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Le storie da raccontare sono in numero infinito. Se ci fermassimo per un istante a pensare a quante storie nascono o si concludono a ogni minuto del giorno rimarremmo fatalmente catturati nella rete di recinzione che segna il confine tra la realtà e l’invenzione. Ho appena terminato di leggere Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz. Nelle pieghe infinite di questo capolavoro della letteratura israeliana contemporanea ci sono divagazioni formidabili sulla creazione e su come nasce in uno scrittore la vocazione al racconto. Amoz Oz racconta in questo libro di come le storie, in lui, abbiano incominciato a germogliare in tenera età, quando era costretto dai suoi genitori a stare immobile e in silenzio durante le visite di cortesia che la sua famiglia faceva ad amici e conoscenti. Fu durante queste piccole torture quotidiane che il piccolo Amos iniziò a far muovere la sua immaginazione concependo per ogni personaggio reale una piccola storia privata di sua invenzione. Nel corso del racconto, Oz confessa che l’osservazione degli uomini e delle donne resta tuttora la sua principale fonte d’ispirazione per l’ideazione di vicende romanzesche, che spesso i tempi morti di una fila alla cassa di un supermercato, o alla posta, o a un semaforo rosso, diventano il pretesto per mettere in scena storie private che hanno per protagonisti inconsapevoli sconosciuti. Nel recente La vita fa rima con la morte, Amos Oz è tornato su questo tema, costruendo una vicenda che ha nel suo cuore proprio il meccanismo della creazione letteraria. Durante una serata afosa a Tel Aviv, uno scrittore invitato a un incontro letterario ascolta i lunghi convenevoli e le noiose dissertazioni dei lettori presenti. Osservando il pubblico in sala gli tornano alla mente alcuni personaggi che ha visto poco prima in un bar, e quelle immagini, catturate dalla realtà, diventano immediatamente delle storie a cui lo scrittore dedica tutti i suoi sforzi di invenzione. Confesso di essere estremamente affascinato da questo meccanismo e di aver fatto uso anch’io, da onesto profittatore, di ignari passanti, o semplici conoscenti, di aver chiesto in prestito loro la faccia, o la voce, o il nome, di averli spesso combinati con altri sconosciuti fino a creare quegli strani ibridi che sono i personaggi di fantasia.

Mario Rivero, UNA PICCOLA STORIA

Alle sei di sera
quando la strada si lascia lambire dalla sporcizia
e gli edifici sbadigliano attraverso le finestre
i marciapiedi e gli alberi
la dattilografa aspetta…

Una volta aveva 15 anni.
Si dava il rossetto e sulle unghie uno smalto furiosamente rosso
usava scarpine fantasia
e aveva un fidanzato
che la portava al caffè
a prendere un cappuccino con pane tostato
mentre l’americano della fisarmonica
suonava una canzone
che ancora si ricorda.

Ora sono le sei di sera.
Il tempo è un cavallo lebbroso
che calpesta le cose.

Che fai dattilografa
con quel viso autunnale
e quei seni come arancia appassita?
Domani tornerai in ufficio
e vedrai il capo
di un metro e cinquanta
che si accarezza il piccolo ventre
dove si tiene le ricevute
uova di tartaruga
e una morte grande.

Non aspettare altro.
Ascolta di nuovo la musica dell’americano
e lascia che un uomo ti porti con sé…

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