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Un pezzo mio uscito due giorni fa su Studio.

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Ne La dolce vita c’è questa scena. Una folla è radunata davanti a una caserma dei carabinieri. Nella caserma sono rinchiusi due bambini che dicono d’aver visto la Vergine Maria. Paparazzo e altri due reporter si insinuano nella caserma, dove scovano la madre, il padre e il nonno dei bambini. Li accompagnano fuori in balcone e li inducono a mettersi in posa per scattare qualche foto. Il padre dei ragazzini, con accento tiburtino, dichiara: «È un effettivo miracolo, la Madonna se ricorda de tutti!». Poi, guardando nell’obiettivo della macchina fotografica, chiede ansioso: «Sto bene così?».

È sabato. Roma è assediata da quaranta, desolanti gradi. Le strade e i tetti della città riverberano come in un incendio. Io, A. e il bambino arriviamo a Bagni di Tivoli. Sono le nove e mezza del mattino, parcheggio in una traversa della Tiburtina, accanto a un vecchio lunapark deserto con le macchine a scontro coperte da grigi teli mortuari. La luce è un fuoco bianco, il traffico è pesante, ci sono in giro più macchine che persone. Davanti alla facciata in stile neoclassico del complesso termale – le terme di Roma, come vengono sfarzosamente chiamate – respiro un’aria da Meridiano Mondadori: mi sembra di vedere il fantasma di Proust a braccetto con la madre nella stazione termale di Mont-Dore, o quello di Thomas Mann con Katja Pringsheim e i loro sei figli a Bad Tölz in Baviera. Le qualità benefiche di queste acque sono note dai tempi antichi, ma io cercavo più semplicemente una piscina in cui far sguazzare mio figlio, che ha cinque anni e che, da fine giugno, ossia da quando la materna ha chiuso i battenti, sta impazzendo di caldo e di noia su un tappeto di un metro per due al terzo piano di una palazzina di Roma nord.

Davanti allo stabilimento termale l’aria è malinconica. C’è un grosso bar dismesso il cui ingresso è ostruito da una fila di bandoni in lamiera. L’insegna dice: Gelateria Snack Bar Pasticceria Al Paradiso. C’è una birreria, una cartolibreria e svariati Compro oro. È da queste parti che Fellini ha girato la scena del miracolo. Ed è qui che, lambito dall’odore sulfureo delle acque, entrando nelle piscine, mi sento investito da un soffio leggero d’aria frizzante, una correntina che mi rigenera ogni singolo atomo e che, come il padre dei ragazzini miracolati de La dolce vita, mi fa esclamare: «La Madonna se ricorda de tutti!».

Ecco, io non so se sia proprio merito della Madonna. Fatto sta che la prospettiva delle piscine, i piccoli prati ben rasati, le aiuole, i padiglioni in stile palladiano con le cabine da cartolina anni Cinquanta, mi conciliano l’umore e abbassano il livello di stress che mi infesta le ghiandole surrenali. Eppure io sono il tipo che si annoia a morte nelle piscine, sulle spiagge, in tutti quei posti in cui le persone associano l’idea di vacanza con la demolizione sistematica di sé e degli ultimi brandelli della propria dignità.

Così, nel vasto prato punteggiato da palme e ulivi che attornia la piscina denominata La spiaggia, ci mettiamo in cerca di un posto all’ombra. Il pubblico dei bagnanti è variegato, per la maggior parte è composto da famiglie, ma c’è anche una discreta riserva di coppie, mucchi di adolescenti scatenati, ex ribelli che con l’età hanno conquistato un certo aplomb, sebbene i tatuaggi sbiaditi sui loro corpi color bacon ne testimonino i lontani ardori. Come il tizio che mi si para davanti mentre mi appresto al primo bagno di stagione, il quale sfoggia sulla pelle una scritta che gli copre la schiena da una scapola all’altra: L’amore dal vivo.

I tatuaggi sono una delle cose che mi piace guardare nei posti in cui la gente si aggira discinta, soprattutto se si tratta di text tattoo. Non perché sia un cultore di tatuaggi, ma perché, come scrive Melville in Moby Dick, un uomo tatuato è nella sua stessa persona un’opera meravigliosa in un solo volume. Di questi volumi unici è piena Bagni di Tivoli. Per esempio c’è una colonia di neonazisti con al seguito mogli e figli. Uno di loro esibisce la schiena grassa ricoperta di tatuaggi crudelissimi, mentre langue a mollo su un gigantesco coccodrillo gonfiabile. Un altro invece, sdraiato sotto la stessa palma in cui abbiamo messo radici noi tre, ha sul petto un fregio complicatissimo nel quale riconosco la scritta Carlo e Miriam. Mentre osservo il tatuaggio di Carlo, Miriam dichiara con una certa solennità: «Amo’, io me butto».

Scrutare le forme dell’amore è un altro ottimo passatempo per chi, come me, vive le consuetudini dell’estate con lo stesso entusiasmo di Prometeo per gli uccelli rapaci. C’è una coppia di anziani per esempio, di quelli organizzati, con ombrellone, tavolo, sedie, frigo portatile, giornale, carte da gioco e cellulare Panasonic fine anni Novanta. Lui ha una corporatura tozza, è gonfio, con una pelle tesa come quella d’una donna gravida. Lei ha in testa un fazzoletto da contadina da cui si intravede un bigodino. Parlano in dialetto abruzzese. Mi fa un po’ di malinconia perché è la stessa lingua che parlavano i miei avi. All’ora di pranzo spolpano ossa scure, abbacchio credo. Poi si fanno una partita a scopa, e mentre giocano, di tanto in tanto attingono a un gruzzolo di dischetti rossastri che sulle prime prendo per fiches e che invece sono fette di salame aquilano.

La testimonianza del costume di un’Europa al tramonto non è data però da questi due, tantomeno dalle numerose donne dell’Est che mostrano i segni di cesarei eseguiti male, come quelli che vedevo in spiaggia da ragazzino, trent’anni e passa fa, sui grembi delle madri italiane. La decadenza sono io. Io che mi guardo dall’alto in uno sdoppiamento sognato, riverso sul telo e con stampata sul viso una risata idiota, come quella di Noodles nella fumeria d’oppio, un grosso quarantenne schiavo delle proprie velleità artistiche che si rotola a pancia in su stringendo fra le braccia un enorme pallone gonfiabile marchiato Peppa Pig.

Insomma, faccio i bagni. Mi prodigo a far saltare in acqua mio figlio. I supertuffi, come li chiama lui. Gli insegno a impugnare la pistola ad acqua: «È così che si fa», sentenzio dandomi arie da Lee Van Cleef. Mi metto in fila davanti alla piscina denominata Piscina Centrale per tentare di godermi i getti d’acqua gorgoglianti sparati sulle vertebre cervicali, prima di desistere perché la concorrenza è delle più sanguinarie (tignosi anziani che una volta conquistata la posizione si producono in pose funamboliche per arrivare a farsi massaggiare fino all’ultimo osso del metatarso). Passeggio lungo i sentieri acciottolati tenendo d’occhio chiunque, da padri di famiglia che saltellano sugli alluci scalzi diretti al chiosco bar brandendo improbabili borsellini rosa, a lettori compulsivi di quotidiani sportivi che fissano con gli occhi spiritati la notizia sparata a tutta pagina: È già Baselli-mania! (mi interesso di sport il giusto e non ho cognizione di chi sia questo Baselli).

E così riesco ad arrivare vivo alle due del pomeriggio. Poi schianto. Raccogliamo le nostre cose e ci avviamo. Mentre ci trasciniamo esausti verso la macchina con le braccia rosse come salsicce, A. mi fa: «Stamattina, mentre venivamo, ho visto un Conad qui vicino. Che dici se ci fermiamo e facciamo la spesa?». Sulla strada soffia un vento bollente, il mondo a quest’ora assomiglia a un cosmodromo marziano. Digrigno i denti e accetto senza discutere. Le corsie del Conad sono deserte, sferzate dall’aria condizionata, c’è il solito tappeto sonoro, musica senza nerbo, commessi rilassati che sembrano molto felici di passare il pomeriggio in quest’hangar refrigerato. La cassiera ha i buchi dei piercing senza piercing, una cresta floscia, è indiscutibilmente sopra i quaranta, ma è di quei tipi strenui che non si arrendono. Si mette a scherzare col bambino: «Dove sei stato di bello?». «In piscina», risponde lui. Ci mette una vita a passare tutte le cose sul lettore ottico. Alla fine regala al bambino una shopper di stoffa. «Ringrazia la signora», dico a mio figlio. «Signorina», ringhia lei.

Rispetto al solito, la via sotto casa offre una quantità quasi sboccata di parcheggi. L’unico segno di vita è dato dal canto delle cicale. Sui balconi le tende da sole sono tutte abbassate, assomigliano a tante palpebre chiuse nella controra. Ci infiliamo nell’ascensore carichi di borse e buste della spesa. Una volta a casa, mio figlio si mette a giocare con la nuova shopper di stoffa sul tappeto di un metro per due. Io vado a farmi una doccia, mentre A. sistema la spesa nel frigo. Quando esco dalla doccia, il bambino mi viene incontro, mi guarda e mi fa: «Papà, oggi ti sei divertito?».

Ho sentito in libreria due persone che parlavano tra loro, una diceva all’altra di non amare particolarmente i libri, e l’altra gli chiedeva il perché. La prima persona ha risposto: “Leggere mi spaventa”. Non ho mai sentito nessuno accampare una scusa del genere. Di solito i non lettori dicono: “Leggere mi annoia”, che è pur sempre una giustificazione valida per non leggere, una giustificazione che esprime un’aspettativa, l’aspettativa che la lettura sia principalmente intrattenimento, come il novanta per cento delle cose che facciamo al giorno d’oggi, compreso guidare, stirare e fare la spesa al supermercato. Ci aspettiamo che tutto sia intrattenimento, un ostinato passatempo che ci distrae dalla noia della vita. Ma dire che non amiamo fare una determinata cosa perché quella cosa ci spaventa indica altro, indica che ciò che ci aspettiamo da quella cosa non è intrattenimento, ma è consolazione. Proust ha scritto che la lettura diventa pericolosa quando invece di ridestarci alla vita personale della mente, tende a prenderne il posto. Questa è esattamente la cosa che capita a quei lettori i quali, nell’istante in cui aprono la prima pagina di un libro, dicono a se stessi: “Il passato non esiste, il mondo inizia in questo momento”. Ciò che cerca questo tipo di lettore in un libro è un mondo che prenda il posto dell’altro, quello che conosce già. Così ho pensato che il non lettore che ho sentito pronunciare quella frase in libreria dev’essere in realtà un ex lettore stanco che ha conosciuto la bellezza, l’emozione, la gioia, l’amore, la sofferenza, la tristezza, tutti i sentimenti che sono al di là della vita e del pensiero e dentro la lettura.

Due sere fa a cena si parlava di scrittori per scrittori e di scrittori per lettori, ossia di autori che nelle loro opere sembrano rivolgersi ad altri scrittori e che all’istinto antepongono la tecnica e il controllo, e di autori dominati invece da una natura generosa e profondamente affabulatoria. Eravamo più o meno d’accordo sull’esistenza delle due categorie (con tutte le sfumature del caso), non eravamo affatto d’accordo sui nomi da ascrivere a ciascuna categoria. Per esempio c’è stata una divergenza sul nome di Calvino che, per quanto mi riguarda, è uno scrittore per scrittori, ma che altri annoveravano nella seconda categoria, mentre eravamo più o meno concordi su Proust, Joyce e Svevo come campioni degli scrittori per scrittori. Allora ho cercato di chiarire meglio il concetto facendo un esempio tratto dalla storia dell’arte, e ho sostenuto che Mondrian è pittore per pittori mentre Van Gogh è pittore per tutti. Ho anche provato a dire che la questione principale non è tanto la ricerca, ossia il peso che un determinato autore attribuisce allo studio e alla sperimentazione, quanto il pubblico dei lettori a cui, consciamente o inconsciamente, si rivolge. A quel punto però è stato necessario chiarire che il pubblico dei lettori non rimane uguale a se stesso, ma muta col passare delle epoche, così la società dei lettori al tempo di Proust non è paragonabile alla società dei lettori americani degli anni Novanta con cui si confrontava David Foster Wallace all’uscita di Infinite Jest, né alla società vittoriana al tempo in cui Dickens faceva uscire Oliver Twist a puntate su Bentley’s Miscellany. La questione dunque va affrontata da una prospettiva simmetrica ma è tuttavia irrisolvibile, e come altre questioni dello stesso genere resta un puro gioco speculativo che riguarda uno dei più interessanti misteri della letteratura: il lettore ideale, la singola persona ipotetica che ciascun autore ha in testa quando vive l’istante più segreto e appartato della sua vita artistica, quando scrive.

Ho letto che nel maggio del ’22, Joyce e Proust, entrambi reduci da un ricevimento all’Hotel Majestic di Parigi, salirono sullo stesso taxi, si immagina che i due più grandi autori europei del Novecento, capitati sullo stesso sedile della stessa vettura, durante il tragitto abbiano parlato di letteratura o di politica o al più di qualche nuova teoria scientifica e filosofica, e invece no, invece pare che fecero il punto sui rispettivi stati di salute, parlarono di acciacchi e di malattie invalidanti, di asma e di cecità, si sfidarono cioè nella materia che è a fondamento di tutta la letteratura del Novecento: l’ipocondria.

Domenica sera ho visto in Tv un programma in cui un tizio americano con una faccia da tonto e un cappellino da baseball racconta di aver incontrato gli alieni sotto terra durante lavori di trivellazione, di aver sparato a uno di loro e di aver assistito a una battaglia tra alieni e quaranta uomini della Delta Force, anche se non si è capito che ci facessero quaranta uomini della Delta Force in un comune sito di trivellazioni né il motivo per cui un comune operaio trivellatore debba andare a lavoro con una pistola ficcata sotto la cintura dei pantaloni, il tizio mostra una cicatrice sulla panza a riprova del conflitto a fuoco con gli alieni, il programma si conclude con la voce narrante che si domanda in tono sibillino perché Obama non abbia mai fatto menzione di questo e di altri fatti analoghi collegati all’invasione aliena.

Una grossa parte della letteratura novecentesca ha avuto a che fare con la questione della memoria, con ciò che Proust chiamava “l’edificio immenso del ricordo”. La memoria è presa nel titolo di questo libro che ho letto di recente; è di Péter Nádas, si intitola appunto Libro di memorie (Dalai – traduzione di Laura Sgarioto). Qui le memorie tuttavia non appartengono all’autore né alla sua biografia: “Non vorrei ingannare inutilmente nessuno”, mette in chiaro Nádas nella nota di apertura. “Ho scritto un romanzo, ho narrato i ricordi di varie persone”.

La storia. Si alterna su tre piani narrativi principali: il primo è la vicenda di un drammaturgo ungherese di stanza nella Berlino Est degli anni Settanta, compreso in un triangolo amoroso tra un giovane poeta e un’attrice di teatro; il secondo rievoca l’adolescenza del narratore nel periodo che segue la rivolta ungherese del ’56, concatenando episodi familiari a una struggente formazione umana e sessuale: il terzo è un romanzo nel romanzo ambientato alla fine dell’Ottocento e che ha per protagonista uno scrittore tedesco dissoluto.

Nella scrittura di Nádas l’architettura del ricordo si compone e si scompone a prescindere dalle persone che ne conservano traccia. È come se la memoria stesse al di sopra dell’uomo, lo dominasse, come se ci fosse un luogo collettivo delle reminiscenze in cui le sensazioni, gli stimoli, i sapori, le energie che formano i nostri giorni, si uniscono fino a fondersi. Così questo romanzo finisce per assomigliare a un castello in cui si susseguono stanze dopo stanze e in cui in ciascuna ci sembra di ritrovare qualcosa che abbiamo già visto in una stanza precedente, o addirittura in un castello visitato in un’altra occasione.

“Perché io ero lì, e ho immaginato di non essere lì, e insieme a me camminava il vecchio signore che sarei diventato, e lui si portava dietro la sua giovinezza, e il vecchio signore che rievoca la sua giovinezza in riva al mare rispondeva perfettamente ai miei scopi, che ormai si limitavano a essere puramente letterari […]”

Forte dell’endorsement di Susan Sontag che lo ha definito “il più grande romanzo dei nostri tempi”, Libro di memorie si costruisce su una esasperata dilatazione dei tempi, una dilatazione che a tratti sfiora vere e proprie forme di onirismo latente, e su una scrittura morbida e sensuale, per un risultato finale che molta parte della critica non ha esitato a equiparare alle opere di Musil, Proust, Joyce e Mann.

 

Forse un giorno qualcuno dovrà scrivere qualcosa che assomigli a una critica ragionata delle frasi minori dei romanzi. Intendo dire frasi di raccordo, rappresentazioni secondarie, descrizioni di scenari quasi del tutto insignificanti, di cui in sostanza il romanzo potrebbe anche fare a meno, ma che a volte colpiscono l’immaginazione di un lettore come una rivelazione. Senza scomodare Joyce e le sue epifanie, momenti “in cui la realtà delle cose ci soggioga come una rivelazione”, ciò di cui parlo è qualcosa che accade non tanto all’interno del romanzo, quanto nel cosmo immaginativo del lettore. Mi è capitato stamattina, mentre leggevo una pagina de Il clan dei Mahé di Simenon, di imbattermi in una frase del tutto marginale, la descrizione dell’inizio di un temporale estivo sull’isola di Porquerolles, in cui è ambientata la storia:

“In quel preciso istante scoppiò il temporale: grosse gocce di pioggia finalmente caddero crepitando sul fitto fogliame e penetrarono mollemente nella superficie della polvere bianchiccia che ricopriva la strada lasciandovi dei fori”.

Ho la netta sensazione che fra qualche mese, quando avrò dimenticato particolari anche rilevanti del romanzo di Simenon (per quanto al momento la reputi una lettura magnifica), questa frase sarà ancora ben presente in me, si sarà incuneata nel fondo della mia coscienza lasciando tracce percettibili, proprio come quei fori lasciati sulla polvere dalle grosse gocce di pioggia di quel temporale estivo. Quel che resta nella mente di un lettore dopo aver letto un romanzo, anche quando scompare dalla memoria ogni traccia dei protagonisti o della vicenda, è spesso una sensazione ricavata da frasi come questa, frasi evidentemente di una potenza descrittiva fuori dal comune, capaci di imprimersi nel ricordo come un odore. A proposito di odori, Proust – uno che di queste cose se ne intendeva – in un famoso passaggio della Recherche ha scritto:

“Quando d’un passato antico niente sussiste, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore restano ancora per lungo tempo, come anime, a ricordare, a attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile l’immenso edificio del ricordo”.

Ecco, io penso di avere dentro di me uno sterminato paesaggio di rovine in cui i libri che ho letto, spesso, sopravvivono nei ruderi di una frase minore, cippi di colonne isolate che si ergono nelle macerie di tutto il resto. Tutta la letteratura che in una vita siamo capaci di ingurgitare, insomma, presto o tardi si riduce a questo.

Ho staccato per un giorno, ho lasciato da parte la lettura (sto leggendo tre libri, La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides, Qualcuno era comunista di Telese e Noi, gli animali di Justin Torres) non ho scritto una sola riga, se non lo stretto necessario, cioè gli indirizzi di due lettere che ho spedito in tarda mattinata, una alla banca, un’altra all’agente, questo perché sono disfatto, per quanto cerchi di non crederci e di sostenere il contrario. Nello studio del dentista ho sfogliato una rivista di viaggi, ho letto un articolo sul cimitero Père-Lachaise, l’autore raccontava di una visita fatta con suo figlio, concludeva dicendo che non si devono portare i bambini in visita ai cimiteri. In linea generale posso essere d’accordo con l’autore dell’articolo, anche se il Père-Lachaise non è un cimitero normale. Il Père-Lachaise è una Disneyland dei morti illustri (lì a ventidue anni mi feci una foto con Proust). La stessa definizione si adatta bene alla letteratura, alla mia biblioteca, alle cose di cui mi piace parlare. Due giorni fa ho comprato anche un libro di DeLillo, ho approfittato di un’offerta, tutti i libri di DeLillo in versione digitale a 3 euro e 99. Ma non l’ho ancora iniziato. Posso arrivare al massimo a leggere tre libri contemporaneamente. Tre libri e un articolo che parla di cimiteri famosi. Oltre c’è l’essiccazione.

Da qualche settimana rileggo Lolita di Nabokov. Non sono veloce nella lettura, e quindi il libro, una vecchia edizione rispolverata fra gli scaffali della mia casa precedente, procede con lentezza, direi senza fretta. Lolita è una di quelle letture che io definisco “di servizio”, appartiene cioè a un corpus di testi che ho scelto di leggere in preparazione di qualcosa a cui sto lavorando, anche lì senza fretta, con lentezza. Ciò che mi ha immediatamente colpito è che mi sono accorto di non aver conservato praticamente nulla della mia precedente lettura. Il film di Kubrick (che pure non è a mio giudizio tra le opere migliori di Kubrick) ha fagocitato tutto, si è impresso nella mia memoria, ha per così dire scalzato il sapore del romanzo, la cui sostanza rispetto al film trovo marcatamente differente. Ciò che mi è stato restituito rileggendo oggi Lolita è il Nabokov proustiano. Nella relazione che Humbert Humbert intraprende con l’adolescente Lolita c’è infatti la ripetizione di un primo amore infantile. Lolita è la reincarnazione di una certa Annabel Leigh conosciuta durante una lontana vacanza in Costa Azzurra e precocemente morta di tifo. Il riferimento a Proust è esplicito: a un certo punto Nabokov scrive chiaramente che l’ultima parte del libro potrebbe intitolarsi Dolores disparue, facendo un evidente riferimento all’Albertine scomparsa, sesto volume della Recherche. Ecco allora che tutto il romanzo acquista un sapore impressionista e l’intera disgraziata vicenda di Humbert Humbert diventa una tragica rincorsa ad incastonare il fossile del tempo perduto. Tutti i maggiori romanzi della storia della letteratura, e Lolita è fra questi, affrontano un grande tema comune: l’eternità, ossia il più grandioso concetto metafisico che l’essere umano sia stato capace di concepire (l’invenzione stessa di Dio è una conseguenza della rivelazione dell’eternità). Il viaggio senza meta che il protagonista del romanzo di Nabokov intraprende sulle strade d’America insieme alla sua giovanissima amante è una metafora compiuta degli affanni, dei turbamenti, dei pudori e delle infamie che ogni uomo è costretto a portare dentro di sé nella ricerca affannosa dell’attimo perfetto, di quel bagliore unico e irripetibile che definisce la vita umana e il suo senso profondo.

Ho letto Momento musicale, un racconto vecchio di trent’anni di Yehoshua Kenaz, in Italia ripubblicato di recente da Giuntina insieme all’altro, bellissimo, Fra la notte e l’alba. Ho sempre dichiarato la mia speciale propensione per gli autori della letteratura israeliana contemporanea, e Kenaz rappresenta a buon diritto la quarta gamba di quel tavolo di insuperabili composto da Oz, Grossman e Yehoshua. Profondo conoscitore della cultura francese di cui ha tradotto i classici in ebraico, di Kenaz da queste parti se n’era già parlato prima e dopo la lettura del suo Ripristinando antichi amori. Leggere Momento musicale però è come fare un’immersione nei grandi classici del Novecento, il rapporto tormentato che lega il giovane protagonista allo studio del violino riecheggia di numerosi rimandi testuali, in primo luogo, ineludibile, è il riferimento proustiano, l’odore della colofonia, una resina che serve a conservare in buono stato l’archetto, che diventa la sua madeleine, un profumo che trasportava “la mia immaginazione verso spazi lontani e dava al mio cuore il gusto dell’avventura”. Ecco, rispetto agli altri grandi della letteratura recente israeliana, Kenaz forse è quello che più di tutti si sgancia dalle urgenze contingenti legate alla vicenda di Israele, per esplorare più in generale i moti universali dell’animo umano.


Unione Sarda, 10 novembre 2010
– Quando nel 2005 Alessandro Piperno si fece conoscere ai lettori italiani con quella folgorante opera prima dal titolo Con le peggiori intenzioni, qualcuno (nella fattispecie Antonio D’Orrico sul Corriere della Sera) azzardò un paragone nientemeno che con Proust. La cosa deve aver causato qualche problema di apnea a Piperno, che di mestiere insegna proprio Letteratura francese all’università romana di Tor Vergata, se è vero che la gestazione di questo secondo romanzo dal titolo Persecuzione in uscita in questi giorni, tra dubbi, rinvii e riscritture, alla fine si è protratta per cinque lunghissimi anni.
Certo è che la grande attesa che circondava quest’opera (prima parte di un dittico dal titolo Il fuoco amico dei ricordi che vedrà l’uscita del secondo capitolo nel 2011) non ha favorito il suo accoglimento da parte del pubblico e della critica. Eppure il romanzo, edito come il primo da Mondadori, a conti fatti non tradisce.
La storia, ambientata nel 1986, racconta la caduta di un oncologo infantile di assoluta fama internazionale, Leo Pontecorvo, singolare figura di ebreo romano di successo che viene inchiodato suo malgrado da un’accusa feroce e infamante, l’aver intessuto una relazione con la fidanzatina dodicenne del figlio. Da quel momento, gli agi e l’esclusivismo della sua tranquilla esistenza borghese precipitano in un gorgo di orrore sempre più fitto e cupo, la sua vita intima e professionale finisce sotto la lente d’ingrandimento di personaggi che sembrano nati apposta per distruggerlo, il suo diventa un caso mediatico senza appelli.
Più di tutto, però, ad annientare la vita di Leo Pontecorvo è il voltaspalle che subisce dalla sua stessa famiglia. La moglie Rachel e i due figli Filippo e Samuel si rinchiudono in un silenzio ostinato, un mutismo accusatorio che costringe il professore a rintanarsi nel seminterrato della loro villa all’Olgiata, dove trascorrerà quella che nel libro viene definita una “scarafaggesca reclusione”, tirando in ballo Kafka, ossia l’autentico genius ispiratore di tutta l’opera.
Riluttante per sua stessa ammissione a occuparsi di temi che riguardano l’attualità, Piperno, attraverso il personaggio di Leo Pontecorvo, mette comunque in scena un dramma tipico dei nostri tempi. Come nelle cronache che ci riguardano da vicino, anche in Persecuzione la fallibilità della giustizia si intreccia al perverso desiderio del pubblico di avere sempre nuovi mostri da sbattere in prima pagina.
Da un punto di vista stilistico il romanzo alterna alle molte luci qualche ombra. Detto di Kafka, altro padre putativo di Piperno è senz’altro il Philip Roth de La macchia umana. Troppo forte il richiamo allo scandalo che travolge il professor Coleman Silk e la sua brillante vita accademica e personale. Non è un difetto, beninteso. In tempi in cui la maggior parte degli autori, in particolare quelli italiani, giocano partite scontate, o peggio ancora giocano sempre la stessa partita, imbattersi in uno scrittore con delle ambizioni alte è quasi una benedizione. Tuttavia, in questo confronto, a tratti Piperno sembra smarrirsi. Nulla di grave, ma nonostante l’insistenza e la maestria con cui scandaglia la psicologia dei personaggi, in certi passaggi della storia questi restano leggermente opacizzati dietro una patina di cliché.
La cosa migliore del romanzo resta comunque il suo incedere flessuoso, un crescendo che ha il suo apice simbolico nell’ultima parte, quando il ricordo cocente di un fine settimana londinese trascorso con i due figli si sovrappone nel protagonista al presente tragico, a un’ultima occasione che gli si offre per ricongiungersi con la sua famiglia. E lì, a leggere quelle pagine struggenti, si prova dolore vero.

ANDREA POMELLA

Ho dedicato le ultime due settimane alla lettura de Il museo dell’Innocenza di Orhan Pamuk. Il nobel turco è uno di quegli autori per il quale nutro un’ammirazione senza confini. C’è una qualità nella sua scrittura che rappresenta uno di quei doni che ogni scrittore aspetta per una vita e che a volte giunge, come una pioggia di nettare dal cielo, solo dopo atroci patimenti e infinite frustrazioni, sto parlando della grazia. La grazia nella scrittura è un concentrato di armonia, semplicità, purezza, garbo, misura ed eleganza, è quella proprietà che ti consente di articolare riflessioni e imbastire intrecci sapendo sempre che la prossima cosa da scrivere sarà quella che si sceglierà da sé in modo naturale. Il tema portante di questo romanzo è la conservazione delle cose come estremo atto d’amore. La storia è il resoconto della passione amorosa che segna la vita di Kemal Basmaci per la bellissima Fusun, sua lontana cugina, un’ossessione che finirà per trasformarsi, dopo la scomparsa dell’amata, in una collezione di oggetti in grado di concedere al protagonista transitori ma salutari momenti di consolazione. La tesi sostenuta per tutto l’arco della storia è che gli oggetti sono imbevuti di una speciale forma di memoria, le azioni degli uomini, i loro passaggi sulla terra, disseminano questa memoria sulle cose con le quali entrano, direttamente o indirettamente, in contatto. È una delle epifanie più belle di tutta la storia della letteratura, che richiama alla mente Proust e le sue meravigliose resurrezioni del passato, il recupero del tempo e della coscienza come unico sistema per riappropriarsi della felicità.

La Recherche me la portava mia madre dalla biblioteca della scuola, un volume ogni due mesi circa, ho impiegato più di un anno per leggerla tutta. Avevo diciannove anni quando iniziai. A quel tempo ero giovane e temerario e senza soggezioni, e per portare a compimento quella che mi sembrava un’impresa titanica stabilii un metodo di lettura: venti pagine al giorno, dopo pranzo, possibilmente sdraiandomi sul letto e tenendo uno spiraglio di finestra aperta per sentire i profumi del giardino, anche d’inverno. Quello fu il mio modo di pianificare l’impresa, anche se – me ne rendo conto – leggere quattromila pagine con lo spirito di chi progetta di raggiungere il polo nord alla guida di una slitta trainata da cani, non è il massimo. Terminate le mie venti pagine pomeridiane spesso capitava che mi addormentassi. Ciò non era dovuto al peso della lettura, ma semmai era un modo ulteriore che la mia immaginazione escogitava per penetrare la scrittura di Proust. Le mie erano sonnolenze rapide, una diretta conseguenza del silenzio trasparente con cui lasciavo scorrere i miei occhi dentro le pagine, o un modo per contenere e spegnere la febbre che mi assaliva. Senza quel sonno non credo che avrei partecipato con uguale intensità al tè della zia Léonie, ai giochi delle fanciulle in fiore, ai ricevimenti dalla duchessa di Guermantes e alle visite nell’atelier di Elstir. Quell’anno mi capitò di fare un viaggio in Francia, feci in modo che mi scattassero una foto accanto alla tomba di Proust nel cimitero del Père-Lachaise. Solo quel giorno, davanti all’obiettivo della macchina fotografica e sotto il principio di una piccola pioggia d’agosto che bagnava Parigi, compresi fino in fondo il senso di quella frase che avevo letto nel Tempo ritrovato un minuto prima di partire: “Le opere, come nei pozzi artesiani, salgono tanto più alte quanto più a fondo la sofferenza ha scavato il cuore”.

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