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Serotonina, il nuovo romanzo di Houellebecq, affronta il tema della rivolta del ceto medio. Uscirà mentre in Francia è in atto la protesta dei gilet gialli. Sottomissione fu pubblicato il giorno della strage nella redazione di Charlie Hebdo. Non mi viene in mente un altro caso di un autore così perfettamente sincronizzato col suo tempo, il che significa qualcosa d’importante, al di là del giudizio che si può avere sullo scrittore e sulla sua opera. A me, per esempio, Sottomissione non era piaciuto, e poco in generale m’è piaciuto di Houellebecq. A parte Estensione del dominio della lotta, quello sì un capolavoro. Ciò che mi chiedo è: possiamo giudicare grande uno scrittore di cui non ci è piaciuto praticamente nulla, a parte un solo libro? A me pare di sì. Perché per certi scrittori la risposta non sembra limitarsi a una questione puramente letteraria. La loro grandezza affiora, certo, dalla pagina scritta, ma si realizza poi in una specie di sovrasfera, che è un misto di lampo, intuizione, stile e circostanze. Le circostanze, ecco. Ci sono stati autori potenzialmente grandissimi a cui sono mancate le circostanze.

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Nelle prime ore del mattino ho letto su Repubblica, a firma di Simonetta Fiori, il racconto della morte di Lucio Magri avvenuta in Svizzera nella forma del suicidio assistito. Mi è venuto subito in mente un romanzo dell’anno scorso, La carta e il territorio, di Michel Houellebecq, in cui a un certo punto c’è la descrizione degli uffici che ospitano, nella periferia di Zurigo, l’associazione per l’eutanasia Dignitas, un luogo in cui il protagonista del racconto va a cercare i resti del padre fuggito da Parigi per procurarsi un’onesta morte. Houellebecq, nello stesso capitolo, mette in contrasto gli uffici affollati della Dignitas col sontuoso ma semideserto edificio del bordello Babylon FKK Relax-Oase che sorge sulla stessa strada, fino a considerare che forse “il valore commerciale della sofferenza e della morte era diventato superiore a quello del piacere e del sesso”. Il racconto della fine di Lucio Magri è violentemente simbolico. L’immagine degli amici e dei parenti radunati nel salotto di casa, in attesa di una telefonata definitiva dalla Svizzera, è l’allegoria potentissima di un fallimento, il naufragio finale delle ragioni storiche che hanno sostenuto per decenni una lotta e che soccombono fatalmente di fronte a una realtà politica e sociale di tutt’altro corso, a cui forse mancava solo la certificazione di un medico eutanasista. Nell’introduzione a Il sarto di Ulm – Una possibile storia del Pci, Lucio Magri ha scritto: “In una delle affollate assemblee che dovevano decidere se cambiare nome al Pci, un compagno rivolse a Pietro Ingrao una domanda: «Dopo tutto ciò che è successo e sta succedendo, credi proprio che con la parola comunista si possa ancora definire un grande partito democratico e di massa come siamo stati, ancora siamo e che vogliamo rinnovare e rafforzare per portarlo al governo del paese?». Ingrao, che già aveva ampiamente esposto le ragioni del suo dissenso da Occhetto e proposto di seguire un’altra strada, rispose, scherzosamente ma non troppo, usando un famoso apologo di Bertolt Brecht, Il sarto di Ulm. Quell’artigiano, fissato nell’idea di apprestare un apparecchio che permettesse all’uomo di volare, un giorno, convinto di esserci riuscito, si presentò al vescovo e gli disse: «Eccolo, posso volare». Il vescovo lo condusse alla finestra dell’alto palazzo e lo sfidò a dimostrarlo. Il sarto si lanciò e ovviamente si spiaccicò sul selciato. Tuttavia — commenta Brecht — alcuni secoli dopo gli uomini riuscirono effettivamente a volare”.

La mia vita di lettore dei romanzi di Houellebecq si era precocemente interrotta nel 1999, anno di pubblicazione in Italia di Le particelle elementari. Tanto trovai nauseante quel romanzo che decisi in un colpo solo di mettere una pietra sul nome di questo scrittore. Complici di un simile giudizio tranchant erano stati quei critici letterari che si erano affrettati a fare paragoni davvero impossibili con gente come Céline e Camus. Se vuoi disgustare i lettori come me e convincerli immediatamente della poca o nulla affidabilità di questo e quell’autore, è sufficiente che tu gli dica frasi tipo “devi leggerlo assolutamente, è il nuovo Céline” (o il nuovo Dostoevskij, fa lo stesso, l’effetto è ugualmente garantito). Houellebecq nel frattempo ha pubblicato molte altre cose, e ha prosperato benissimo, va da sé, anche senza che io gli concedessi il mio sdegno o il mio sentito apprezzamento. Finché non mi è capitato sottomano quest’ultimo La carta e il territorio, uscito in Italia per Bompiani alla fine di settembre, storia di Jed Martin, artista suo malgrado, protagonista defilato dei vorticosi ambienti dell’arte contemporanea, che un bel giorno decide di dipingere il ritratto di Michel Houellebecq scrittore. Questa, l’avrete capito, non è una recensione, è piuttosto il racconto di una riconciliazione. Perché di questo si tratta, una riconciliazione tra un lettore (in questo caso io) e un autore (Houellebecq, qui presente anche nelle vesti di personaggio letterario). Mi costa davvero fatica un simile ravvedimento, sono generalmente ostinato, irremovibile, nei giudizi letterari. Però ho trovato in questo romanzo passaggi davvero folgoranti, descrizioni sublimi, su tutte gli uffici alla periferia zurighese che ospitano l’associazione per l’eutanasia Dignitas in cui il protagonista va a cercare i resti di suo padre scappato da Parigi per comprarsi una morte dignitosa, ed il contrasto con l’edificio del bordello Babylon FKK Relax-Oase, sontuoso ma semideserto, il quale induce Jed Martin a considerare che forse “il valore commerciale della sofferenza e della morte era diventato superiore a quello del piacere e del sesso”. Unica pecca, alla quale davvero fatico a trovare una spiegazione, è il motivo per cui nella copertina dell’edizione italiana abbiano optato per l’immagine di una colomba che cade dall’alto come lo spirito santo. Dicono che sia un’opera di Robert Gligorov dal titolo Divina. Io, con tutta la buona volontà, non sono riuscito a trovare un nesso con la storia. Chissà che non dovrò far passare altri undici anni (anche se Houellebecq stavolta non avrà colpe).

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