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A pagina 670 della nuova edizione Einaudi di Guerra e pace tradotto da Emanuela Guercetti, Tolstoj scrive: “Che cosa stava accadendo in quell’anima infantilmente recettiva, che captava e assimilava con tanta avidità tutte le più varie impressioni della vita?”. Sta parlando di Nataša, o meglio, sta voltando tra le sue mani la statuina del personaggio di Nataša, la contempla e la rimira, dà due colpi di pollice alla terracotta e ne sistema il profilo, poi si chiede lui stesso che cosa Nataša capterà e assimilerà della vita, insomma come la farà parlare e pensare e muoversi e agire. Ecco, la cosa straordinaria di questo romanzo è che i personaggi sono essi stessi opere d’arte, non solo quindi il libro compiuto in sé, ma ogni singola figura. Se una civiltà del futuro rinvenisse anche solo un frammento di questo immenso romanzo, diciamo la descrizione di uno dei personaggi, il ritrovamento avrebbe lo stesso valore di una statua dei frontoni del Partenone che attraverso il panneggio bagnato di Fidia ci racconta di un mondo perduto.

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Unione Sarda, 20 gennaio 2011
– Lo scorso agosto la rivista Time gli ha dedicato la copertina. Il titolo era: “Great American Novelist”. Lui vi appariva in camicia grigia, lo sguardo diagonale contornato dai famosi occhiali con la montatura nera, occhiali che qualche mese fa, a Londra, uno sconosciuto ha tentato di rubargli durante una presentazione, chiedendogli poi in riscatto la bellezza di centomila dollari. Tanto per chiarire subito di quale culto pagano sia oggetto il nostro uomo. Stiamo parlando di Jonathan Franzen, 51 anni, di professione scrittore. Va detto che in passato, prima di Franzen, il famoso news magazine americano aveva riservato il privilegio di incorniciare nella sua celebre copertina rossa solamente i ritratti di autori del calibro di Joyce, Nabokov, Updike, Salinger e Toni Morrison. E questo, già di per sé, la dice lunga sulla reputazione di cui gode in patria l’autore de “Le correzioni” (libro vincitore del National Book Award e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2002). E pensare che solo fino a una quindicina d’anni fa, in un saggio apparso su Harper’s , uno sferzante Franzen scriveva: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli». Ma col tempo, si sa, anche le opinioni cambiano. E così ecco il titolo di “Great American Novelist” che Franzen si è guadagnato non solo con un lavoro decennale teso a scandagliare le avidità, i vizi e i grandi drammi morali dell’America, ma soprattutto con l’ultima, imponente, fatica letteraria. Quel “Freedom” (Libertà), uscito negli Stati Uniti nell’estate del 2010 per l’editrice Farrar, Straus and Giroux, che ha prima conquistato il presidente Obama – il quale, dopo aver ricevuto il romanzo in anteprima, l’ha scelto come lettura per le vacanze a Martha’s Vineyard – e poi il plauso, pressoché unanime, della critica che sulle due sponde dell’Atlantico ha salutato l’opera definendola, senza timore di esagerazioni, «il nuovo grande romanzo americano» e il suo autore il «Tolstoj del nuovo millennio». Freedom è un ambizioso ritratto della middle class americana, è ancora la storia di una famiglia di provincia, come i Lambert de “Le correzioni”. La famiglia è quella dei Berglund, Patty e Walter (questi i nomi dei due protagonisti), una coppia di depressi che vive a St. Paul, Minnesota. I Berglund sono avanguardisti della Whole Food Generation, la generazione del cibo sano, hanno una casa vittoriana e due figli, Jessica e Joey, cresciuti secondo principi moderni, liberali ed ecologisti. Questa però è solo la superficie delle cose. Dietro l’apparenza c’è una storia fatta di tradimenti, di comportamenti moralmente discutibili, di rapporti bellicosi coi vicini e vecchi triangoli amorosi, un alveo tellurico insomma che costituisce la materia autentica e torrenziale del romanzo. Sullo sfondo c’è l’America di George W. Bush, la guerra in Afghanistan, la devastazione del Paese perpetrata dagli uomini del presidente, e quella parola, “libertà”, abusata e svuotata del suo significato autentico e reale. «Ho scritto il romanzo quando Bush si era appropriato di questo termine, cercando di spiegare al mondo cosa fosse», ha dichiarato lo stesso Franzen. «Tendo a mia volta a non parlarne troppo, per preservarla da altre possibili interpretazioni fuorvianti». “Freedom” farà la sua comparsa sugli scaffali delle librerie italiane entro il prossimo febbraio. Sarà pubblicato da Einaudi (come le opere precedenti) con la traduzione di Silvia Pareschi. Il titolo italiano inevitabilmente sarà “Libertà”.

ANDREA POMELLA

Tra il ’90 e il ’94 cercai i libri di John O’Brien, l’autore di Via da Las Vegas, in tutte le librerie di Roma. Nel ’94 smisi di cercarli in coincidenza con la morte di O’Brien (martoriato dall’alcol si sparò, nello stesso anno di Kurt Cobain e due settimane dopo aver venduto a Hollywood i diritti del suo libro). Quelli erano anni in cui coltivavo il senso della sconfitta. La sconfitta mi attraeva e mi allontanava, qualche volta mi rendeva schiavo nel mio modo di essere, come se riuscisse a imprigionarmi ai suoi luoghi peculiari. Tolstoj diceva che “per vivere con onore bisogna struggersi, battersi, sbagliare e ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente”. Così, conosciuta per sentito dire la fama che circondava Via da Las Vegas, il libro in cui si raccontava del breve amore fra la prostituta Sera, e Ben, l’alcolista allo stadio terminale, lo cercai e lo ricercai, ma senza metodo, sperando quasi di non trovarlo, come per timore che tra le sue pagine si nascondesse una specie di vaso di Pandora e che al solo toccarlo potesse volare via tutto quel poco di mondo in equilibrio fragile che mi circondava. E infatti non lo trovai mai. Mi rifiutai persino di guardare il film che ne trassero qualche anno dopo, con Nicolas Cage nella parte di Ben, e che vinse anche il premio Oscar. Mi sono deciso quest’anno, dopo che Minimum Fax l’ha ripubblicato in Italia. Nel Dottor Sax di Kerouac c’è un passaggio che dice: “Lasciatemi sciogliere le ossa in questa pioggia! – per vivere un’esistenza da eremita nell’oscurità della sua notte”. Ecco, dopo la lettura di una cinquantina di pagine del libro di O’Brien mi sento sfiancato sotto le coltri della sua bellezza, e come quell’eremita mi godo la pioggia dei mali che cadono dal cielo di Las Vegas. Forse valeva la pena di aspettare quindici anni.

Diane Di Prima, POESIE PIÙ O MENO D’AMORE

cento larve
hanno insegnato alle mie viscere a torcersi
cento settimane or sono

e adesso tu vieni con bacche
nei capelli
e aspetti il mio
applauso.

Mi domando
perché
abbiamo dormito
insieme

quelle notti
e cosa abbiamo perduto

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