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Ho letto le dichiarazioni dei leghisti al governo dal palco di Pontida, e ho pensato che se si vuole contrastare questo schifo bisogna smetterla col fare opposizione sentimentale. La Storia dice che la destra oscurantista la si batte combattendo una guerra frontale, dura e ostinata, rimpiazzando i sentimenti iniziali dello sconcerto, dello sdegno e della paura con quelli della rabbia migliore, della sollevazione, della disubbidienza se necessario, del rifiuto. Essere insomma forza viva, di sangue pulsante, e non solo voce critica, o peggio guaito, rimpianto. Cominciamo per esempio a smetterla con parole come tolleranza. Si tollera ciò che è considerato riprovevole ma ineludibile, si tollera per mascherare un’insofferenza di fondo contro qualcuno o qualcosa. Il paradosso è che in nome della tolleranza io dovrei tollerare chi esulta per ciascuno dei 972 uomini, donne e bambini che dall’inizio dell’anno sono morti affogati in mare mentre tentavano di raggiungere l’Europa. Gente – quella che esulta per i morti in mare – che vota, che vive nel mio stesso palazzo, che incontro ogni giorno sul posto di lavoro o nella scuola in cui va mio figlio, che mi siede accanto sull’autobus, al cinema o a tavola la notte di Natale, e verso cui io provo, certo, insofferenza. Io non voglio essere tollerante. Voglio essere accogliente, nei limiti e nel rispetto della legge umana, civile e morale. Umberto Eco diceva che l’educazione alla tolleranza è necessaria per regolare la nostra naturale e biologica reazione al diverso. Preferisco Popper che la chiamava “valorizzazione della reciprocità”, ossia un’idea dell’altro che includa la possibilità della critica e del confronto, ma partendo da una situazione DI PARITÀ e in nome del progresso sociale. Se tollerate, in fondo siete come loro, come quei sadici al governo. Mentre gli esseri umani hanno dei diritti inviolabili molto più complessi. Non hanno semplicemente diritto a essere sopportati; hanno diritto a ESSERE. Ed è quanto basta.

Questo è un estratto dal mio “10 modi per imparare a essere poveri ma felici” (Laurana, 2012), è il capitolo dedicato alle povertà migranti e agli orrori legislativi italiani in materia di immigrazione.

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Quando si parla di immigrazione alla maggior parte degli italiani vengono in mente le immagini delle carrette del mare che solcano il canale di Sicilia facendo rotta su Lampedusa, imbarcazioni gonfie di esseri umani disidratati e in stato di choc che spesso invadono le cronache dei telegiornali per via di naufragi devastanti, o per una conta dei morti che suona scabrosa e seccante per tutto l’Occidente sviluppato (val bene ricordare che a partire dal 1988 il numero delle vittime nel Mediterraneo ha superato la quota delle sedicimila unità).

Per i mass media un migrante subsahariano è principalmente questo: un naufrago scampato a una traversata infernale, un clandestino alle prese con le schedature del Centro di Identificazione ed Espulsione che possiede nient’altro che il proprio vestito impregnato di salmastro.

Quello che viene taciuto, e che si riesce a immaginare solo parzialmente, è il prima e il dopo. Il prima: il deserto, il mare, la scelleratezza di un trattato, quello italo-libico siglato nel 2008 da Berlusconi e Gheddafi, che a fronte dell’impegno italiano a pagare la Libia affinché i migranti africani non sbarcassero sulle nostre coste, chiudeva entrambi gli occhi sui lager libici di Zitlen, Misratah e Sebha, dove le donne intercettate sulle rotte per l’Europa venivano stuprate, e gli uomini lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e in parte dall’Unione Europea. Il dopo: il reclutamento nei ranghi delle organizzazioni criminali, lo spaccio di droga, la vendita di merci contraffatte, la prostituzione, le mutilazioni e le infermità permanenti esposte per ottenere meglio la carità. Read More

L’8 giugno esce un libro. L’autore sono io, l’editore è Laurana e la prefazione è di Marco Rovelli. Il titolo è 10 modi per imparare a essere poveri ma felici. Si tratta di un saggio che riparte da una domanda che mi sono posto tempo fa osservando i nuovi fenomeni di povertà che sempre più, complice la crisi economica, umana e sociale che stiamo vivendo, stanno dilagando in questo paese. La domanda era questa: saremo ancora capaci di essere poveri? La premessa alla domanda consisteva nell’osservare come la povertà sia mutata rispetto al passato, quando i poveri erano un elemento visibile della società italiana, e il vivere in povertà sviluppava ancora risorse come la creatività e la cultura. Mentre oggi chi vive in condizioni di ristrettezze economiche tende a nascondersi, a dissimulare i segni della povertà. Questo è un passo tratto dal libro: “Non esiste una sola povertà, esistono molte povertà. Negli ultimi tempi, alle prese come siamo con la peggior crisi finanziaria dal secondo dopoguerra, la gamma delle povertà, se possibile, è diventata ancor più vasta. Hanno così fatto la loro comparsa inediti gradi e sfumature di povertà, fenomeni fin qui ignorati dalla storia. Categorie come i padri separati che sempre più affollano le mense di beneficenza e che a volte sono ridotti a vivere in automobile. O come gli anziani che all’interno dei supermercati vengono sorpresi a mangiucchiare di nascosto un frutto appena arraffato. Sono persone che incontriamo abitualmente per la strada, nei negozi, con le quali condividiamo uffici e viaggi in metropolitana, che di norma non saremmo neppure portati a considerare povere. Sono altresì individui inadeguati a destreggiarsi in una condizione che presumibilmente risulterà loro inconsueta, perché magari hanno passato la loro vita, fin qui, in una discreta agiatezza, cullati dall’illusione di un benessere che avevano creduto eterno, allevati nella sicurezza di un mezzo secolo ininterrotto di pace e prosperità. In poche parole, nuovi poveri incapaci di essere e vivere come tali”. Detto questo, aggiungo che nelle 144 pagine del libro si parla anche di quando la povertà incrocia gioventù e precariato, immigrazione e clandestinità, politica ed economia, letteratura e religione, ma soprattutto di come sia necessario, e non più rimandabile, trovare nuove forme di benessere liberate dalla schiavitù dei bisogni indotti e dalla tirannia del consumismo.

Andrea Pomella
10 modi per imparare a essere poveri ma felici
pp. 144, euro 11,90
prefazione di Marco Rovelli
Editore: Laurana. Collana: Dieci!
data di uscita: 8 giugno 2012
 

L’ho visto camminare al mattino presto, quando le stelle sono ancora luminose, alla fine dell’inverno, lungo la strada ghiacciata, stringersi le braccia al petto perché aveva freddo, poi fermarsi a guardare l’enorme croce in ottone che sovrasta la facciata della chiesa. Era nero, di quel nero infinito e lancinante di certi popoli dell’Africa profonda, e osservava con gli occhi sbarrati tutta questa parte di città insignificante. Indossava una giacca da donna col collo di pelliccia, era così ridicola quella giacca addosso a lui che sarà stato alto due metri. Ma il suo corpo in qualche modo non sembrava consapevole del fatto che indossasse un capo d’abbigliamento da donna, il suo corpo doveva solo difendersi da tutto quel gelo e magari scovare qualcosa da mangiare. Gli è corso incontro un ragazzino all’improvviso, gli ha chiesto un’informazione, credo. Lui lo ha guardato come si guarda un prodigio. Dice quattro parole in tutto d’italiano, e con quelle ha cercato di farsi capire. Ma il ragazzino ha scosso la testa, però era già qualcosa che un ragazzino bianco gli concedesse una simile fiducia, pensare – voglio dire – che lui, alto e nero e con una giacca da donna, potesse indicargli la strada in un quartiere deturpato d’occidente. È risalito poi senza vita lungo il marciapiede, fino al semaforo. Lì si è fermato. L’ho visto sedersi in un angolo, sull’asfalto, fare il fumo dalla bocca col fiato. Ripartire da lì, deve aver pensato, in tutta quella vasta disperazione, in quella stanchezza che gli è piombata addosso all’improvviso come un sacco di sabbia, ripartire dall’informazione che gli ha chiesto il ragazzino, dall’epifania di un mattino.

Succede che a Lampedusa, durante lo sbarco di una carretta del mare in avaria con sopra 900 profughi provenienti dal Maghreb, una folla di turisti armati di macchine fotografiche e videocamere digitali si assiepi sulla collina che domina il porto commerciale per immortalare uno dei più fantasmagorici liveshow del ventunesimo secolo. Non è più tempo dunque delle passeggiate serali lungo i moli dei porticcioli nelle località preferite dai vip, in cui magari portarsi a casa la foto ricordo della starlette che cena col miliardario di turno sul tavolo esterno di poppa di uno yacht. Oggi il vero colpo dell’estate è la ripresa di questi disperati che cercano la salvezza nelle nostre terre inospitali, la nuova frontiera di giochi senza frontiere in cui il pubblico aspetta il verdetto del mare per impalmare il vincitore e regalargli un soggiorno premio in un centro di permanenza temporanea. A qualcuno toccherà pure il compito ripugnante di smuovere i brividi lungo la riga del culo di qualche ricca signora in pareo, eccitata alla sola idea di caricare su facebook il filmino delle vacanze col profugo; a quando allora un bel reality umanitario del tipo Si salvi chi può, con tanto di voto da casa e plotone d’esecuzione per chi perde?

È il pomeriggio grigio di un giorno festivo, nel cielo le nuvole compongono qualcosa di simile a un’orgia chimica. Il parco è pieno di stranieri, c’è un gruppo di bengalesi che festeggia il compleanno di qualcuno, c’è perfino uno striscione di auguri che attraversa il boschetto di quattro alberi che hanno occupato con le loro sedie da campeggio. Nell’aria risuona il tam tam di un djembe. Qualche podista raffazzonato, con fisico drammaticamente in sovrappeso e giubbotto in nylon perché così si suda di più, azzarda un paio di giri di corsa. Io cammino lentamente lungo lo sterrato che circonda lo stagno. Una decina di metri davanti a me ci sono un paio di uomini che tirano calci a un pallone. Sono anch’essi stranieri, dalle loro facce si direbbe gente dell’est. Sono entrambi a torso nudo e pur boccheggiando per l’affanno danno l’impressione di divertirsi un mondo. Il pallone è una specie di informe super tele che i due si passano con calci sguaiati e movimenti grossolani. Uno dei due, mentre si adopera a stento a controllare il rimbalzo irregolare del pallone, stringe una sigaretta fra indice e medio. A occhio e croce sono sulla trentina, ma i loro corpi dall’ossatura sghemba e dall’abbronzatura irregolare descrivono di una vita passata a spaccarsi la schiena in qualche cantiere di periferia. I fondamentali del gioco del calcio gli sono palesemente sconosciuti, eppure i due ridono come ragazzini. Ho l’impressione che la loro coriacea allegria sia l’emblema di una vittoria.

Le chiamano “tragedie del mare” perché non hanno il coraggio di chiamarle “tragedie dell’uomo”. Perché è più facile attribuire all’inclemenza degli elementi la responsabilità delle catastrofi, è un meccanismo che serve ad assolvere un’intera società capace di mandare al governo una compagine di nazisti, di bere il caffèllatte la mattina presto davanti a una diretta che racconta di un “incidente” al largo di Lampedusa, di 250 “dispersi” in mare, limando le parole affinché diventino il più asettiche possibile. La società del dolore muta pelle nel momento esatto in cui il dolore non fa più audience, quando diventa un fastidio e non più l’oggetto di una morbosa attenzione collettiva. Una nazione civile, una società progredita, dovrebbe sentirsi onorata di essere considerata un oggetto del desiderio. Eppure sono quasi sedicimila le persone che hanno trovato la morte nel Mediterraneo  negli ultimi vent’anni mentre tendevano le braccia verso quel desiderio. Dopo la Bosnia si tratta della guerra che ha provocato più morti in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Guerra, sì, perché di questo si tratta. Il terzomondismo che andava tanto di moda negli anni Ottanta ha lasciato il passo, negli ultimi due decenni, a una lotta armata dichiarata informalmente ai paesi del terzo mondo. Una guerra mai notificata dalle diplomazie, ma resa effettiva e concreta perché combattuta contro gli uomini più nudi della terra, quelli che non possiedono niente se non le proprie ossa da gettare su una zattera in pasto al mare. Coi governi in carica nei paesi del Nord Africa si lucra e ci si fanno affari, coi popoli si fa la guerra. Questa è la nuova dottrina economica e sociale a cui si affida l’Europa nel nuovo millennio. Good Morning Lampedusa.

Immagina una catastrofe umanitaria, una qualsiasi. Immagina che accada in una parte del mondo arretrata e devastata dalle scelleratezze della storia. Immagina migliaia di uomini, donne e bambini a cui è stata recisa ogni connessione col mondo d’origine e la cui unica aspirazione, semplice ma concreta, è continuare a vivere, ovunque, da qualsiasi parte, purché sia vivere. Ora pensa che in tutte le lingue del mondo esiste una parola, una di quelle più  abusate dalla modernità, una parola astratta e imponente che sta a significare uno sforzo attivo e gratuito rivolto a chi ha bisogno di aiuto. Quella parola in italiano è “solidarietà”. Bene. Dopo di che immagina che le democrazie rappresentative eleggano i loro governanti presumendo che essi siano emblematici del popolo, pur mantenendo una specifica libertà morale e un’autonomia di condotta e di opinioni. Valutato tutto questo, adesso apprestati a leggere le prime pagine dei giornali di oggi. La parte del mondo arretrata e devastata dalle scelleratezze della storia è il Nord Africa, la catastrofe umanitaria è rappresentata dal dramma dei profughi a Lampedusa, e tra i governanti emblematici del popolo, il nostro, c’è un signore che, posto di fronte a tutto questo, riesce a pronunciare un’unica frase, un raglio in vernacolo che suona così: “Föra da i ball”. Il signore in questione ricopre il ruolo di Ministro per il Federalismo nel Governo italiano, nel tempo libero coltiva il proprio io come valore, ed è l’incarnazione di un’ultradestra di nuova concezione che si fonda sull’egoismo territoriale, il paganesimo e l’invenzione grossolana di simboli e miti. Non so come dirlo in un modo migliore: io ho orrore e schifo di tutto questo.

Lunedì mattina, sali sul tram, sono due giorni che non esci di casa. C’è un posto lì sul fondo, vicino a otto poveri cristi che non conoscono la parola licenziamento, perché vivono in un sistema economico che non contempla più nemmeno la parola assunzione. Ce l’hanno scritta in faccia la morte. Uno di loro ha una moglie e tre figlie, tre bambine di età variabile dai tre ai sei anni. Una delle tre piange forte, un’altra è silenziosa, ha i capelli legati in una coda e due grandi occhi mielati che guardano con sospetto la signora seduta davanti a lei che batte con le unghie laccate sulla tastiera del cellulare. Sua madre non ha un cellulare, in compenso ha un velo che le copre i capelli ed è giovanissima. L’uomo, il padre delle tre bambine, è integrato in questa situazione economica perfettamente liberale rappresentata dalla popolazione del tram. Tu, dal canto tuo, ti trovi in una condizione essenziale, non entusiasmante. Hai un lavoro, hai una famiglia, hai una macchina e una casa in affitto, però non hai un ombrello, sono tre settimane che piove ininterrottamente e tu ti ostini a non avere un ombrello. Intorno a te, alla fermata del tram, per la strada, sotto il portone di casa tua, c’è un sacco di gente che vuole venderti a tutti i costi un ombrello, con la pioggia in generale immagini che non si facciano grandi affari, eppure assisti coi tuoi occhi alla moltiplicazione dell’offerta di ombrelli, sembra che il terzo mondo che si è riversato in questa città si sia gettato in grande stile nel business degli ombrelli. La pioggia ti aspetta al varco anche stavolta, è lì in agguato non appena appoggi il piede sulla banchina del tram. Ecco come vanno le cose, non puoi dire che sia una gran vita, ma è dignitosa. Comunque sia, la conclusione è che in determinate circostanze fai bene a lasciare la macchina a casa, serve a capire in che direzione vanno gli affari che tengono in piedi questa nazione.

È un sabato mattina e cammino nella via centrale di un piccolo paese del centro Italia. Mancano cinque minuti all’una, le strade si svuotano come nell’imminenza di un coprifuoco. Da un vicolo laterale risuonano i passi veloci di un uomo in fuga. Ha le braccia ingombre di grosse borse dalle quali trabocca merce di ogni tipo. È un ivoriano, o un senegalese, o un nigeriano, o più genericamente un “marocchino”, perché marocchino in questo paese è chiunque abbia la pelle scura e faccia di professione il venditore ambulante. L’uomo in fuga imbocca la via centrale, la percorre per qualche decina di metri, poi svolta in una stradina laterale. In quel momento spunta il suo inseguitore. È un carabiniere sulla trentina, le suole delle scarpe inadatte alla corsa di mezzofondo risuonano sull’acciottolato, ha una pistola in mano e insegue il fuggitivo come se ne fiutasse l’odore nell’aria. Dietro al carabiniere, sempre di corsa, arrivano quattro ragazzotti con i visi congestionati dall’eccitazione, le magliette attillate sulle braccia, le scarpe Hogan, Prada, Gucci. Hanno il fiato corto, non sono loro le vittime del reato di cui forse si è reso colpevole l’uomo in fuga. Loro hanno trovato l’occasione per una battuta di caccia veloce, una preda facile da inseguire, una lepre nera da abbattere a colpi di bastone. Ma il grasso delle loro placide esistenza gli spezza il respiro dopo pochi metri, e se ne tornano indietro radunando l’aria nei polmoni. “Gli doveva sparare alla schiena” è il commento di uno dei quattro, “marocchino schifoso” dice l’altro, gli occhi scuri e dolci ancora da bambino, le ciglia lunghe e leggermente incurvate, il cuore già per metà mangiato dalle mosche dell’odio. Fra cinque minuti, all’una in punto, ciascuno di loro siederà alla tavola di casa, dove una madre di sentimenti semplici servirà un piatto di pasta fumante, gli passerà una mano sulle guance raccomandandogli di mangiare tutto, fino all’ultimo boccone. Nel petto avranno ancora i battiti accelerati per l’emozione di aver contribuito alla questione fondamentale della sicurezza nelle strade, nei quartieri, nelle città d’Italia, di aver indicato a un carabiniere una schiena su cui sparare. La strada nel frattempo si svuota, restano i cartoni davanti agli ingressi dei negozi, l’odore di fritto e di spazzatura, il silenzio raggelante che cade a picco insieme ai raggi del primo sole del pomeriggio. Io guardo per un attimo il mio viso riflesso nel vetro di un bancomat. Se fosse il viso di uno sconosciuto gli domanderei, si può sapere cosa vai cercando a un’ora del genere, in un posto come questo, in un’epoca come quella che stai vivendo?

In un’intervista del 1991 il grande drammaturgo e poeta tedesco Heiner Müller disse: “La società borghese si fonda sulla discriminazione, sull’isolamento, ma se non riesce più a identificare il male essa non può più isolarsi, e nemmeno autodefinirsi, perché a questo scopo avrebbe bisogno dell’altro, del regno del male. Quel regno ora si è dissolto con le proprie mani, spianando la strada al declino della società borghese. Il male è il futuro”. La frase rientrava in un contesto ben più ampio in cui Müller dissertava, tra l’altro, della prima guerra del Golfo, di psicanalisi, di DDR, e appunto, di futuro, ed era riferita in particolare all’immigrazione dei popoli del terzo mondo. Il 1991 era quasi vent’anni fa, eppure il futuro a cui accennava Müller era in realtà già presente. Ma è ancora possibile affermare che il male è il futuro? Oppure, osservando l’imbarbarimento attuale delle società capitalistiche, la reclusione del pensiero, il dominio degli istinti non si debba piuttosto affermare che il male è adesso? E se il male è adesso significa che noi popoli benestanti, cristiani e occidentali viviamo in una società divinizzata in cui un nuovo Lucifero muove per ribellarsi alla schiera degli angeli, significa che debellato ogni nemico sulla faccia della terra, che si chiami Comunismo, Iraq, Al Qaeda o che si voglia, il solo nemico possibile che rimane siamo noi stessi. È singolare che nell’epoca contrassegnata dallo scambio delle informazioni una società avverta, come necessità primaria, il bisogno di isolamento. Oppure, considerato che il complesso delle nostre esistenze è un fatto politico, che la nostra stessa morte è politica, l’isolamento è in realtà la maniera per preparare lo scontro con l’unico nemico sopravvissuto a millenni di lotte e di guerre umane. Il futuro forse sarà questo, quando una volta debellati tutti i nemici, una sola minaccia alla cultura dominante resisterà dentro di noi, nel ventre della bestia.

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Heiner Müller, TRISTANO 1993

Ieri mio figlio aveva un’aria strana
Una notizia orribile lunga un intero spot
Negli occhi di mio figlio io
Che ho visto troppo ho letto la domanda
Compensa  ancora il mondo la fatica di vivere?
Un istante una notizia orribile
Lungo un intero spot io ero il dubbio
Devo augurargli una lunga vita
O per amore una precoce morte

Lui è un clandestino rumeno e oggi i giornali ci raccontano della sua storia speciale. Si è nascosto nel vano carrello di un aereo e ha volato nei cieli che separano Vienna da Londra scampando per miracolo a una morte sicura. Quanta fame deve avere un uomo per chiedere a Dio un anticipo tanto grande sui prodigi divini? Mettiamo il caso che lui si chiami Anghel, da lassù non c’è luogo di questo pezzo antico d’Europa che i suoi occhi non abbiano scrutato, la terra ha cambiato nome una volta, un’altra e un’altra ancora, fino ad arrivare alle rive di Dover, alle veloci raffiche di vento e di uccelli, a una destinazione che a lui sarà sembrato un paradiso. Così mentre il corpo di Anghel congelava tra le nuvole, la sua mente sarà corsa dietro a quel ricordo di quando da bambino, vicino al molo del porto di Costanza, un vecchio pescatore gli mise tra le mani una conchiglia dorata, e lui mostrò quella conchiglia a suo padre e gli giurò che da grande avrebbe legato la conchiglia a uno spago e ne avrebbe fatto una collana da portare al collo per tutta la vita. Anghel non sa che fine abbia fatto la conchiglia, sa che suo padre è morto di crepacuore il giorno del suo quindicesimo compleanno, e adesso, mentre vola al di sopra di un fiume calmo e liscio che si distende come una serpe magra tra lunghi campi verdi, se lo immagina, suo padre, mentre tenta inutilmente di sfogliare un giornale con la pelle delle mani disfatta e i calli maldestri che scricchiolano intirizziti. Gli uomini normali, pensa Anghel, sono contornati di cose, hanno appartamenti stipati di oggetti, hanno vestiti e macchine a motore, hanno soldi in banca e relazioni sociali, io ho solo questo corpo, pensa Anghel, solo questo corpo che ho infilato nella pancia di un aereo e che l’aereo, pensa Anghel, sputerà a terra come le feci verdi di un uccello; quassù io non ho più nemmeno l’ombra. Austrian Airlines, deve aver letto da qualche parte, una scritta rossa su un muro o tra le stelle. Dopo l’ultima fase di atterraggio i funzionari dell’aeroporto l’hanno visto cadere dal carrello. Anghel ha potuto così riunirsi alla sua ombra.

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Gëzim Hajdari, da CORPO PRESENTE

Dammi la tua ombra
per la mia ombra
che sente freddo
nel suo nome
insegnami il tuo silenzio
la mia follia ne ha bisogno
per inventarsi un Dio
fammi conoscere la neve!
voglio nascondere
sotto la sua pelle
le parole mai dette

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