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Il mio amico è seduto sul divano del soggiorno. Gli domando: “Hai letto Il sogno del Celta di Vargas Llosa?”. Lui scuote la testa. “Sai”, mi fa, “c’è tutta una letteratura che forse leggerò in un’altra vita. Parlo di quei sudamericani, Cortázar, Amado, Guimarães Rosa”. Io sorrido: “Quelli li leggi a vent’anni, o non li leggi più”. Lui annuisce. “Esatto”, dice. “Io a vent’anni non li ho letti, per cui credo di aver perso il giro”. Non so quanto ci sia di vero in questa teoria, però credo che ci siano effettivamente degli autori che vanno affrontati al momento giusto, e spesso capita che quel momento coincida con un’età della nostra vita irrimediabilmente sorpassata. Così penso che se non avessi letto i beat in quella particolare età in cui vanno letti i beat (ossia nella prima feconda giovinezza) con tutta probabilità me li sarei persi per sempre. Vale lo stesso per i classici russi, e per i vittoriani, per gli esistenzialisti francesi, o per singoli autori come Kundera, Hesse, Kafka. Naturalmente è tutto molto opinabile e ciascuno ordina a suo modo gli autori nel proprio speciale catalogo delle età e delle letture. Per cui mi sono messo a riflettere su quali saranno i libri che leggerò in un’altra vita. La conclusione che ne ho tratto è avvilente. Mi sono sentito come un cittadino sconsolato che sfoglia l’elenco telefonico della repubblica internazionale delle lettere sapendo già che non potrà chiamare che una parte infinitesima di quei nomi.

Ha scritto Mario Vargas Llosa: “La buona letteratura allevia l’umana insoddisfazione solo temporaneamente, in realtà la accresce, determinando lo sviluppo di un atteggiamento critico e anticonformista nei confronti della vita. Si potrebbe quasi affermare che a causa della letteratura gli esseri umani abbiano più probabilità di essere infelici”. Parto da qui per dire che di recente faccio una gran fatica ad essere infelice. Per quanto quest’esercizio mi sia riuscito piuttosto bene in passato, oggi mi aggiro sempre più spesso tra gli scaffali delle librerie in cerca della mia buona dose di infelicità. Il problema non sono i libri buoni che certo non mancano. Il problema è il mio atteggiamento recente nei confronti della letteratura e soprattutto il gioco di rispecchiamento che è generalmente richiesto agli scrittori, ossia essere testimoni del proprio tempo. Nel gran guazzabuglio multimediale in cui mi muovo giornalmente riesco ad essere asetticamente infelice, anche senza spostare la pagina di un libro di letteratura. E sempre più spesso mi trovo a disagio in quei luoghi ipercentrali che sono le librerie, dove gli echi del mondo arrivano contraffatti, posticipati, adulterati. Da qualche giorno godo del privilegio di avere una libreria a cinquanta metri da casa. È un beneficio che molti mi invidieranno. Ma è bastato un solo pomeriggio di frequentazione in quelle sale nuove di zecca per immalinconirmi. Un tizio parlava col direttore della libreria: “Dovreste centrare la vostra politica commerciale sui gusti degli abitanti del quartiere, quindi direi luxury, luxury, luxury…”. Un programma culturale senza meno avvincente, ma anche un buon motivo per pensare seriamente di mollare la letteratura una volta per tutte ed espatriare.

Da un po’ di giorni non faccio altro che leggere articoli sul cosiddetto “ritorno alla realtà” della narrativa italiana contemporanea. La definizione – che è presa in prestito da un saggio di Romano Luperini di qualche anno fa – è poco più che un aggiornamento del termine “neorealismo” con cui puntualmente, da qualche decennio a questa parte, si ricorre per definire una circostanza sensibile, una temperie, che dovrebbe accomunare in qualche modo i maggiori, o presunti tali, autori italiani. Così si mettono in fila un po’ di nomi forti (forti in termini di mercato) e ci si edifica sopra una bella teoria sull’Italia contemporanea, mescolando sapientemente autori di reportage giornalistici, giallisti dediti all’uso del dialetto e misteriosi gruppi di scrittori mascherati che di tanto in tanto si dilettano a fare il punto sulla questione delle patrie lettere. Questo per ricordare a tutti che viviamo in un’epoca buona per essere raccontata. Dovrebbe essere, questo ennesimo “ritorno alla realtà”, un’operazione di rottura, una messa in crisi di un sistema, una risposta politica a un’epoca storica lobotomizzata. Così almeno si sforzano di dipingerla. In realtà è l’ennesimo baraccone messo in piedi dagli stessi nomi che alimentano lo stesso circuito da almeno quindici anni a questa parte, nomi che convivono con estremo agio con un potere politico che osteggiano solo superficialmente, ma senza il quale non potrebbero essi stessi sopravvivere. Le dotte tirate dei critici che tentano di legittimare quello che è in realtà il più scandaloso baratro culturale degli ultimi secoli di storia della letteratura italiana non è altro che pasturazione di superficie che serve a far affiorare banchi di piccoli lettori da pescare all’amo. Non solo. Il sistema che è stato edificato per la promozione della letteratura in Italia è di tipo protezionistico. Nei festival, sui giornali, nei programmi radiofonici e televisivi dedicati all’argomento, si tende a dare risalto quasi assoluto agli autori italiani del momento, fingendo che i rapporti di forza con letterature del mondo oggettivamente più in salute della nostra siano egualitari. Questo ha finito per condizionare anche il dibattito a largo spettro che alimenta la galassia del web. Ne risulta una distorsione generale delle categorie di forza e una rimozione forzata e collettiva di una crisi culturale – come ho già detto e come ribadisco – tra le più gravi di sempre. In Italia, questo è vero, i buoni scrittori ci sono, ma sono confinati ai margini del sistema dominante, com’è vero – e se ne facciano una ragione – che non ci sono i Marías, i Roth, gli Oz, i Pamuk, i Vargas Llosa, i Kundera e via dicendo. Qualche serio addetto ai lavori (come Wlodek Goldkorn, per fare un esempio) ogni tanto tenta di ricordarcelo. E questo, forse, è l’unico ritorno alla realtà possibile.

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