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Unione Sarda, 11 dicembre 2011 – Per molti è il libro dell’anno, sicuramente era tra i più attesi del 2011. L’ultimo, fluviale, romanzo di David Foster Wallace, genio della letteratura nord-americana morto suicida il 12 settembre 2008, è uscito in Italia per Einaudi con la traduzione di Giovanna Granato. Il re pallido in realtà, più che un romanzo è un’opera svincolata da ogni classificazione, se non altro per il fatto di essere incompiuta. Il nucleo della storia è la trascrizione narrativa e vorticosa di un’esperienza lavorativa che lo scrittore fece negli anni Ottanta, durante il periodo universitario, presso l’Agenzia delle Entrate di Peoria, nell’Illinois. Ma più di questo, forse, è importante conoscere la genesi della pubblicazione. Il libro è stato assemblato da Michael Pietsch, l’editor di Wallace, che ha raccolto e ordinato le oltre tremila cartelle sparse tra hard disk, fogli stampati e quaderni scritti a mano lasciati dall’autore al momento della morte. Un colossale lavoro di riduzione e ricucitura, in larga parte arbitrario, che forse avrebbe meritato più un’edizione critica che un formato best seller vero e proprio come quello rilasciato originariamente dall’editore americano Little, Brown and Company e replicato in traduzione nel resto del mondo. L’impossibilità di dare un assetto definitivo alla grande incompiuta è un fantasma che pesa come un macigno su ogni singola pagina del romanzo (o mémoire come lo definisce lo stesso Wallace in una stupefacente introduzione che compare eccezionalmente a pagina 85). Il tema della noia, già di per sé ostico, antiletterario, rappresenta una sfida alle convenzioni del romanzo contemporaneo, sfida che solo uno scrittore atipico, acutissimo come Wallace poteva intraprendere. «Ho imparato a sorvolare la noia» – si legge in una delle pagine più dolenti del libro, «come fosse un paesaggio, con le pianure, le foreste e le infinite zone incolte. L’ho imparato ampiamente, puntigliosamente nel mio anno di interruzione». Ci sono pagine di inaudita bellezza, e intere parti che sarebbero perfettamente compiute anche al di fuori del Re pallido. Ma ci sono anche lunghe e sfiancanti descrizioni, resoconti amministrativi, ragguagli tecnici che hanno per tema il funzionamento della burocrazia fiscale americana, narrazioni che assomigliano a trascrizioni in presa diretta, materiale grezzo, ancora da lavorare, verrebbe da dire. E ancora le vicende di un gruppo di agenti tributari impegnati a combattere la noia più sfibrante, personaggi memorabilmente wallaciani come il David Cusk affetto da iperidrosi, un eccesso di sudorazione di origine psicosomatica che gli compromette ogni rapporto sociale. Un’epopea, insomma, in cui gli eventi e i personaggi più ordinari nell’orizzonte pedante e burocratico dell’America contemporanea vengono trasformati in paladini della sopravvivenza. E allora Il re pallido va preso per quello che è; non l’opera «più emotivamente coinvolgente di Wallace», come hanno scritto sul New York Times, e nemmeno quel capolavoro postumo che molti orfani dello scrittore hanno creduto di leggere. È semmai la testimonianza di una resa, di un abbandono, se vogliamo di un fallimento, un’opera di un’ambizione tale da non avere possibilità di riuscita e della quale non possiamo che leggere questa forma embrionale data alle stampe con troppa fretta.

ANDREA POMELLA

Ho aperto il frigo alle sei del mattino e c’era dentro una testa di cavolfiore, per un momento ho pensato che fosse un cervello bianco. L’associazione di idee è stata repentina, il pomeriggio del giorno prima avevo letto la prefazione a Il re pallido di David Foster Wallace, in cui l’editor Michael Pietsch dice in sostanza che, mettere le mani nel materiale caotico ritrovato nella cantina-rifugio in cui DFW scriveva, è stato un po’ come assistere in diretta ai meccanismi di funzionamento del suo cervello. Da qui (ulteriore collegamento) ho immaginato che in fondo la letteratura non è altro che questo: ficcare il naso nel cervello di qualcun altro, scoprirne le comunicazioni sinaptiche, smascherarne gli automatismi. Perciò, ho concluso, spalancare il frigo alle sei del mattino e ritrovarsi al cospetto di una testa bianca di cavolfiore è un po’ come fare l’allegoria di quell’atto straordinario che è la lettura di un romanzo.

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