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Una grossa parte della letteratura novecentesca ha avuto a che fare con la questione della memoria, con ciò che Proust chiamava “l’edificio immenso del ricordo”. La memoria è presa nel titolo di questo libro che ho letto di recente; è di Péter Nádas, si intitola appunto Libro di memorie (Dalai – traduzione di Laura Sgarioto). Qui le memorie tuttavia non appartengono all’autore né alla sua biografia: “Non vorrei ingannare inutilmente nessuno”, mette in chiaro Nádas nella nota di apertura. “Ho scritto un romanzo, ho narrato i ricordi di varie persone”.

La storia. Si alterna su tre piani narrativi principali: il primo è la vicenda di un drammaturgo ungherese di stanza nella Berlino Est degli anni Settanta, compreso in un triangolo amoroso tra un giovane poeta e un’attrice di teatro; il secondo rievoca l’adolescenza del narratore nel periodo che segue la rivolta ungherese del ’56, concatenando episodi familiari a una struggente formazione umana e sessuale: il terzo è un romanzo nel romanzo ambientato alla fine dell’Ottocento e che ha per protagonista uno scrittore tedesco dissoluto.

Nella scrittura di Nádas l’architettura del ricordo si compone e si scompone a prescindere dalle persone che ne conservano traccia. È come se la memoria stesse al di sopra dell’uomo, lo dominasse, come se ci fosse un luogo collettivo delle reminiscenze in cui le sensazioni, gli stimoli, i sapori, le energie che formano i nostri giorni, si uniscono fino a fondersi. Così questo romanzo finisce per assomigliare a un castello in cui si susseguono stanze dopo stanze e in cui in ciascuna ci sembra di ritrovare qualcosa che abbiamo già visto in una stanza precedente, o addirittura in un castello visitato in un’altra occasione.

“Perché io ero lì, e ho immaginato di non essere lì, e insieme a me camminava il vecchio signore che sarei diventato, e lui si portava dietro la sua giovinezza, e il vecchio signore che rievoca la sua giovinezza in riva al mare rispondeva perfettamente ai miei scopi, che ormai si limitavano a essere puramente letterari […]”

Forte dell’endorsement di Susan Sontag che lo ha definito “il più grande romanzo dei nostri tempi”, Libro di memorie si costruisce su una esasperata dilatazione dei tempi, una dilatazione che a tratti sfiora vere e proprie forme di onirismo latente, e su una scrittura morbida e sensuale, per un risultato finale che molta parte della critica non ha esitato a equiparare alle opere di Musil, Proust, Joyce e Mann.

 

Come ogni anno, con l’approssimarsi del mese di ottobre, iniziano a girare sondaggi, classifiche, elenchi di candidati alla vittoria del premio Nobel per la letteratura. È un gioco sterile, perché a rigore non esistono “candidati”, o meglio, esistono (ne parlava lo stesso Alfred Nobel nel testo delle sue disposizioni testamentarie: “all’atto dell’assegnazione dei premi non si tenga nessun conto della nazionalità dei candidati”) ma all’interno di quel segretissimo conclave composto dagli accademici di Stoccolma. Per qualcuno è pur sempre un gioco, e come tale a giocare non ci sarebbe niente di male. Invece un po’ di male c’è, perché spesso questo genere di classifiche viene orientato e sfruttato a fini commerciali per vendere meglio i libri di determinati autori. In questo 2012, tra bookmaker e apprendisti stregoni si dà per favorito – accanto ai soliti Roth, McCarthy, Oz – il giapponese Murakami (per gli italiani circolano i nomi – tenetevi forte – di Camilleri, Saviano e Maraini). Ora, se proprio vogliamo giocare, si fa presto ad accorgersi di quanto siano ridicole certe affermazioni tipo “Murakami favorito al Nobel”. Per esempio leggendo, come sto facendo io, Libro di memorie di Péter Nádas.

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