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Il garage in cui scendo la mattina presto è un posto oscuro e silenzioso. È un labirinto di Cnosso tracciato fra decine di pilastri bianchi. Sul pavimento è perennemente distesa una polvere grigia che sembra il residuo di una catastrofe. In questo territorio disabitato c’è il racconto di innumerevoli vite. Nel palazzo i rapporti sociali sono ridotti all’osso, l’incontro con un vicino di casa, davanti alla porta dell’ascensore o alle cassette della posta, spesso si riduce a uno scambio ostile di occhiate, nel migliore dei casi un buongiorno mormorato come un lamento. Questo fa sì che le persone si riducano a fisionomie secondarie, anime di passaggio. Il garage condominiale invece è il luogo in cui si depositano le rimanenze delle loro vite, vecchie reti di letti matrimoniali addossate alle pareti, logore dispense malamente ricoperte di stracci consunti, motori sezionati, antiche automobili senza vetri ridotte a carcasse maleodoranti. In questo luogo senza sole i freddi sconosciuti che talvolta incontro di passaggio negli spazi condominiali mi mostrano un’ombra di umanità, un pulviscolo della loro anima depositato su quegli oggetti. Mentre salgo in macchina e faccio le manovre necessarie per uscire incolume dal labirinto, mentre accendo la radio e regolo il climatizzatore, quegli oggetti mi coinvolgono e mi parlano. Le vetture parcheggiate negli spazi riservati sono lì che giacciono con le carrozzerie nell’ombra, la Mercedes dell’inquilina del terzo piano che si dà arie da gran signora, la Station Wagon del pilota di aerei, lo scooter della studentessa di architettura e la Suzuki dell’impiegato di banca, il coupé della sudamericana che fa le marchette in qualche casa d’appuntamenti clandestina e che si dice sia scappata in America un anno fa. Così immagino come stanno le cose sulla base di un bene materiale, un contrassegno più stringato di un epitaffio, un’allegoria di una vita benestante moderna e occidentale. Nel labirinto di Cnosso Teseo aspettò che il terribile Minotauro, la bestia metà uomo e metà toro, si addormentasse e poi lo pugnalò. Io ogni giorno tocco il volto e il respiro del mostro, e poi corro via nel mio mantello, perché non possiedo il coraggio del re di Atene.
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Pere Gimferrer, CANTO

Il mare piega il mantello di Teseo
sul suo specchio concavo. Quale luce
punge i miei occhi, colpo di verga, daga
di bronzo liquido? Uccelli ci parlano, uccelli
non di questo mondo. Oh, colpite i miei zigomi
con il miele di questa luce, tendine, scafandro
o gas nei miei polmoni, inalando
ed esalando, come un’aquila spaccata
in due parti. Vivo, vivo sono
come un’aquila, dei. Sarò uno
o due per voi? Non pensavo di
trovarmi qui, nella caverna vegliata
da minotauri di gesso. Vento incalza
i tuoi cani a Trieste, e leggano i miei
sulla sfera verde dei loro occhi
che mi sono perduto a Creta.

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