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Ho l’impressione che di tutte le liste in circolazione per scrivere bene non ce ne sia una valida in senso assoluto, ovvero ho l’impressione che le liste in circolazione in realtà si contraddicano l’una con l’altra, che laddove un autore dica la sua su un certo aspetto dello scrivere bene, ritenendo che quel certo aspetto sia imprescindibile per una buona riuscita del testo letterario (per esempio Franzen dice che il lettore non è un avversario o uno spettatore, ma un amico), ci sia un altro autore pronto a contraddirlo, sostenendo il contrario con altrettanta enfasi e portando a favore della sua tesi delle prove inoppugnabili, ci sono poi gli autori che non si azzardano a stendere alcuna lista per scrivere bene e che però le contraddicono tutte con le loro opere (per esempio quando leggo Céline non ho la sensazione che Céline mi consideri un amico); in genere in questo elenco ci sono gli autori che preferisco.

“Chi, oltre la Woolf, ha scritto romanzi con gli occhi della morte, con gli occhi di chi sente già conclusa la sua parabola storica, ed è già idealmente uscito dalla vita, e si trova in un suo interregno e può per questo guardare alla vita con l’amore, la soffocata pietà ma anche la distanza, la lucidità tagliente, la disincantata intelligenza di chi alla vita non appartiene più?”. Questa è una domanda che mi è stata posta ieri e che contiene almeno due spunti interessanti. Il primo: davvero riesce a scrivere così, ossia con “soffocata pietà” e “lucidità tagliente”, solamente chi ha estinto l’anima ancor prima del corpo fisico? La seconda: è corretto ridurre la letteratura solamente a questo compito supremo di manifestare la verità profonda del vivere? Ieri sera, prima di cena, rileggevo alcuni passaggi tratti da Angeli di desolazione di Jack Kerouac, un autore che amo visceralmente. C’è una frase, a un certo punto, che pronuncia il Jack Duluoz narrante, l’avvistatore di incendi che in nove settimane di solitudine cerca la verità dell’essere sulla cima della Desolation Peak, e che fa:“Come può qualsiasi cosa finire?”. Ecco, Kerouac non accettò mai che le cose finissero, troppo amore per la vita, troppo struggimento, troppa frenesia. È una vitalità, la sua, tutta americana, che non conosceva e non poteva conoscere, al contrario, un’autrice come la Woolf, perfetto prodotto della civiltà culturale europea. Così come non la poteva conoscere Céline, altro autore che mi viene in mente quando si parla della “disincantata intelligenza di chi alla vita non appartiene più”, uno che scrisse: “La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”. Ecco, io penso che la grande letteratura del mondo abbia più volte toccato quel nocciolo fumante che sta lontano dalle distrazioni che servono all’uomo per vivere. E penso anche che ogni autore, per scrivere anche la più banale delle pagine letterarie, debba in qualche modo prendere distanza dalla vita, non appartenerle più, che sia per un’ora, per un pomeriggio, o che sia per sempre.

La mia vita di lettore dei romanzi di Houellebecq si era precocemente interrotta nel 1999, anno di pubblicazione in Italia di Le particelle elementari. Tanto trovai nauseante quel romanzo che decisi in un colpo solo di mettere una pietra sul nome di questo scrittore. Complici di un simile giudizio tranchant erano stati quei critici letterari che si erano affrettati a fare paragoni davvero impossibili con gente come Céline e Camus. Se vuoi disgustare i lettori come me e convincerli immediatamente della poca o nulla affidabilità di questo e quell’autore, è sufficiente che tu gli dica frasi tipo “devi leggerlo assolutamente, è il nuovo Céline” (o il nuovo Dostoevskij, fa lo stesso, l’effetto è ugualmente garantito). Houellebecq nel frattempo ha pubblicato molte altre cose, e ha prosperato benissimo, va da sé, anche senza che io gli concedessi il mio sdegno o il mio sentito apprezzamento. Finché non mi è capitato sottomano quest’ultimo La carta e il territorio, uscito in Italia per Bompiani alla fine di settembre, storia di Jed Martin, artista suo malgrado, protagonista defilato dei vorticosi ambienti dell’arte contemporanea, che un bel giorno decide di dipingere il ritratto di Michel Houellebecq scrittore. Questa, l’avrete capito, non è una recensione, è piuttosto il racconto di una riconciliazione. Perché di questo si tratta, una riconciliazione tra un lettore (in questo caso io) e un autore (Houellebecq, qui presente anche nelle vesti di personaggio letterario). Mi costa davvero fatica un simile ravvedimento, sono generalmente ostinato, irremovibile, nei giudizi letterari. Però ho trovato in questo romanzo passaggi davvero folgoranti, descrizioni sublimi, su tutte gli uffici alla periferia zurighese che ospitano l’associazione per l’eutanasia Dignitas in cui il protagonista va a cercare i resti di suo padre scappato da Parigi per comprarsi una morte dignitosa, ed il contrasto con l’edificio del bordello Babylon FKK Relax-Oase, sontuoso ma semideserto, il quale induce Jed Martin a considerare che forse “il valore commerciale della sofferenza e della morte era diventato superiore a quello del piacere e del sesso”. Unica pecca, alla quale davvero fatico a trovare una spiegazione, è il motivo per cui nella copertina dell’edizione italiana abbiano optato per l’immagine di una colomba che cade dall’alto come lo spirito santo. Dicono che sia un’opera di Robert Gligorov dal titolo Divina. Io, con tutta la buona volontà, non sono riuscito a trovare un nesso con la storia. Chissà che non dovrò far passare altri undici anni (anche se Houellebecq stavolta non avrà colpe).

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