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L’11 settembre 2001, al momento dello schianto del secondo aereo contro la torre sud, ero in un ipermercato di Roma. Mi aggiravo fra i corridoi dando un’occhiata alle lattine di olio per motori in esposizione nel reparto autoricambi. Non so, forse in quel periodo la mia macchina soffriva di perdita d’olio e io mi trovavo nella condizione di dover effettuare rabbocchi continui. O forse in quel periodo non avevo proprio la macchina, non ricordo bene, e la curiosità che mi spingeva esattamente in quel corridoio era più che altro di natura sociologica, il voler osservare l’esatta fauna appassionata di motori che adora passare i pomeriggi a scrutare le collezioni di Arbre Magique. Fatto sta che lo schianto lo vidi all’improvviso, voltando lo sguardo verso il corridoio centrale dell’ipermercato, dove un capannello sempre più folto di persone si accalcava nel reparto elettronica, davanti a ai televisori in esposizione che rimandavano tutti contemporaneamente le immagini dell’apocalisse, mentre la voce di Enrico Mentana riecheggiava tra le volte dell’ipermercato. Ovviamente quella non era una notizia, tutto era come in uno stato di ipnosi, tutto accadeva come in un finale wagneriano. Avevo ventotto anni, ma era come se ne avessi dodici, la mia vita aveva un aspetto muto e vuoto, senza colore, come i camici delle commesse che smisero in quel momento di sistemare la merce sugli scaffali e si precipitarono anche loro davanti alle Tv, per sgranare gli occhi sul secondo aereo che si infilava dritto e morbido nel ventre del grattacielo. Io e quelle commesse guardammo uno degli eventi più traumatici della Storia recente sugli schermi di televisori da cinquemila euro che non ci saremmo mai potuti permettere. Anche in quel posto sarebbe rimasto per sempre l’odore di una catastrofe accaduta a 6640 km di distanza. La Storia ha anche questo di interessante.

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In America a un certo punto gli scrittori scompaiono. Non dico muoiono, o meglio non solo. In America c’è un momento in cui gli scrittori escono dal loro corpo e si danno alla fuga in una penombra che quando si è fortunati diventa mito. L’esercizio della fuga ha molte varianti, la lezione di Jerome David Salinger sull’arte della fuga è forse la più famosa e illuminante. Cosa ha fatto per mezzo secolo questo signore dalla natura schiva e riservata, figlio di un ebreo di origini polacche, inviato con le truppe da sbarco americane a Utah Beach nel D-Day, e assurto agli onori delle cronache letterarie nel 1951 con la storia di un certo Holden Caulfield? Dov’era e cosa faceva J. D. durante la crisi dei missili di Cuba e quando Kennedy veniva assassinato a Dallas? Come occupava le sue giornate nel rifugio di Cornish nel New Hampshire mentre dilagava negli Stati Uniti il movimento per i diritti civili, e quando si andava a fare la guerra al Vietnam e l’Apollo 11 accompagnava Armstrong, Collins e Aldrin sul suolo lunare? E cosa avrà pensato della fine ignominiosa di un presidente come Nixon e di quel neonazista, John Hinckley Jr., che il 30 marzo dell’81 a Washington D.C. sparò a Reagan perforandogli un polmone con la speranza di attrarre su di sé l’attenzione di Jodie Foster? E quali erano i suoi progetti per il futuro mentre i giovani americani andavano a intossicarsi ai fumi sprigionati dai pozzi petroliferi del Kuwait? E quando cadevano le torri di New York e veniva eletto il primo presidente nero della storia americana? Dov’era J. D. Salinger? Forse mangiava un frutto di fronte al fiume calmo e liscio, o forse tinteggiava uno steccato con sua figlia Margaret, o forse, ridotto a una solitudine senza fine, passeggiava al centro delle sue notti insonni riflettendo sui piccoli eccessi quotidiani del tempo che gli era toccato di vivere. Chissà invece che non abbia scritto per tutto il tempo, occupando con meticolosa coscienza scaffali segreti e riempiendoli di racconti e notizie su colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale. In una frase del Giovane Holden c’era già forse il suo congedo dal mondo: “Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio”.

Ho letto da poco “Invisibile”, l’ultimo romanzo di Paul Auster. Non sono un fan di questo maestro del “giallo filosofico”, pure apprezzandone spesso l’indiscussa capacità di intessere trame che sovente sembrano sconfinare nella metafisica. Il perché è presto detto: mi ha deluso spesso Auster, molto più spesso di quanto, al contrario, sia stato capace di entusiasmarmi. Eppure penso che Auster sia uno di quegli autori a cui, per un motivo o per l’altro, siamo sempre disposti a concedere un’altra opportunità. Dopo aver letto questo suo ultimo lavoro ho scritto una recensione. Il pezzo è uscito ieri nelle pagine culturali dell’Unione Sarda.

Paul Auster ritorna ed è Invisibile – A oltre vent’anni dal suo capolavoro, “Trilogia di New York”, lo scrittore statunitense riconquista i suoi lettori con un nuovo romanzo

Unione Sarda. 12 gennaio 2010, pag. 37 – «La prima volta che gli strinsi la mano fu nella primavera del 1967». Comincia così Invisibile (Einaudi), il romanzo che segna il ritorno di Paul Auster agli antichi fasti. Era dai tempi della Trilogia di New York – il libro composto dalle novelle Città di vetro, Fantasmi e La Stanza chiusa, pubblicato oltre vent’anni fa e unanimemente considerato il suo capolavoro – che lo scrittore americano (classe ’47, nato a Newark come Philip Roth) sembrava aver perso lo smalto che lo ha reso uno scrittore di culto celebre in tutto il mondo.
Tra la chiusura della trilogia e questo nuovo attacco c’è tutta una sequenza di prove sbiadite, lavori appena salvati dal mestiere, qualche sconfinamento nella sceneggiatura (Smoke, Blue in the face) e nella regia cinematografica (Lulù on the Bridge). Così, dopo la recente delusione di Uomo nel buio, i devoti di Paul Auster avevano finito per perdere ogni speranza. Sarà per questo che il nuovo romanzo, dato alle stampe alla fine del 2009, è risultato andare oltre ogni più rosea previsione.
La storia si apre sui fatti accaduti a uno studente di lettere della Columbia University nella primavera del 1967, pochi mesi prima della “Summer of Love” della controcultura hippie. Il ventenne Adam Walker, aspirante poeta, durante un party a New York conosce una coppia di amanti composta da un inquietante professore parigino, Rudolf Born, omonimo di un poeta provenzale citato nell’Inferno di Dante, e dalla affascinante Margot («Non una bellezza, forse, ma un simulacro della bellezza»). Walker diventa subito oggetto dell’attrazione della coppia; da una parte il facoltoso Born che gli offre un cospicuo assegno per ideare e curare una rivista letteraria, dall’altra Margot, la quale, complice una partenza improvvisa di Born per l’Europa, lo invita a casa sua e si abbandona con lui a cinque giorni di sesso sfrenato. Il diabolico Born al suo ritorno punisce il tradimento di Margot cacciandola di casa, mentre nei confronti del giovane Walker continua a mantenere una condotta ambigua e apparentemente priva di risentimento. Finché i fatti precipitano e una sera Walker diventa testimone di un orrendo delitto in cui si svela la natura violenta e immorale di Born.
A questo punto la cesura che si apre nella storia diventa il pretesto per una carambola sfrenata di giochi di stile a cui Auster si lascia andare con sconcertante naturalezza. Cambiano le voci narranti («Scrivendo di me in prima persona mi ero represso, mi ero fatto invisibile, mi ero reso impossibile scoprire ciò che stavo cercando», ci confessa Jim, il personaggio dello scrittore James Freeman a cui a un certo punto passa il testimone della narrazione e a cui vengono affidate le memorie di Walker), cambiano i tempi verbali della narrazione, cambiano i luoghi e gli anni, le storie si intersecano, i temi sconfinano nell’incesto, nella morte, nell’abiezione e il romanzo si dilata oltre l’orizzonte claustrofobico con il quale si era annunciato.
È forse in questo continuo ribaltamento dei punti di vista, in questa ricucitura ininterrotta della vicenda (che si dipana in un arco di quarant’anni) che a un certo punto la struttura del romanzo risente di un piccolo ma avvertibile cedimento e le ottime premesse cedono il passo a un appannamento complessivo. Sta qui la grandezza e il limite dell’opera. Ciò che resta al termine della lettura è un sapore agrodolce, l’impressione di aver avuto a che fare con un capolavoro sfiorato, come se sull’ispirazione di Auster fosse caduta una buona parola e una benedizione, un dono iniziale sul quale, tuttavia, lo scrittore ha finito per fare troppo conto.

ANDREA POMELLA

Il 7 agosto del 1974 il funambolo francese Philippe Petit camminò in equilibrio su un cavo metallico teso tra le Torri Gemelle del World Trade Center. La sua performance – che ho rivisto ieri sera nel bellissimo documentario Man on Wire – Un uomo tra le Torri – è indecifrabile come il tempo, delirante e rigorosa come l’algebra. Passeggiare su una corda tesa a 415 metri d’altezza nel sereno e nella dolcezza di un mattino newyorkese, a una distanza infinita sopra agli occhi eretti di passanti attoniti, fu un atto di sconvolgente bellezza, qualcosa che ogni essere umano ha creduto potesse esistere solo in sogno. Non credo ci sia stata nella storia umana impresa più ardita di questa, né il mito del trasvolatore né le spedizioni nelle terre dei ghiacci reggono il passo del funambolo Petit. C’è qualcosa di assoluto nel gesto di quest’uomo, il fatto che non si trattò di un’azione volta alla realizzazione del progresso scientifico o tecnologico dell’uomo, ma fu uno scherzo cosmico, una canzonatura più vera della verità. La biografia di Petit ci informa che a diciotto anni era già stato espulso da cinque istituti per aver borseggiato gli insegnanti ed essersi rifiutato di dare esami. L’arte di strada era così entrata nel suo destino. Petit (che dal francese può essere tradotto con piccolo, minuto, o ancora, spicciolo, insignificante) era allora un uomo rosso di capelli, con gli occhi piccini e vispi come quelli di un bambino, o di un sognatore (che poi in fin dei conti è la stessa cosa). “Uomo dell’aria, tu colora col sangue le ore sontuose del tuo passaggio fra noi. I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni” disse ai microfoni una volta sceso dalla corda distesa fra le Torri. Petit quel mattino non poteva sapere che 27 anni e 35 giorni più tardi il sangue avrebbe colorato quel cielo alle estremità del suo passaggio e che i due grattacieli tra cui aveva teso un filo per andare a spasso con gli angeli sarebbero venuti giù come un castello di carte. Fa una certa impressione allora rivedere oggi il funambolo Petit bighellonare sul cielo nudo di Manhattan come una farfalla nera e sottile, vestito unicamente di un’asta rigida e curva, immerso nel silenzio della vetta, lontano dagli strepiti delle ambulanze, dal traffico cittadino, dai rumori e dalle tragedie del mondo.

Ci sono libri che si avvicinano a noi come piccoli uccelli cordiali, si posano accanto alle nostre mani, non ci temono, anzi, ci guardano come per sfida, poi prendono il volo lasciandoci una piuma bianca che terremo con noi per sempre. Sono libri amici, che ci parlano in tono di gran segreto, trovano spazio nella nostra anima e non vanno più via. Di questi ne capitano in misura di tre o quattro nella vita, non di più e non di meno. Non è detto che siano i libri – come si dice – che porteremmo con noi su un’isola deserta, ma sono tuttavia speciali oltre ogni nostra più intima comprensione, per ragioni che non sempre ci sono chiare, testi che ci sono cari come persone di famiglia. Io ho un libro così. Mi tiene per mano ogni volta che mi metto a scrivere una pagina o a pensare allo spirito della letteratura così come vorrei che fosse inteso ancora oggi. È un romanzo scritto da un ebreo americano nel ’34, e subito dimenticato per trent’anni insieme al suo autore, e poi ancora riscoperto negli anni Sessanta e infine giustamente acclamato come un capolavoro della letteratura del Novecento. Sto parlando di Chiamalo sonno di Henry Roth. Si tratta di un romanzo complesso e pieno di suggestioni, in qualche modo imparentato nelle atmosfere a quel capolavoro del cinema che è C’era una volta in America di Sergio Leone, un romanzo di formazione che ha per protagonista il ragazzino David Schearl che nella New York degli inizi del secolo diventa il testimone di tormentati rapporti familiari e più in generale dell’ebraismo d’America. Chiamalo sonno è un romanzo stupefacente, che incanta, un racconto degli anni verdi della vita scritto con uno stile inarrivabile. Rifiutato dal mondo letterario, Henry Roth si rifugiò per sessanta lunghi anni lontano dalla mondanità e dal clamore in una fattoria vicino ad Augusta, nel Maine, dove si dedicò quasi esclusivamente all’allevamento delle anatre. Il suo ritorno sulla scena letteraria in tarda età fu l’occasione per licenziare i cinque volumi dell’opera monumentale dal titolo Alla mercé di una brutale corrente e per restituire al mondo uno scrittore immenso. Ecco, Chiamalo sonno lo considero assolutamente come un membro della mia famiglia ideale, uno di quei romanzi che non tradiscono mai, sui quali puoi far conto in ogni momento della vita, basta solo saperli interrogare, magari aprendone una pagina a caso, o cercandovi fra le righe una risposta agli affanni della scrittura.

Ecco la strada, la culla in cui sei nato. Quella cosa che si specchia di fronte all’uomo che dorme in poltrona nel suo bell’angolo di appartamento, quella contraria al cielo. La strada è quella cosa là. Ogni città ha le sue strade, New York, Londra, Roma e Città del Messico, e ogni strada ha i suoi figli, derelitti, pazzi, che bruciano, bruciano come fuochi d’artificio, come tante guerre senza pace. Piri Thomas è uno di quei figli là. Nato nelle strade di Harlem nel ’28 e presto coinvolto in storie di gang e droga, sette anni di prigione e poi la redenzione, l’emancipazione spirituale, l’impegno a favore dei tossicodipendenti, la musica e la poesia, l’amore per la cultura “nuyorican”, ovvero quella mistura derivante da New York e Porto Rico, di cui diventa uno dei padri fondatori. E poi le storie del ghetto, povertà, violenza, problemi razziali, cantate in una forma speciale di bilinguismo, con codici nuovi e con la creazione di nuove espressioni miste, e una strabordante creatività verbale. Ecco la strada che ti ha cullato, dove “every child is born a poet”, dove ogni bambino che nasce è un poeta.

Piri Thomas, PIANO

Piano, Puerto Rican, non sei solo,
Muchos estan contigo, e hai una casa.
Forza,
combatti i sentimenti negativi,
fa’ un respiro profondo, non batter ciglio e
chiedi quello che vuoi
e fai l’uomo grande…..la donna
Metti in mostra il respiro della vita,
parla della brezza e dei non ti scordar di te.
Di’ la tua sulle sporche strade.
Scarabocchia un messaggio arrabbiato in un androne squallido,
esprimi quello che hai da dire e non reprimere l’ispirazione,
avvolgi a spirale con gli occhi un mondo tanto grande.
Una goccia alla volta, e magari piangi un po’
Potrebbe andare peggio.
Piano, Puerto Rican, non sei solo,
Muchos estan contigo, e hai una casa.
Giovane come sei, fa’ uno sforzo per capire i tuoi mezzi,
conosci la tua bellezza
e guarda la scena
risveglia un sogno che non ti sia nemico.
Alzati più in alto delle grigie volute di fumo dei camini.
Ehi, tira in dentro la pancia e trattieni il respiro.
Apri bene gli occhi di caraibico,
e guarda l’arcobaleno che è in te.
E guarda l’arcobaleno che è in te.
Punto.

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