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Un pezzo mio uscito due giorni fa su Studio.

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Ne La dolce vita c’è questa scena. Una folla è radunata davanti a una caserma dei carabinieri. Nella caserma sono rinchiusi due bambini che dicono d’aver visto la Vergine Maria. Paparazzo e altri due reporter si insinuano nella caserma, dove scovano la madre, il padre e il nonno dei bambini. Li accompagnano fuori in balcone e li inducono a mettersi in posa per scattare qualche foto. Il padre dei ragazzini, con accento tiburtino, dichiara: «È un effettivo miracolo, la Madonna se ricorda de tutti!». Poi, guardando nell’obiettivo della macchina fotografica, chiede ansioso: «Sto bene così?».

È sabato. Roma è assediata da quaranta, desolanti gradi. Le strade e i tetti della città riverberano come in un incendio. Io, A. e il bambino arriviamo a Bagni di Tivoli. Sono le nove e mezza del mattino, parcheggio in una traversa della Tiburtina, accanto a un vecchio lunapark deserto con le macchine a scontro coperte da grigi teli mortuari. La luce è un fuoco bianco, il traffico è pesante, ci sono in giro più macchine che persone. Davanti alla facciata in stile neoclassico del complesso termale – le terme di Roma, come vengono sfarzosamente chiamate – respiro un’aria da Meridiano Mondadori: mi sembra di vedere il fantasma di Proust a braccetto con la madre nella stazione termale di Mont-Dore, o quello di Thomas Mann con Katja Pringsheim e i loro sei figli a Bad Tölz in Baviera. Le qualità benefiche di queste acque sono note dai tempi antichi, ma io cercavo più semplicemente una piscina in cui far sguazzare mio figlio, che ha cinque anni e che, da fine giugno, ossia da quando la materna ha chiuso i battenti, sta impazzendo di caldo e di noia su un tappeto di un metro per due al terzo piano di una palazzina di Roma nord.

Davanti allo stabilimento termale l’aria è malinconica. C’è un grosso bar dismesso il cui ingresso è ostruito da una fila di bandoni in lamiera. L’insegna dice: Gelateria Snack Bar Pasticceria Al Paradiso. C’è una birreria, una cartolibreria e svariati Compro oro. È da queste parti che Fellini ha girato la scena del miracolo. Ed è qui che, lambito dall’odore sulfureo delle acque, entrando nelle piscine, mi sento investito da un soffio leggero d’aria frizzante, una correntina che mi rigenera ogni singolo atomo e che, come il padre dei ragazzini miracolati de La dolce vita, mi fa esclamare: «La Madonna se ricorda de tutti!».

Ecco, io non so se sia proprio merito della Madonna. Fatto sta che la prospettiva delle piscine, i piccoli prati ben rasati, le aiuole, i padiglioni in stile palladiano con le cabine da cartolina anni Cinquanta, mi conciliano l’umore e abbassano il livello di stress che mi infesta le ghiandole surrenali. Eppure io sono il tipo che si annoia a morte nelle piscine, sulle spiagge, in tutti quei posti in cui le persone associano l’idea di vacanza con la demolizione sistematica di sé e degli ultimi brandelli della propria dignità.

Così, nel vasto prato punteggiato da palme e ulivi che attornia la piscina denominata La spiaggia, ci mettiamo in cerca di un posto all’ombra. Il pubblico dei bagnanti è variegato, per la maggior parte è composto da famiglie, ma c’è anche una discreta riserva di coppie, mucchi di adolescenti scatenati, ex ribelli che con l’età hanno conquistato un certo aplomb, sebbene i tatuaggi sbiaditi sui loro corpi color bacon ne testimonino i lontani ardori. Come il tizio che mi si para davanti mentre mi appresto al primo bagno di stagione, il quale sfoggia sulla pelle una scritta che gli copre la schiena da una scapola all’altra: L’amore dal vivo.

I tatuaggi sono una delle cose che mi piace guardare nei posti in cui la gente si aggira discinta, soprattutto se si tratta di text tattoo. Non perché sia un cultore di tatuaggi, ma perché, come scrive Melville in Moby Dick, un uomo tatuato è nella sua stessa persona un’opera meravigliosa in un solo volume. Di questi volumi unici è piena Bagni di Tivoli. Per esempio c’è una colonia di neonazisti con al seguito mogli e figli. Uno di loro esibisce la schiena grassa ricoperta di tatuaggi crudelissimi, mentre langue a mollo su un gigantesco coccodrillo gonfiabile. Un altro invece, sdraiato sotto la stessa palma in cui abbiamo messo radici noi tre, ha sul petto un fregio complicatissimo nel quale riconosco la scritta Carlo e Miriam. Mentre osservo il tatuaggio di Carlo, Miriam dichiara con una certa solennità: «Amo’, io me butto».

Scrutare le forme dell’amore è un altro ottimo passatempo per chi, come me, vive le consuetudini dell’estate con lo stesso entusiasmo di Prometeo per gli uccelli rapaci. C’è una coppia di anziani per esempio, di quelli organizzati, con ombrellone, tavolo, sedie, frigo portatile, giornale, carte da gioco e cellulare Panasonic fine anni Novanta. Lui ha una corporatura tozza, è gonfio, con una pelle tesa come quella d’una donna gravida. Lei ha in testa un fazzoletto da contadina da cui si intravede un bigodino. Parlano in dialetto abruzzese. Mi fa un po’ di malinconia perché è la stessa lingua che parlavano i miei avi. All’ora di pranzo spolpano ossa scure, abbacchio credo. Poi si fanno una partita a scopa, e mentre giocano, di tanto in tanto attingono a un gruzzolo di dischetti rossastri che sulle prime prendo per fiches e che invece sono fette di salame aquilano.

La testimonianza del costume di un’Europa al tramonto non è data però da questi due, tantomeno dalle numerose donne dell’Est che mostrano i segni di cesarei eseguiti male, come quelli che vedevo in spiaggia da ragazzino, trent’anni e passa fa, sui grembi delle madri italiane. La decadenza sono io. Io che mi guardo dall’alto in uno sdoppiamento sognato, riverso sul telo e con stampata sul viso una risata idiota, come quella di Noodles nella fumeria d’oppio, un grosso quarantenne schiavo delle proprie velleità artistiche che si rotola a pancia in su stringendo fra le braccia un enorme pallone gonfiabile marchiato Peppa Pig.

Insomma, faccio i bagni. Mi prodigo a far saltare in acqua mio figlio. I supertuffi, come li chiama lui. Gli insegno a impugnare la pistola ad acqua: «È così che si fa», sentenzio dandomi arie da Lee Van Cleef. Mi metto in fila davanti alla piscina denominata Piscina Centrale per tentare di godermi i getti d’acqua gorgoglianti sparati sulle vertebre cervicali, prima di desistere perché la concorrenza è delle più sanguinarie (tignosi anziani che una volta conquistata la posizione si producono in pose funamboliche per arrivare a farsi massaggiare fino all’ultimo osso del metatarso). Passeggio lungo i sentieri acciottolati tenendo d’occhio chiunque, da padri di famiglia che saltellano sugli alluci scalzi diretti al chiosco bar brandendo improbabili borsellini rosa, a lettori compulsivi di quotidiani sportivi che fissano con gli occhi spiritati la notizia sparata a tutta pagina: È già Baselli-mania! (mi interesso di sport il giusto e non ho cognizione di chi sia questo Baselli).

E così riesco ad arrivare vivo alle due del pomeriggio. Poi schianto. Raccogliamo le nostre cose e ci avviamo. Mentre ci trasciniamo esausti verso la macchina con le braccia rosse come salsicce, A. mi fa: «Stamattina, mentre venivamo, ho visto un Conad qui vicino. Che dici se ci fermiamo e facciamo la spesa?». Sulla strada soffia un vento bollente, il mondo a quest’ora assomiglia a un cosmodromo marziano. Digrigno i denti e accetto senza discutere. Le corsie del Conad sono deserte, sferzate dall’aria condizionata, c’è il solito tappeto sonoro, musica senza nerbo, commessi rilassati che sembrano molto felici di passare il pomeriggio in quest’hangar refrigerato. La cassiera ha i buchi dei piercing senza piercing, una cresta floscia, è indiscutibilmente sopra i quaranta, ma è di quei tipi strenui che non si arrendono. Si mette a scherzare col bambino: «Dove sei stato di bello?». «In piscina», risponde lui. Ci mette una vita a passare tutte le cose sul lettore ottico. Alla fine regala al bambino una shopper di stoffa. «Ringrazia la signora», dico a mio figlio. «Signorina», ringhia lei.

Rispetto al solito, la via sotto casa offre una quantità quasi sboccata di parcheggi. L’unico segno di vita è dato dal canto delle cicale. Sui balconi le tende da sole sono tutte abbassate, assomigliano a tante palpebre chiuse nella controra. Ci infiliamo nell’ascensore carichi di borse e buste della spesa. Una volta a casa, mio figlio si mette a giocare con la nuova shopper di stoffa sul tappeto di un metro per due. Io vado a farmi una doccia, mentre A. sistema la spesa nel frigo. Quando esco dalla doccia, il bambino mi viene incontro, mi guarda e mi fa: «Papà, oggi ti sei divertito?».

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Ho sentito in libreria due persone che parlavano tra loro, una diceva all’altra di non amare particolarmente i libri, e l’altra gli chiedeva il perché. La prima persona ha risposto: “Leggere mi spaventa”. Non ho mai sentito nessuno accampare una scusa del genere. Di solito i non lettori dicono: “Leggere mi annoia”, che è pur sempre una giustificazione valida per non leggere, una giustificazione che esprime un’aspettativa, l’aspettativa che la lettura sia principalmente intrattenimento, come il novanta per cento delle cose che facciamo al giorno d’oggi, compreso guidare, stirare e fare la spesa al supermercato. Ci aspettiamo che tutto sia intrattenimento, un ostinato passatempo che ci distrae dalla noia della vita. Ma dire che non amiamo fare una determinata cosa perché quella cosa ci spaventa indica altro, indica che ciò che ci aspettiamo da quella cosa non è intrattenimento, ma è consolazione. Proust ha scritto che la lettura diventa pericolosa quando invece di ridestarci alla vita personale della mente, tende a prenderne il posto. Questa è esattamente la cosa che capita a quei lettori i quali, nell’istante in cui aprono la prima pagina di un libro, dicono a se stessi: “Il passato non esiste, il mondo inizia in questo momento”. Ciò che cerca questo tipo di lettore in un libro è un mondo che prenda il posto dell’altro, quello che conosce già. Così ho pensato che il non lettore che ho sentito pronunciare quella frase in libreria dev’essere in realtà un ex lettore stanco che ha conosciuto la bellezza, l’emozione, la gioia, l’amore, la sofferenza, la tristezza, tutti i sentimenti che sono al di là della vita e del pensiero e dentro la lettura.

Due sere fa a cena si parlava di scrittori per scrittori e di scrittori per lettori, ossia di autori che nelle loro opere sembrano rivolgersi ad altri scrittori e che all’istinto antepongono la tecnica e il controllo, e di autori dominati invece da una natura generosa e profondamente affabulatoria. Eravamo più o meno d’accordo sull’esistenza delle due categorie (con tutte le sfumature del caso), non eravamo affatto d’accordo sui nomi da ascrivere a ciascuna categoria. Per esempio c’è stata una divergenza sul nome di Calvino che, per quanto mi riguarda, è uno scrittore per scrittori, ma che altri annoveravano nella seconda categoria, mentre eravamo più o meno concordi su Proust, Joyce e Svevo come campioni degli scrittori per scrittori. Allora ho cercato di chiarire meglio il concetto facendo un esempio tratto dalla storia dell’arte, e ho sostenuto che Mondrian è pittore per pittori mentre Van Gogh è pittore per tutti. Ho anche provato a dire che la questione principale non è tanto la ricerca, ossia il peso che un determinato autore attribuisce allo studio e alla sperimentazione, quanto il pubblico dei lettori a cui, consciamente o inconsciamente, si rivolge. A quel punto però è stato necessario chiarire che il pubblico dei lettori non rimane uguale a se stesso, ma muta col passare delle epoche, così la società dei lettori al tempo di Proust non è paragonabile alla società dei lettori americani degli anni Novanta con cui si confrontava David Foster Wallace all’uscita di Infinite Jest, né alla società vittoriana al tempo in cui Dickens faceva uscire Oliver Twist a puntate su Bentley’s Miscellany. La questione dunque va affrontata da una prospettiva simmetrica ma è tuttavia irrisolvibile, e come altre questioni dello stesso genere resta un puro gioco speculativo che riguarda uno dei più interessanti misteri della letteratura: il lettore ideale, la singola persona ipotetica che ciascun autore ha in testa quando vive l’istante più segreto e appartato della sua vita artistica, quando scrive.

Ho letto che nel maggio del ’22, Joyce e Proust, entrambi reduci da un ricevimento all’Hotel Majestic di Parigi, salirono sullo stesso taxi, si immagina che i due più grandi autori europei del Novecento, capitati sullo stesso sedile della stessa vettura, durante il tragitto abbiano parlato di letteratura o di politica o al più di qualche nuova teoria scientifica e filosofica, e invece no, invece pare che fecero il punto sui rispettivi stati di salute, parlarono di acciacchi e di malattie invalidanti, di asma e di cecità, si sfidarono cioè nella materia che è a fondamento di tutta la letteratura del Novecento: l’ipocondria.

Domenica sera ho visto in Tv un programma in cui un tizio americano con una faccia da tonto e un cappellino da baseball racconta di aver incontrato gli alieni sotto terra durante lavori di trivellazione, di aver sparato a uno di loro e di aver assistito a una battaglia tra alieni e quaranta uomini della Delta Force, anche se non si è capito che ci facessero quaranta uomini della Delta Force in un comune sito di trivellazioni né il motivo per cui un comune operaio trivellatore debba andare a lavoro con una pistola ficcata sotto la cintura dei pantaloni, il tizio mostra una cicatrice sulla panza a riprova del conflitto a fuoco con gli alieni, il programma si conclude con la voce narrante che si domanda in tono sibillino perché Obama non abbia mai fatto menzione di questo e di altri fatti analoghi collegati all’invasione aliena.

Una grossa parte della letteratura novecentesca ha avuto a che fare con la questione della memoria, con ciò che Proust chiamava “l’edificio immenso del ricordo”. La memoria è presa nel titolo di questo libro che ho letto di recente; è di Péter Nádas, si intitola appunto Libro di memorie (Dalai – traduzione di Laura Sgarioto). Qui le memorie tuttavia non appartengono all’autore né alla sua biografia: “Non vorrei ingannare inutilmente nessuno”, mette in chiaro Nádas nella nota di apertura. “Ho scritto un romanzo, ho narrato i ricordi di varie persone”.

La storia. Si alterna su tre piani narrativi principali: il primo è la vicenda di un drammaturgo ungherese di stanza nella Berlino Est degli anni Settanta, compreso in un triangolo amoroso tra un giovane poeta e un’attrice di teatro; il secondo rievoca l’adolescenza del narratore nel periodo che segue la rivolta ungherese del ’56, concatenando episodi familiari a una struggente formazione umana e sessuale: il terzo è un romanzo nel romanzo ambientato alla fine dell’Ottocento e che ha per protagonista uno scrittore tedesco dissoluto.

Nella scrittura di Nádas l’architettura del ricordo si compone e si scompone a prescindere dalle persone che ne conservano traccia. È come se la memoria stesse al di sopra dell’uomo, lo dominasse, come se ci fosse un luogo collettivo delle reminiscenze in cui le sensazioni, gli stimoli, i sapori, le energie che formano i nostri giorni, si uniscono fino a fondersi. Così questo romanzo finisce per assomigliare a un castello in cui si susseguono stanze dopo stanze e in cui in ciascuna ci sembra di ritrovare qualcosa che abbiamo già visto in una stanza precedente, o addirittura in un castello visitato in un’altra occasione.

“Perché io ero lì, e ho immaginato di non essere lì, e insieme a me camminava il vecchio signore che sarei diventato, e lui si portava dietro la sua giovinezza, e il vecchio signore che rievoca la sua giovinezza in riva al mare rispondeva perfettamente ai miei scopi, che ormai si limitavano a essere puramente letterari […]”

Forte dell’endorsement di Susan Sontag che lo ha definito “il più grande romanzo dei nostri tempi”, Libro di memorie si costruisce su una esasperata dilatazione dei tempi, una dilatazione che a tratti sfiora vere e proprie forme di onirismo latente, e su una scrittura morbida e sensuale, per un risultato finale che molta parte della critica non ha esitato a equiparare alle opere di Musil, Proust, Joyce e Mann.

 

Forse un giorno qualcuno dovrà scrivere qualcosa che assomigli a una critica ragionata delle frasi minori dei romanzi. Intendo dire frasi di raccordo, rappresentazioni secondarie, descrizioni di scenari quasi del tutto insignificanti, di cui in sostanza il romanzo potrebbe anche fare a meno, ma che a volte colpiscono l’immaginazione di un lettore come una rivelazione. Senza scomodare Joyce e le sue epifanie, momenti “in cui la realtà delle cose ci soggioga come una rivelazione”, ciò di cui parlo è qualcosa che accade non tanto all’interno del romanzo, quanto nel cosmo immaginativo del lettore. Mi è capitato stamattina, mentre leggevo una pagina de Il clan dei Mahé di Simenon, di imbattermi in una frase del tutto marginale, la descrizione dell’inizio di un temporale estivo sull’isola di Porquerolles, in cui è ambientata la storia:

“In quel preciso istante scoppiò il temporale: grosse gocce di pioggia finalmente caddero crepitando sul fitto fogliame e penetrarono mollemente nella superficie della polvere bianchiccia che ricopriva la strada lasciandovi dei fori”.

Ho la netta sensazione che fra qualche mese, quando avrò dimenticato particolari anche rilevanti del romanzo di Simenon (per quanto al momento la reputi una lettura magnifica), questa frase sarà ancora ben presente in me, si sarà incuneata nel fondo della mia coscienza lasciando tracce percettibili, proprio come quei fori lasciati sulla polvere dalle grosse gocce di pioggia di quel temporale estivo. Quel che resta nella mente di un lettore dopo aver letto un romanzo, anche quando scompare dalla memoria ogni traccia dei protagonisti o della vicenda, è spesso una sensazione ricavata da frasi come questa, frasi evidentemente di una potenza descrittiva fuori dal comune, capaci di imprimersi nel ricordo come un odore. A proposito di odori, Proust – uno che di queste cose se ne intendeva – in un famoso passaggio della Recherche ha scritto:

“Quando d’un passato antico niente sussiste, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore restano ancora per lungo tempo, come anime, a ricordare, a attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile l’immenso edificio del ricordo”.

Ecco, io penso di avere dentro di me uno sterminato paesaggio di rovine in cui i libri che ho letto, spesso, sopravvivono nei ruderi di una frase minore, cippi di colonne isolate che si ergono nelle macerie di tutto il resto. Tutta la letteratura che in una vita siamo capaci di ingurgitare, insomma, presto o tardi si riduce a questo.

Ho staccato per un giorno, ho lasciato da parte la lettura (sto leggendo tre libri, La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides, Qualcuno era comunista di Telese e Noi, gli animali di Justin Torres) non ho scritto una sola riga, se non lo stretto necessario, cioè gli indirizzi di due lettere che ho spedito in tarda mattinata, una alla banca, un’altra all’agente, questo perché sono disfatto, per quanto cerchi di non crederci e di sostenere il contrario. Nello studio del dentista ho sfogliato una rivista di viaggi, ho letto un articolo sul cimitero Père-Lachaise, l’autore raccontava di una visita fatta con suo figlio, concludeva dicendo che non si devono portare i bambini in visita ai cimiteri. In linea generale posso essere d’accordo con l’autore dell’articolo, anche se il Père-Lachaise non è un cimitero normale. Il Père-Lachaise è una Disneyland dei morti illustri (lì a ventidue anni mi feci una foto con Proust). La stessa definizione si adatta bene alla letteratura, alla mia biblioteca, alle cose di cui mi piace parlare. Due giorni fa ho comprato anche un libro di DeLillo, ho approfittato di un’offerta, tutti i libri di DeLillo in versione digitale a 3 euro e 99. Ma non l’ho ancora iniziato. Posso arrivare al massimo a leggere tre libri contemporaneamente. Tre libri e un articolo che parla di cimiteri famosi. Oltre c’è l’essiccazione.

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