Posts Tagged ‘matteo salvini’

Gli togliamo la scorta

9 agosto 2017

“Gli togliamo la scorta” è una cosa che fa molto schifo, come lo è la maggior parte delle cose che dice Salvini. “Gli togliamo la scorta” però fa un po’ più schifo. Ma non è questo il punto. Sappiamo che Salvini fa spesso di queste cose, le fa per stimolare i più lugubri istinti primordiali degli elettori. Si dice che la Formula Uno sia uno spettacolo noioso, ma la gente lo guarda solo perché aspetta segretamente di assistere all’incidente. Salvini, se ne avesse il potere, farebbe correre bendati i piloti di Formula Uno. Salvini compiace i più lugubri istinti primordiali degli elettori, come gli antichi imperatori romani compiacevano il popolo dando i condannati in pasto alle belve. Si tratta di capire cosa sono, per Salvini, gli elettori; se sono il popolo, le belve o i condannati. È questo il punto.

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La disperanza

26 luglio 2016

“C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile sul palco su cui sta tenendo un comizio. Sono settimane, o forse mesi, che mi accorgo di tenermi tutto dentro, come ho sempre fatto del resto nel corso della mia vita. Ma sono settimane, o forse mesi, in cui mi accorgo che lo faccio più del solito, lo faccio al punto da aver sigillato il mondo dentro me stesso, in una forma di difesa estrema, di rassegnazione. È un problema che riguarda il mio carattere psicotico, al limite della sociopatia, o della gelosia con cui assimilo i fatti, li elaboro e li registro nel mio schedario interiore. C’è un posto da qualche parte laggiù in cui è pieno zeppo di considerazioni, ma essendo capitato per vie del tutto involontarie ad abitare un mondo e un’epoca in cui più o meno tutti esternano considerazioni su più o meno tutto, ho vissuto settimane, o forse mesi, di completa resa, settimane, o forse mesi, in cui scaravento fatti e considerazioni in quel posto laggiù, come se quel posto fosse la discarica delle riflessioni. Prima insomma scrivevo, partecipavo alla vita pubblica come potevo, dicevo la mia nella grande cloaca rumorosa di gente che dice la sua, poi c’è stato un momento in cui ho perso ogni stimolo. Adesso, se mi metto a pensare cos’è stato, al di là del mio carattere psicotico, il motivo di questa separazione, mi viene in mente che è la profonda, assoluta, spasmodica, lancinante, trivialità del mondo. Mi rendo conto che parlare di “trivialità del mondo” significa appigliarsi a un’idea assolutamente superficiale e lacunosa. Così come estendere alla totalità del mondo il giudizio ricavato dall’esternazione pronunciata da un idiota è una pura approssimazione. Ma quello che voglio dire è che c’è un momento, credo, nella vita di un uomo, in cui si spezzano le difese, l’epidermide si frantuma, e prende corpo una qualità dell’essere: la disperanza. Ora, Alvaro Mutis sulla disperanza ha scritto cose mirabili: “Una caratteristica di chi vive nella disperanza è la solitudine. Solitudine nata da una parte dall’incomunicabilità e, dall’altra, dalla difficoltà di stare accanto a chi vive, ama, crea e gode senza speranza”. Così, visionando l’ennesima porcheria di Salvini, ho riflettuto a lungo su questa idea, e ho riflettuto a lungo in particolare su quelle ultime due parole: “senza speranza”. Com’è possibile – mi sono chiesto – che loro (e per “loro” intendo i centomila Salvini che mi hanno sepolto sotto questa coltre di disperanza) amino, creino e godano SENZA SPERANZA? Come sono l’amore, la creazione, il godimento, private della speranza? Che forma hanno? Non sono capace di immaginare cose come l’amore, la creazione e il godimento espropriate dal concetto di speranza, esse sono funzioni umane colme di attesa, di fiducia e di auspicio. Eppure, riflettendo dal mio isolamento, osservando la famosa “trivialità del mondo”, mi viene da pensare che tale trivialità deriva esattamente da questa espulsione della speranza da cose come l’amore, la creazione e il godimento. “C’è la sosia della Boldrini qui”, dice Salvini mostrando una bambola gonfiabile. Egli, nel pronunciare una simile bestialità, non fa che esprimere un’idea di amore senza speranza, la sua. Ed è questo, come dice Mutis, che mi ha portato alla disperanza. E quindi alla solitudine, e quindi alla separazione estrema, e quindi a questa buca nera in cui mi sono seppellito nelle ultime settimane, o forse mesi, o forse anni. Non è una questione politica, non è sessismo, non è trivialità, badate; è una questione totale.

Bruciamoli tutti!

25 febbraio 2016

È già sera, al telegiornale mandano il servizio su Salvini a Tor Sapienza, Salvini è contornato da cronisti e da individui che solitamente sui giornali vengono classificati come “cittadini” e che invece andrebbero classificati come “gente”, ossia come accozzaglia di persone di tutte le condizioni e natura in special modo di natura ignobile. Si leva la voce d’una vecchia che strepita: “Bruciamoli tutti!”, laddove l’oggetto dell’auspicato rogo è l’insediamento rom del campo nomadi di via Salviati. La voce è stridula, vocetta di vecchia rancorosa, un tipo umano che m’ha trapassato la vita e il respiro in questa piena di quarant’anni che ho tutta trascorsa nella città di Roma, città popolata per la gran parte da questa sottospecie italiana fatta di piccoli felini da latteria, abitati dal non pensiero, eternamente calati in una condizione di vita stabile e senza sofferenze o con una quantità giusta di sofferenze che loro tendono a ingigantire perché nella latteria si fa la gara ogni mattina a chi ha da esibire più sofferenza, e poi si fa la gara ogni mattina a chi ha più veleno sulla punta del canino, capitolini limati nel cattolicesimo rozzo e incondito da borgata diffusa, fascisti per istinto di natura che fanno correre la chiacchiera e con la chiacchiera stanno ogni giorno sull’orlo della cronaca nera, teppisti reazionari e pettegoli  che formano la litosfera della società umana. Ora io mi chiedo se alla vecchia di Tor Sapienza vada applicata l’idea che ricavò per esempio Hannah Arendt, ossia che il male perpetrato dai nazisti fosse dovuto non a un’indole maligna, ma a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni, oppure se alla vecchia di Tor Sapienza sia ben chiaro invece il significato, per esempio, dell’espressione “bruciamoli tutti”, ossia se lei – che ha arso presumibilmente innumerevoli zampe di gallina sulla fiamma della macchina del gas – sappia invero in che consiste lo sfrigolio del tessuto rosolato, quale sia il colore dell’osso carbonizzato, e se posta di fronte a un braciere con un attizzatoio in mano conosca per filo e per segno tutti i trucchi che servono per arrostire un individuo di origine rom, e così io dico che la vecchia è consapevole e che il male è banale – vero – ma non perché banale è l’essere che lo teorizza o che lo pratica, perché banale è il sistema morale e sociale a cui esso si richiama, perché l’essere che lo teorizza o che lo pratica risponde a un disegno preciso di comunità, una comunità dentro la quale mi tocca fluttuare, come un pesce infelice nell’acqua tiepida della mediocrità, per il resto di questi schifosissimi giorni.

L’Isis sui barconi, ovvero battere le mani per scacciare gli elefanti

20 febbraio 2015

Uscito ieri su ilfattoquotidiano.it, qui.

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Secondo il Daily Telegraph, l’Isis sarebbe intenzionato a infiltrare jihadisti sui barconi di immigrati diretti sulle coste italiane, per attaccare le “compagnie marittime e le navi dei Crociati”. Una teoria già sentita dalle voci di Alfano e Salvini e sostenuta anche dall’ambasciatore d’Egitto a Londra Nasser Kamel. Una teoria che però non tiene conto di due fattori. Il primo: un’organizzazione terroristica non spende tempo e denaro ad addestrare i propri uomini per poi scegliere come mezzo di locomozione il meno sicuro al mondo (secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati i morti nel Mediterraneo nel 2014 sono stati 3.419); Il secondo: gli attacchi finora effettuati sul suolo europeo non sono stati condotti da persone provenienti da un altro continente, bensì da immigrati di seconda generazione, gente cioè nata e cresciuta in Europa e infusa di quella missione sacrale che Khaled Fouad Allam ne Il Jihadista della porta accanto (Piemme) ha definito “terrorismo di prossimità”. A che serve allora sbandierare la minaccia di uno sbarco sulle coste italiane di jihadisti mescolati alla popolazione di profughi in fuga da guerre e miseria? Nel libro di Paul Watzlawick Istruzioni per rendersi infelici (Feltrinelli, traduzione di Franco Fusaro) ho trovato una storiella esemplare: Dobbiamo adesso parlare non più della creazione del problema, ma di come si fa a non affrontarlo, allo scopo di renderlo eterno. Il fondamentale modello ci è fornito dalla storia dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: «Per scacciare gli elefanti». «Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!» E lui: «Appunto». La morale del paradosso di Watzlawick è che a volte scansare un problema serve proprio a far persistere quel problema. Se non precisamente quello, un altro problema a esso collegato. Coloro che agitano lo spettro dell’Isis sui barconi non fanno altro che oscurare il vuoto di idee, la malafede e l’incapacità di mettere mano concretamente al problema degli sbarchi, che poi a ben vedere non è neppure il vero problema, dacché una verità lapalissiana è che se un barcone sbarca vuol dire che perlomeno non è affondato a largo, e che trecento persone non ci hanno rimesso la pelle.

Confusioni

6 febbraio 2014

Sul sito dell’Espresso, all’articolo intitolato “Salvini e la fretta di prendersela con gli albanesi” in cui si parla del detenuto evaso da Gallarate e subito bollato come albanese dal segretario della Lega, nonostante l’uomo in questione sia in realtà italiano di origine calabrese, un lettore ha scritto: “Albanese o calabrese, la razza è la stessa”. Il lettore in questione si è firmato con lo pseudonimo “No Al Razzismo”.

Sulla homepage del corriere.it stamattina è apparso questo titolo: “Firenze, in fiamme una ditta di valigie. Dentro c’erano cinesi al lavoro”.

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