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Le spiagge estive non sono il posto ideale per quelli come me. Ho smesso di frequentarle da molto tempo. Quando ci vado è perché non posso farne a meno, perché qualcuno ha deciso per me che bisognava andare, o perché in certi giorni i balconi non sono luoghi abbastanza freschi e silenziosi. I grandi assembramenti umani che si ritrovano sulle spiagge in questa stagione mi mettono a disagio. Non riesco a starmene inclinato su un fianco col petto gonfio a sbuffare e a fissare la risacca. Non riesco nemmeno a bere una bibita e a fare quattro chiacchiere in santa pace. Ho sempre sospettato che il mio problema più grande fosse un’insana avversione per la leggerezza. Ma due giorni fa accanto al mio ombrellone c’era una famiglia di olandesi straordinariamente grassi. Il loro totale abbandono mi metteva in imbarazzo. Ho cercato di immaginare l’uomo con la pancia che debordava sullo slip nero in una qualsiasi delle sue normali attività umane. È un gioco che riesco a fare spesso, eppure in quel momento non riuscivo a immaginare niente del genere, l’unica maniera in cui l’uomo si lasciava contemplare era in quella sua forma materiale e selvatica, nel suo quintale e mezzo di carne cotta al sole, come se la curva della sua schiena, la sua fissità imbolsita, fosse una parte naturale del paesaggio. Così la mia naturale avversione per la leggerezza aveva trovato la sua eccezione. Le mosche che volteggiavano intorno alla sua testa e sulle braccia nude sembrava non gli dispiacessero, la sua pelle non avvertiva il pizzicore dei moscerini. Ho avuto una buona ragione per invidiarlo. Poco fa leggevo dei versi di Mia Gallegos: “Cerco l’intensa riflessione: / quella dei libri amici, / la luce interna che mi occorre per vivere”. Forse sulle spiagge estive c’è troppa luce, così finisce che dentro di me rimane solo ombra.

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