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Da dove viene la scrittura? Da dove scaturiscono quelle migliaia di parole che compongono una storia? Da ragazzino pensavo ci fosse un posto male illuminato, una foresta, un bosco di ombre in cui fioriscono le parole, e gli uomini che sanno raccogliere le storie vi fanno visita di tanto in tanto mietendone i fiori e i frutti. Oggi se cerco di visualizzare quel posto mi viene in mente una specie di Balbec, di Grand hotel della Normandia, l’albergo delle vacanze descritto da Proust nella Recherche, e le giovani cicliste dalle guance rosa. Le storie vengono da lì, da questo grande albergo pieno di stanze. Tra i suoi corridoi si può incontrare gente di ogni nazionalità, uomini ancora giovani e con gli occhi pieni di prepotenza e vecchi ormai a riposo, donne che tornano dal mare e camerieri in attesa della fine del turno di lavoro, bambini con le labbra increspate dal salmastro e spaesati cagnolini da compagnia che fiutano negli angoli l’odore dei padroni. Quando ne ho bisogno io chiudo gli occhi ed entro fra le porte girevoli di quest’albergo immaginario, faccio un giro nella grande hall dove siedono sconosciuti pieni di solitudine e ricchi conversanti, saluto gli uscieri e gli inservienti alla reception, do un’occhiata alla grande sala ristorante in cui le cameriere si affaccendano fra i tavoli, poi prendo l’ascensore e salgo ai piani per respirare l’odore e il silenzio della moquette, mi concedo uno sguardo al panorama marino che si intravede dalle finestre e salgo fino alla terrazza, poi mi siedo su una sdraio e resto muto a contemplare il cielo e il sole. Lassù scende la lingua angelica della letteratura, le piume fatate degli uccelli del paradiso. In quello spazio pieno di luce dove non scende mai la notte e si raccoglie la scrittura, dove si ordinano le parole, io sono felice. Lassù sono completamente felice.

Ogni tanto si legge di qualche  classifica che mette in fila gli incipit letterari più belli di tutti i tempi. In genere al primo posto compare sempre il leggendario “Chiamatemi Ismaele” che apre il Moby Dick di Melville, poi segue ineluttabile il colonnello Buendìa di García Márquez che davanti al plotone di esecuzione si rammenta della scoperta del ghiaccio, e poi, ancora, Proust e il suo imperituro “Longtemps” che dà avvio alla Recherche. E così via, l’elenco potrebbe essere infinito. Quello degli incipit è un gioco personale e avvincente in cui tutti gli appassionati di letteratura cadono presto o tardi. Per quanto mi riguarda sono tre gli attacchi che, più di tutti, negli ultimi anni hanno folgorato il mio cuore di lettore. Al primo posto metterei senza dubbio l’incipit di Beloved di Toni Morrison: “Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d’una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini”. Poi l’invito angoscioso e quasi di scherno di Jonathan Littell ne Le Benevole: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata”. E infine Javier Marías che in Un cuore così bianco mette in scena un formidabile “Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più una bambina ed era da poco tornata dal suo viaggio di nozze, entrò nel bagno, si mise davanti allo specchio, si aprì la camicetta, si tolse il reggiseno e si cercò il cuore con la bocca della pistola del padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti”. Ne ho citati appena tre. In realtà ho un intero universo di incipit letterari che mi ronza nella testa, come un’uccelliera piena di piume in sospensione di cui ricordo perfettamente per ciascuna l’uccello del paradiso a cui apparteneva. Si dice che un buon incipit debba racchiudere in poche parole l’intero romanzo, debba essere in breve un distillato della storia, conservarne l’aroma ed avere almeno una parola tra silenzio e colpa che scagioni l’autore dall’accusa di invadenza e convinca il lettore a imbarcarsi nel viaggio che lo attende. Secondo me la domanda che si cela dietro un incipit è sempre: Si può riconoscere, assaggiando un chicco di grano, il sapore del pane che verrà?

Mohammed Bennis, LUOGO

Come macchia viene la scrittura
dall’ala della morte
dal fondo
dello smarrimento
da un vuoto padrone
che estasia luce sulle proprie estensioni
dalle mie antitetiche stirpi
oggi tra noi richiami di tatuaggi
e cieli bassi

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