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Milan Kundera di recente ha dichiarato: “Voglio che i miei romanzi restino fedeli al libro per come lo conosco dalla mia infanzia”. È una frase che evidentemente lo scrittore boemo ritiene sufficiente per spiegare una clausola che da anni fa inserire nei suoi contratti editoriali, in base alla quale i suoi romanzi non possono essere pubblicati che sotto la forma tradizionale del libro, vietando di fatto una versione digitale, per esempio, de L’insostenibile leggerezza dell’essere. Stefano Montefiori sul Corriere della Sera, commentando la notizia, ha chiosato dicendo che “l’autore resta padrone del testo; il tipo di libro (cartaceo o elettronico) lo scelgono i lettori”, e a me sembra una verità sacrosanta. Di Kundera il libro che ho amato di più non è un’opera di narrativa, ma un saggio, un saggio sul romanzo. Si intitola, appunto, L’arte del romanzo. Tra le pagine di questa bellissima opera critica c’è una frase che dice questo: “Ascoltava [si riferisce a Tolstoj] quella che mi piacerebbe chiamare la saggezza del romanzo. Tutti i veri romanzieri prestano orecchio a questa saggezza sovrapersonale, e ciò spiega come mai i grandi romanzi siano sempre un po’ più intelligenti dei loro autori. I romanzieri che sono più intelligenti delle loro opere dovrebbero cambiare mestiere”. Per quanto si possa parlar male dell’editoria digitale, ma non è questo l’argomento che qui mi interessa, va detto che un romanziere che vieta la diffusione dei propri libri ostracizzando una forma legittima come l’ebook, è innegabilmente uno che non deve cambiare mestiere.

Il mio amico è seduto sul divano del soggiorno. Gli domando: “Hai letto Il sogno del Celta di Vargas Llosa?”. Lui scuote la testa. “Sai”, mi fa, “c’è tutta una letteratura che forse leggerò in un’altra vita. Parlo di quei sudamericani, Cortázar, Amado, Guimarães Rosa”. Io sorrido: “Quelli li leggi a vent’anni, o non li leggi più”. Lui annuisce. “Esatto”, dice. “Io a vent’anni non li ho letti, per cui credo di aver perso il giro”. Non so quanto ci sia di vero in questa teoria, però credo che ci siano effettivamente degli autori che vanno affrontati al momento giusto, e spesso capita che quel momento coincida con un’età della nostra vita irrimediabilmente sorpassata. Così penso che se non avessi letto i beat in quella particolare età in cui vanno letti i beat (ossia nella prima feconda giovinezza) con tutta probabilità me li sarei persi per sempre. Vale lo stesso per i classici russi, e per i vittoriani, per gli esistenzialisti francesi, o per singoli autori come Kundera, Hesse, Kafka. Naturalmente è tutto molto opinabile e ciascuno ordina a suo modo gli autori nel proprio speciale catalogo delle età e delle letture. Per cui mi sono messo a riflettere su quali saranno i libri che leggerò in un’altra vita. La conclusione che ne ho tratto è avvilente. Mi sono sentito come un cittadino sconsolato che sfoglia l’elenco telefonico della repubblica internazionale delle lettere sapendo già che non potrà chiamare che una parte infinitesima di quei nomi.

Sono molto scettico sull’efficacia dei corsi di scrittura creativa. Soprattutto per quell’aggettivo, “creativa”, che mi è sempre suonato pletorico (penso infatti che la scrittura sia sempre creazione, anche quando si redige un crudo verbale). In paesi stranieri dove lo stato generale delle arti e della letteratura è più salubre che da noi esistono cattedre universitarie dedicate a questa disciplina. In Italia si va avanti nella più completa improvvisazione. In buona sostanza i laboratori di scrittura creativa da noi sono diventati una voce importante nel budget di autori già affermati e di case editrici col fiato corto. Soprattutto nel secondo caso la partecipazione al corso nasconde spesso un’allusione alla possibilità di una scorciatoia per la pubblicazione del fatidico primo romanzo. L’aspirante scrittore del resto rappresenta ormai una miniera d’oro per gli addetti del settore. Credo che la diffusione selvaggia di questo genere di corsi abbia provocato a lungo andare un appiattimento complessivo dei linguaggi e delle tendenze richiesti dal mercato editoriale. In certi casi, parlo di corsi d’élite, la partecipazione illude di poter entrare a far parte di una delle tante lobby che si spartiscono il mercato della cultura in Italia. A me sembra che tutto questo meccanismo sia proteso a far ottenere a un certo numero di persone un codice isbn da esibire, mentre in realtà insegnare a fare letteratura significa affrontare un’analisi del romanzo lanciandosi in un’esplorazione di tutto ciò che ne anima il corpo, la coscienza, il cuore. Penso di non sbagliare se dico che, in nove casi su dieci, prima di iscriversi a un corso di scrittura creativa e pagare magari anche qualche centinaia (se non migliaia) di euro, valga la pena leggere un libro come L’arte del romanzo di Milan Kundera. È pubblicato da Adelphi e costa 13 euro. Fra quelle pagine c’è molto di più, soprattutto c’è molto amore per il romanzo letterario, e per chi scrive è uno scrigno pieno di tesori.

Non so per quanto tempo scriverò ancora, forse per sempre, o forse solo fino a domani. Questa è l’epoca in cui nessuno chiede conto delle tue cose. Se ti va bene riesci a “importi all’attenzione della gente” (è così che si dice, ed è sintomatico di tante cose, perché l’imposizione a mio modo di vedere è sempre qualcosa di molto brutto). Il fatto è che sono un tipo che parla poco, quindi se smettessi di scrivere mi priverei di un espediente importante per comunicare. Ho letto molte cose in vita mia, ma non sono mai abbastanza, e non saranno mai tutto. Ne ho scritte anche tante, entro quei confini impraticabili che presenta la mia lingua. Il sentimento che provo per le cose che ho scritto è per lo più indifferenza, spesso fastidio. Provo invidia per la libertà dei poeti, per la loro sincerità, i poeti non sono anime gracili come un mito romantico ci impone di credere, i poeti sono gente tosta, che non teme di mostrarsi nuda, che si libera dei bisogni o se ne rende schiavo fino al massimo grado, in ogni caso persone di carattere. I narratori al contrario peccano di una certa meschinità, sono così maniaci di perfezione, ridondanti, a volte dimessi fino al punto da annullarsi nelle creature di loro invenzione. I narratori pensano sempre a insegnare una cultura morale agli altri uomini, i poeti invece se ne infischiano della morale, sono spiriti traboccanti, anime colme di desiderio. Sostiene Kundera che il romanzo non è un genere letterario, dice testualmente: “È impossibile capire il ro­manzo se gli si nega una sua specifica Musa, se non lo si considera un’arte sui generis, un’arte autonoma”. Ecco, pensiamo a questo, la distanza che c’è fra un romanziere ed un poeta è la stessa che corre tra un pittore e un musicista. La letteratura non è la grande madre comune. La letteratura intesa come arte maggiore è un’invenzione malvagia.

Da un po’ di giorni non faccio altro che leggere articoli sul cosiddetto “ritorno alla realtà” della narrativa italiana contemporanea. La definizione – che è presa in prestito da un saggio di Romano Luperini di qualche anno fa – è poco più che un aggiornamento del termine “neorealismo” con cui puntualmente, da qualche decennio a questa parte, si ricorre per definire una circostanza sensibile, una temperie, che dovrebbe accomunare in qualche modo i maggiori, o presunti tali, autori italiani. Così si mettono in fila un po’ di nomi forti (forti in termini di mercato) e ci si edifica sopra una bella teoria sull’Italia contemporanea, mescolando sapientemente autori di reportage giornalistici, giallisti dediti all’uso del dialetto e misteriosi gruppi di scrittori mascherati che di tanto in tanto si dilettano a fare il punto sulla questione delle patrie lettere. Questo per ricordare a tutti che viviamo in un’epoca buona per essere raccontata. Dovrebbe essere, questo ennesimo “ritorno alla realtà”, un’operazione di rottura, una messa in crisi di un sistema, una risposta politica a un’epoca storica lobotomizzata. Così almeno si sforzano di dipingerla. In realtà è l’ennesimo baraccone messo in piedi dagli stessi nomi che alimentano lo stesso circuito da almeno quindici anni a questa parte, nomi che convivono con estremo agio con un potere politico che osteggiano solo superficialmente, ma senza il quale non potrebbero essi stessi sopravvivere. Le dotte tirate dei critici che tentano di legittimare quello che è in realtà il più scandaloso baratro culturale degli ultimi secoli di storia della letteratura italiana non è altro che pasturazione di superficie che serve a far affiorare banchi di piccoli lettori da pescare all’amo. Non solo. Il sistema che è stato edificato per la promozione della letteratura in Italia è di tipo protezionistico. Nei festival, sui giornali, nei programmi radiofonici e televisivi dedicati all’argomento, si tende a dare risalto quasi assoluto agli autori italiani del momento, fingendo che i rapporti di forza con letterature del mondo oggettivamente più in salute della nostra siano egualitari. Questo ha finito per condizionare anche il dibattito a largo spettro che alimenta la galassia del web. Ne risulta una distorsione generale delle categorie di forza e una rimozione forzata e collettiva di una crisi culturale – come ho già detto e come ribadisco – tra le più gravi di sempre. In Italia, questo è vero, i buoni scrittori ci sono, ma sono confinati ai margini del sistema dominante, com’è vero – e se ne facciano una ragione – che non ci sono i Marías, i Roth, gli Oz, i Pamuk, i Vargas Llosa, i Kundera e via dicendo. Qualche serio addetto ai lavori (come Wlodek Goldkorn, per fare un esempio) ogni tanto tenta di ricordarcelo. E questo, forse, è l’unico ritorno alla realtà possibile.

Nell’appendice all’edizione italiana Einaudi di Un cuore così bianco di Javier Marìas c’è una breve riflessione dell’autore sul valore della traduzione e un passaggio molto interessante sul senso del fare letteratura oggi. “Gli innumerevoli tuttologi del nostro tempo esclamano da sempre: Il romanzo è morto. La letteratura è morta” si legge tra le altre cose. Secondo qualcuno si tratta di un affondo polemico rivolto a Milan Kundera (citato tra l’altro, con poca benevolenza, in un passaggio del racconto) il quale a sua volta aveva riconosciuto la morte del romanzo. La questione se ci sia ancora qualcosa di nuovo da inventare, se i maestri del passato abbiano o meno detto tutto ciò che si poteva dire esprimendolo in forma di romanzo, è cosa arcinota. È in altro modo un’istigazione al nulla. Lo stesso Marìas affrontò la questione in un’intervista rilasciata alla fine degli anni Ottanta. “Non m’importa molto la novità, neppure l’originalità” disse. “Quest’idea del nuovo, che i libri dicano qualcosa di nuovo, che mostrino qualcosa di nuovo. Credo che si tratti di un’ossessione di questo secolo, l’ossessione dell’originalità, di fare sperimentalismi ad ogni costo”. Sulla morte presunta del romanzo dirò, con una banalità, che non penso che un cuore pulsante possa dirsi morto. Il romanzo è una forma artistica che gode di ottima salute, è ancor oggi il mezzo più raffinato per raccontare una storia, per edificare un universo dal niente, per dare vita e anima a esseri inorganici. Il romanzo è la metafora più affascinante della creazione dell’uomo, e l’inventore di storie è colui che mette ordine nel caos. Al di là delle sottili schermaglie fra grandi maestri perciò credo che l’ultima parola sia sempre del lettore. Finché esisterà un solo lettore sulla faccia della Terra che godrà di una pagina di letteratura, che col solo gesto di scorrere gli occhi lungo un tracciato di frasi ordinate di senso darà vita a un mondo d’immaginazione, finché ci sarà questo individuo solitario, introverso, separato dagli altri uomini e dalle mode, assetato di menzogne, il romanzo potrà considerarsi vivo.

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