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Una recensione in anteprima di Natàlia Castaldi a “La misura del danno” pubblicata su La cifra dei giorni. È la prima in assoluto per questo libro. Qui il link all’articolo originale.

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La misura del danno è il titolo dell’ultimo romanzo di Andrea Pomella, pubblicato dalla Casa Editrice Fernandel.
Il romanzo che attraverso le vicende di vita di un aspirante attore pronto a tutto e soprattutto in perfetta linea con l’idea della prostituzione della propria dignità in funzione dell’arrivare, dell’apparire, dell’ “esserci” vivendo al di sopra dei propri meriti ed aspettative, racconta un ventennio cruciale, socialmente e politicamente, basato su effimere conquiste e inevitabili tracolli: la perfetta sintesi dell’illusione mediatica di un tempo programmato per l’annichilimento di una coesione cosciente e sociale, di cui adesso paghiamo le spese, tirandone ognuno a suo modo somme o, peggio, “sottrazioni”. Read More

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Ho letto Dialoghi con nessuno (Edizioni Smasher) di Natàlia Castaldi ponendomi dalla parte che mi compete, ossia quel nessuno invocato nel titolo. La verità è che non si sa mai da che parte porsi quando si legge poesia, perché la poesia è fatta di una sostanza diversa dalla narrativa, e se dentro un romanzo noi sappiamo ritagliarci alla perfezione il nostro ruolo di lettori, nella poesia tutto diventa più difficile. In questa raccolta di versi però, la poetessa siciliana ci dice fin dall’inizio quale sarà il nostro posto e – di riflesso – quale il suo. Il nostro è quello di muti attori, o se si vuole di quelli che fanno la vita, che la praticano, quegli arnesi freddi che riempiono l’esistenza dei giorni e con i quali un poeta deve fare i conti. Così noi siamo, di volta in volta, la scrittura, “il vaffanculo, la rabbia, […] tutto il bene e tutto il male delle cose” e il compito del poeta diventa quindi di prendere “tutte le cose che non sono e farne un libro”. È una scrittura viscerale quella di Dialoghi con nessuno che arriva a toccare vertici altissimi quando diventa orazione civile (è il caso della splendida Sulla spiaggia di Ez Zauia, sui crimini della guerra di liberazione libica) o quando in controcanto si posa sui segreti minimi della sua terra, (“La mia gente è strana / puzza di sudore e reti fin dentro le ossa. / Parla una lingua incomprensibile / di ammiccamenti e gesti rubati al vento / ma in una virgola al centro della fronte / custodisce i segreti del tempo”). La poesia di Natàlia Castaldi è tra le cose migliori che si possa leggere oggi in Italia, una delle poche dalle quali possiamo non aspettarci limiti.

Tempo fa, scalando in macchina la lenta china che sale dalle pendici del colle che ospita il paese di mia madre, ho riflettuto sulle possibilità di una terra. Nei versanti verdi delle colline che fanno da quinte alla piccola strada, laddove – non molto tempo prima (lo ricordo bene, io ero appena un bambino) – non c’era altro che filari di uve e ulivi e terre coltivate da contadini occasionali, e prima ancora (dice mia madre) un piccolo sentiero scosceso da cui scendevano i ragazzini in groppa agli asini durante i giorni di festa, stanno crescendo case e quartieri. Oggi la terra appartiene alla modernità, la modernità non rispetta la memoria, passa e divora il senso dei luoghi. Su quei versanti sessant’anni fa si è combattuta una guerra. La stessa guerra la si è combattuta nel resto del mondo. Cosicché la terra che abitiamo è profumata di antichi cadaveri e di soldati caduti, e a noi importa poco sapere che tutto questo è stato, per noi è appena sufficiente un’ora di storia sui banchi di scuola a quindici anni, e prendere informazioni nel gabbiotto in plexiglass che l’agenzia immobiliare ha montato sui terreni scavati dalle ruspe e immaginare la nostra vita in una bifamiliare in cui crepare stressati dai debiti e felici. Ma la terra ricorda, la terra ha una sua memoria, e la terra aspetta. Aspetta di vederci correre coi nostri retriever dai musi dolcissimi, inseguendo le nostre altalene, ridendo delle nostre grigliate felici, delle nostre vite ignoranti, delle mille storie che calpestiamo ogni giorno. È ancora giovane la terra; e noi siamo già così vecchi.

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Natàlia Castaldi, DOVE UN TEMPO PIANTAMMO UNA QUERCIA SI SECCÒ ANCHE IL MIO ULIVO

L’ombra incredula della collina
scende macchiata di porpora e china,
il vento spoglia i rami alle dita
– scabre le vene s’asciugano ai polsi.

Un plaid di foglie falciate all’ulivo
piange scomposto l’immobile grido
delle radici che succhiano al suolo
l’aspro sapore di chi s’è perduto.

Lì dove un tempo piantammo una quercia
priva di ghiande da offrire ai suoi porci,
ascolteremo cantare le stelle
nelle pozzanghere e dentro le fosse.

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