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Eppure in giro non vedo grandi atti di ribellione. La rivolta mi sembra più che altro un argomento invocato da coloro che si annoiano nel tempo che gli resta dopo aver saziato i propri bisogni privati. Se le cose stanno così, vuol dire che la rivolta oggi è una parola priva di speranza. In quei piccoli atti concreti di ribellione che si scorgono tra le pieghe del nostro tempo, io intravedo più che altro rassegnazione, e la rassegnazione, si sa, è all’opposto della ribellione. Due esempi che abbiamo sotto gli occhi in questi giorni: la protesta degli studenti contro la riforma universitaria e il suicidio di Mario Monicelli. Due rivoluzioni a loro modo bellissime, ma che includono al loro interno la radice amara della rassegnazione. Questo perché le strutture del potere corporativo, liberista, capitalista, hanno costretto sempre più il ribelle entro un perimetro ristretto in cui esercitare la propria rabbia, l’impegno morale a cui è vincolato non gli consente di intuire la cattività della propria condizione, così accade che perfino quella sua rivolta diventi vantaggiosa per il sistema di potere contro cui si pronuncia (la bagarre che si è scatenata ieri alla Camera sul tema del fine vita durante il ricordo di Monicelli ne è una riprova). Così, nel nostro tempo, io vedo sempre più miraggi di rivoluzioni che non offrono niente e non promettono niente, che poi, come ben sapeva Orwell: “ogni opinione rivoluzionaria attinge parte della sua forza alla segreta certezza che nulla può essere cambiato”.

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