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Fai le stesse cose ogni giorno. Tutti i giorni della tua vita. Cambiano poche cose, qualche stupido incidente, tipo rovesciare due gocce di latte sulla tovaglia mentre riempi il bicchiere, o guardare in Tv un programma che non guarderesti mai. Sono piccole distrazioni che poi magari diventano a loro volta abitudini radicate. Le cose dunque cambiano, lentamente, impercettibilmente. Ma tu non ne hai coscienza. È come se ti guardassi allo specchio per tutta la vita e da vecchio giureresti che quelle rughe sulla fronte sono lì da sempre. Dunque sei ancora il ragazzo stupito che leggeva Twain sul divano marrone fasciato dalla luce radente del tramonto, sei ancora il bambino che correva in giardino tra le lenzuola e i pantaloni stesi al sole. La vita è insopportabilmente lenta. Quello che chiamano “il tempo reale” è fiacco come l’orizzonte. Così, se dovessi dare una forma geometrica alla vita, diresti che la vita è un quadrato. Ha quattro lati tutti uguali e tu ci puoi correre dentro come in un ring, da una corda all’altra. Fuori dal quadrato ci sono quelle cose che non hai mai posseduto. Hai quasi quarant’anni. Ma dimmi, dov’è l’errore?

La prima volta che ho messo piede in una biblioteca è stato alla scuola elementare. Era una biblioteca molto piccola, una stanza senza finestre di cinque metri per cinque con due scaffalature per lato e un tavolo al centro. Il tavolo non era a disposizione dei lettori, ma era la scrivania di lavoro della bibliotecaria, un’insegnante elementare prossima alla pensione, una donna elegantissima, alta e snella e con i capelli color mogano raccolti in uno chignon. I libri si andava a prenderli in prestito per il tempo necessario alla lettura, bastava compilare un cartoncino blu scrivendo nome, cognome e classe di provenienza e consegnarlo a lei. A me piaceva la biblioteca, piaceva soprattutto scegliere fra tutti quei dorsi di libri colorati, ciascuno con un titolo più allettante dell’altro, e la bibliotecaria – che era perennemente indaffarata ma gentile e disponibile ai consigli – aveva per me sempre un sorriso. A buon diritto posso dire che ero allora forse l’unico bambino di tutta la scuola interessato a passare qualche minuto della giornata in biblioteca. Non ricordo con esattezza i libri che sceglievo, e non ricordo neppure se davvero ero capace di leggerli tutti fino all’ultima pagina, ricordo però quale fosse la natura delle mie richieste. Volevo libri che fossero ambientati in tempo di guerra e che avessero per protagonisti dei ragazzi. Tra i miei autori c’era sicuramente Molnár, ma anche Verne, Wells, Kipling, Twain e chissà quanti altri di cui ora non ricordo il nome. E quando al pomeriggio tornavo verso casa camminando sull’orlo della ferrovia, un’acquolina nervosa si rovesciava nella mia gola al cospetto dell’ultimo libro con la copertina rigida (e il talloncino bianco della biblioteca) che stringevo al braccio come un cucciolo di cane, caldo e tremante, appena scovato nel bosco. E poi il silenzio armonioso della lettura, io disteso sul divano o seduto sullo scalino che separava la cucina dal giardino di casa, altro silenzio che nasceva dentro di me, che scaturiva dalle righe di parole che si susseguivano e che mi accendevano nella testa una miriade di sogni. È così che ho imparato a conoscere il vero mistero della letteratura; un pentagramma di lettere, di suoni e di vite che tace, si riposa, risplende.

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