. Un grande poeta brasiliano, Lêdo Ivo, ha scritto: “Chi ha la chiave dei sogni apre qualunque porta. / Chi naviga dormendo arriva in qualunque molo / e nelle navi vede l’abolizione della morte”.

Su repubblica.it ieri è stata pubblicata una galleria di scatti fotografici che ritraggono persone con gli occhi chiusi. L’autore delle immagini è un fotografo tedesco, Benjamin Nadjib, il quale sostiene – come si legge in una nota del servizio – che “a differenza dei ritratti normali nei quali l’interesse è quasi sempre sugli occhi, in queste foto è il volto a ricevere la migliore attenzione”. Scorrendo la galleria ci si trova di fronte a una sequenza di facce di uomini e donne dai tratti irregolari, persone comuni come si dice, coi loro difetti fisici e le loro peculiarità, con una tale ricchezza di espressioni da destare meraviglia. Se dovessi scegliere la didascalia perfetta a questi ritratti ad occhi chiusi prenderei in prestito i versi del grande poeta brasiliano Lêdo Ivo: “Non sappiamo dove siamo. Non sappiamo ciò che siamo. / Nulla sappiamo, se non che c’è una notte / pura e vuota ad attenderci. Una notte intoccabile / oltre il fuoco e il ghiaccio”. Noi umani associamo gli occhi chiusi all’idea del riposo, al sonno, a quando ci rintaniamo in noi stessi per accarezzare il brusio del nostro sangue, o ad ascoltare il ritmo del respiro, ma associamo gli occhi chiusi anche al silenzio, a ciò che rifuggiamo per paura, qualche volta all’idea della morte. Uno dei romanzi italiani del novecento che ho amato di più è Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi. Il titolo allude a una sorta di cecità spirituale, all’incomunicabilità sentimentale che lega il protagonista alla donna che ama, una ragazza condannata alla prostituzione e a un destino di rovina. Quella di Tozzi è un’opera piena di tenerezza e di violenza, in cui spesso il senso di meraviglia rende insopportabili i richiami dei sensi. Vi si leggono frasi come questa: “Andava verso la città sovra la quale si raccoglieva una dolcezza d’azzurro, tra le colline l’una più soave dell’altra. Quella bellezza meravigliosa l’umiliava”. Di fronte alla bellezza, così come di fronte all’abiezione, non abbiamo altra via di fuga che non sia chiudere gli occhi. Ho pensato a quante volte gli occhi entrano nei modi di dire della gente: vedere di buon occhio, ad occhio e croce, non perdere d’occhio, pagare un occhio della testa e così via. Una sequenza linguistica che ci dà il senso di come davvero non possiamo fare a meno degli occhi per descrivere ciò che siamo. E ho pensato anche che quando due persone si baciano normalmente chiudono gli occhi, forse proprio – come ha scritto Tozzi – per non sentirsi umiliati da troppa bellezza.

Tedeusz Różewicz, LA PORTA

I muratori andandosene
hanno lasciato nel muro un’apertura verticale
A volte io penso
che il mio appartamento sia convenzionale troppo
ci entrano come niente
i tipi più diversi

Se i muratori non avessero lasciato
quell’apertura nella parete
io sarei un eremita

purtroppo

trascorro il mio tempo
uscendo e rientrando
ultimamente mi hanno messo una porta girevole
attraverso quella porta
entrano le faccende di questo mondo

non ci si è fermato mai
un melo in fiore
né un puledrino
dall’occhio umido
né una stella né un’arnia d’oro
né un torrente con i pesci
e i ranuncoli

tuttavia non murerò quella porta
chi sa non ci si fermi
un uomo buono
e mi dirà chi sono

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