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È un venerdì mattina, il sole è già alto nel cielo, c’è una riga floscia di acqua pubblica che scorre dal becco di una fontanella piazzata sul marciapiede. Sono chiuso nei quattro vetri della mia auto per perdere un po’ di tempo, ho la cintura di sicurezza slacciata e gioco un po’ con il mazzo delle chiavi, ho lo sguardo fisso sulla fontanella. Un ragazzo si avvicina come se facesse una danza, gira intorno alla fontanella, poi si accuccia sulle ginocchia come una ninfea che si richiude al volgere della sera, mette le mani sotto il getto d’acqua e poi le passa sulla testa, pettinando i capelli all’indietro, poi incrocia le braccia intorno alla canottiera che indossa e passa i palmi sotto le ascelle per lavarle, infine si risciacqua il viso, si rialza lentamente e scompare in seno alla città. Al suo posto arrivano due uomini, sembrano reduci da una battaglia feroce combattuta contro la notte, i due si aiutano l’un l’altro nei lavaggi mattutini, nello strigliarsi energicamente le spalle e il collo lo spirito di fratellanza che adoperano è commovente, uno dei due si rade a secco con l’avanzo di un rasoio, poi tampona le piccole fuoriuscite di sangue con il lembo di una camicia che tiene ripiegata sotto il braccio. La cosa va avanti così per una buona mezz’ora, questa muta processione di disperati dagli occhi vizzi e dalla pelle devastata che aspettano con disciplina il loro turno nei pressi della fontanella. Dopo un po’ scendo dalla macchina e vado al mio appuntamento, e mentre cammino lungo la strada rifletto. Prima d’ora non credevo possibile che una fontanella potesse donare luce all’universo.

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Miklavž Komelj, VIE UMIDE

Come qualcuno che ha perso molto –
e la gente, nei rituali,
così pacati – e terribili – e nascosti,
affinché il denudamento diretto apporti
un po’ di distanza, di sollievo.
Che di continuo
genera questi rituali.
La fretta, i palpitanti mascheramenti
di ciò che si scopre
con ciò che si svela.
Anche strapparsi la maschera dal volto
è uno dei gesti
prevedibili dell’uso della maschera.
L’imprevedibile mano paterna
ha tappato la bocca ad Isacco.
Così si cammina per le vie.
I disperati
tentativi, essere tutto il cosmo,
per dimostrare fisicamente
la sua acosmicità!

Anni fa, dopo una notte passata a dormire sotto il portico della stazione di Londra, ho conosciuto un uomo in rovina. Io dormivo rannicchiato in un sacco a pelo leggero e lurido, di quelli buoni per l’estate, con la nuca appoggiata allo zaino e le ossa indolenzite dal pavimento duro. Ricordo quel risveglio come la cosa più dolce e beata della mia vita, un canto roco e gentile, “…how many times can a man turn his head, pretending he just doesn’t see?”, e le note lievi e perfette della chitarra che si staccavano come uccelli del paradiso dalla selva rumorosa del traffico dei taxi. Misi a fuoco la sua barba rossiccia da irlandese, scollando le palpebre e lasciandomi accecare dalla luce del mattino, e i suoi occhi stretti come due fessure, i capelli ritti e sudici, le macchie nere sugli zigomi. Aveva un’età indefinibile, tra i quaranta e i cento. Appena vide che mi ero svegliato smise subito di suonare, mi sorrise e chiese scusa per aver preso in prestito la mia chitarra mentre dormivo. Era seduto per terra con le gambe incrociate, aveva addosso una giacca rabberciata di due taglie più grande, raccolse dal pavimento una cicca di sigaretta ancora accesa e fece un tiro. Io da parte mia lo pregai di continuare, nessuno suonava la chitarra meglio di lui, e nessuno cantava le canzoni di Bob Dylan con tanta verità, così me ne stetti in silenzio come a guardare il fuoco che cadeva dal cielo, ad ascoltare quella sua voce fosca e aspra che strisciava lenta come la corrente in un fossato. I suoi – come lessi molti anni dopo nella poesia di un giovane poeta sloveno, Miklavž Komelj – erano “i gesti, / coi quali si conserva la dignità / sull’orlo della rovina”. L’uomo, appena terminata la canzone, mi restituì la chitarra, si alzò da terra a fatica e barcollò ancora per un paio di metri. Poi si fermò, e sembrava ben saldo sulle gambe, mi fece un gesto di saluto con la mano e mi augurò buona giornata. Era un vagabondo e andava a recitare in città la sua vecchia e prodigiosa parte.

L’attacco della poesia di Miklavž Komelj L’eternità ritrovata suona come una dichiarazione d’intenti sulla letteratura. I versi “All’immagine memorizzata di quest’uomo / all’improvviso si è aggiunto / il suo profumo” sono per me un tale condensato di senso da avere perfino pudore a scriverne. Le storie che provo ogni giorno a raccontare muovono appunto da “un’immagine memorizzata di uomo”, un passante, uno sconosciuto fermo al semaforo, un pensionato che porta a spasso il cane, un derelitto che non gli è dato di conoscere più nemmeno la luce dell’universo. Chiunque esso sia, quest’uomo è inciso nella mia memoria. Successivamente, su questa immagine, ricamo come uno scultore che lavora di taglio, incidendo schegge, provocando fratturazioni, e allora il passante-sconosciuto-pensionato-derelitto diventa una sagoma lucida e informe come creta bagnata, una rosa candida, una grande nube. L’attimo che dona vita a questa materia irregolare è un momento del tutto speciale, l’istante in cui un invisibile Prometeo, portando sulla terra il fuoco divino, dota l’uomo di ragione e di coscienza. Il dono di cui parlo consiste, per l’appunto, nell’aggiunta del “profumo”. Miklavž Komelj, nel finale della sua poesia, chiarisce molto bene da cosa dipende l’infusione del fuoco divino, non “dai ricordi personali, ma / dai passi che non ritornano, / dipende da questo / profumo”. Consiste in questo, dunque, la condanna che – attraverso il gioco letterario – infliggiamo ai personaggi d’invenzione, l’eternità, il castigo a restare. Patrick Süskind nella sua opera più famosa (che come tutti sanno si intitola, appunto, Profumo) afferma: “Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo”. Ecco, negli innumerevoli tentativi di scrittura d’invenzione che ho fatto da quando sono capace di mettere in fila una serie di lettere componendo frasi di senso compiuto, l’elemento che per lunga parte di tempo mi è sfuggito (e alla mancanza del quale potrei imputare la ragione dei miei incalcolabili fallimenti) era proprio il profumo.

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Miklavž Komelj, L’ETERNITÀ RITROVATA

All’immagine memorizzata di quest’uomo
all’improvviso si è aggiunto
il suo profumo.

Solo – sopra un’enorme piattaforma di cemento,
sulla quale di tanto in tanto giace
un artiglio tagliato, una sezione di muso,
un orecchio o qualcosa d’altro.

Dio, dal concetto del futuro
dipende da dove proviene –
è ancora suo –
o è già suo –
oppure è una lettera
giunta da lontano.

Il labbro superiore e quello inferiore
dallo spavento si stanno baciando.

Non dipende dai ricordi personali, ma
dai passi che non ritornano,
dipende da questo
profumo.

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