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Su Fuori Asse n. 6 è stato pubblicato questo mio articolo che ha per tema il romanzo “L’amante” di Yehoshua e in particolare il personaggio di Dafi. Qui si può scaricare la rivista.

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È una mattina dell’ottobre del 2007, me ne sto rannicchiato con le ginocchia alla gola sul sedile davanti di un vecchio taxi che ci porta dalla spiaggia del Poetto al Castello di Cagliari. Dietro di me c’è Abraham Yehoshua, sua moglie Ika e Alessandra, la mia compagna. Abbiamo appena consumato una granita al limone in un bar sulla spiaggia conversando di letteratura ebraica americana, e in particolare di Henry Roth, l’autore di Chiamalo sonno. Ho una foto di noi quattro seduti a quel tavolo con sullo sfondo un gruppo di uomini vestiti da ciclisti che sembrano divertirsi un mondo. Read More

La pratica dell’odio verso chi professa il pacifismo etico o pragmatico è cosa assai diffusa nel mondo contemporaneo. La posizione di chi rifiuta l’uso della violenza e condanna ogni guerra, indipendentemente da giustificazioni economiche, politiche o territoriali, sovente muove gli istinti peggiori di chi si sente attaccato nei propri interessi materiali. Esiste da sempre una specie di maledizione rituale che ricade sulla testa dei pacifisti, che li espone a ritorsioni e attacchi brutali, che li mette all’indice come responsabili di indicibili nefandezze, che li valuta men che zero nella scala ideale degli esseri umani degni di valore. Questo perché l’uomo allo stato di natura è una bestia assassina e prevaricatrice e ogni forma di pensiero pacifista e non violento viene percepito d’istinto come contrario agli orientamenti della specie. La strage compiuta ieri da un commando dell’esercito israeliano su una nave turca della “Freedom Flotilla” in navigazione verso Gaza con un carico di aiuti umanitari rientra perfettamente in questa pratica di cannibalismo. Al di là delle conseguenze politiche, dei tentativi di giustificazioni delle autorità militari, degli equilibrismi diplomatici, del fatto stesso che la strage fosse o meno premeditata e autorizzata dalla linea di comando israeliane, l’istinto che si cela alla base dello scempio compiuto ieri è di natura primordiale. Il vice-ambasciatore israeliano all’Onu Daniel Carmon si è espresso con le parole: “Che pacifisti sono quelli che usano mazze e prendono le armi dei nostri soldati, puntandole poi contro di loro?”. La replica di Carmon è, senza volerlo, un’implicita accettazione della natura ferina che ha mosso l’intera operazione militare. Un’argomentazione di questo genere infatti è tutta tesa a dimostrare la contraddizione in termini in cui sarebbero incappati i pacifisti sulla nave turca, come se l’inosservanza di un precetto teorico, in questo caso l’uso delle mazze (peraltro ancora tutto da dimostrare), possa di fatto giustificare la reazione dei soldati e il massacro che ne è scaturito. È in tutta evidenza il sintomo di un’insofferenza violenta e ancestrale nei confronti di chi, con un’operazione culturale, si discosta dall’inclinazione di natura propria del genere umano. In questo contesto la vita di un pacifista vale meno di quella di un insetto, egli è riconosciuto come un essere inservibile, dannoso, improduttivo, uno sterile ostacolo al progresso della razza, e come tale la sua esistenza va abbattuta senza esitazioni. Com’è scritto in Jenin di Etel Adnan: “Il male ha subito una mutazione che è / l’opposto di quella che ci aspettavamo. // Abbiamo dunque diritto ad odiare – ma non / ci affrettiamo a stupide conclusioni. Non siamo di questo mondo”.

Venerdì scorso ho incontrato Abraham Yehoshua in un albergo nel centro di Roma. L’ultima volta che ci eravamo visti era stato a Cagliari, due anni fa, quando ebbi il compito di accompagnare lui e sua moglie Ika per tre giorni in visita alla città. Allora (si trovava lì per un incontro col pubblico cagliaritano organizzato nell’ambito del festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie) ebbi con lui delle lunghe conversazioni che presto imparai a riconoscere come lezioni fondamentali sull’arte del romanzo. Da quel momento in poi posso dire che i suoi insegnamenti sono diventati per me imprescindibili nell’esercizio della scrittura e più in generale nell’approccio alla letteratura. L’appuntamento di venerdì era stato fissato a margine della sua conferenza all’auditorium di Roma, gli avevo chiesto un’intervista per l’Unione Sarda, giornale con cui collaboro saltuariamente da qualche tempo. Abraham e Ika mi hanno accolto con gentilezza e garbo immutati, confessandomi del loro entusiasmo per Roma ed esibendo una forma e una serenità invidiabili (la letteratura mantiene giovani, è stata la battuta con cui ci siamo salutati). L’indomani sono andato ad ascoltare la sua conferenza nella sala Sinopoli dell’Auditorium. Una volta terminato l’incontro sono sceso in platea, Abraham mi ha chiamato con un cenno mentre usciva dal palco. Nei corridoi dietro le quinte mi ha detto, “ho una cosa per te”. Non dirò in che consistesse questa “cosa”, essa fa parte dei cerchi concentrici che racchiudono le nostre vite e che in qualche modo le conferiscono senso. Dirò che la grandezza di uno scrittore e di un uomo non si riconoscono dal numero di copie vendute né dalla qualità del proprio lavoro, ma dalla densità di certi piccoli gesti e dalla capacità di saper incidere nella nostra corteccia di uomini.

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Abraham Yehoshua, la letteratura come morale – Incontro a Roma con lo scrittore israeliano: la politica di Tel Aviv, il nuovo libro, il senso dell’etica

Unione Sarda. 28 Marzo 2010, Pag. 56 – Abraham Yehoshua, classe 1936, tra i più importanti narratori viventi, è in questi giorni a Roma, ospite della kermesse Libri Come, la festa del libro e della lettura che si chiude oggi all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il nuovissimo appuntamento romano, ideato da Marino Sinibaldi (direttore di Radio 3 e conduttore della fortunata trasmissione radiofonica Fahrenheit) e organizzato dalla Fondazione Musica per Roma, rappresenta per lo scrittore israeliano l’occasione di un nuovo incontro con il pubblico italiano.

Con un romanzo appena concluso e che vedrà la luce in Israele in questo 2010 – tre anni dopo il suo ultimo Fuoco Amico (Einaudi) – Yehoshua ci appare in una forma smagliante. Il sorriso caloroso, i modi gentili, la vigoria e l’entusiasmo che traspaiono dalla sua voce davanti ai temi legati ai libri e alla letteratura, e che lasciano il posto alla risolutezza e al fervore quando si parla dell’argomento politico del giorno, ossia il piano di costruzione di 1.600 nuovi alloggi a Gerusalemme est voluto dal governo di Tel Aviv.

«Io sono felice che gli Stati Uniti abbiano assunto una posizione così ferma e decisa» – ribadisce Yehoshua riferendosi alle critiche al piano mosse dal segretario di Stato Usa Hillary Clinton. «La posizione dell’amministrazione Obama, oltreché un esempio di grande fermezza morale, è un atto di amicizia e di amore verso lo Stato Ebraico, e non di ostilità». E replica al premier israeliano, il quale nei giorni scorsi aveva dichiarato che il progetto di costruzione delle nuove colonie non impedisce comunque la possibilità di una soluzione a due Stati. «Può darsi che abbia ragione Netanyahu. Ma in ogni caso perché costruire nuove colonie a Gerusalemme est? Quale sarebbe lo scopo?».

Riguardo all’ipotesi, rilanciata da Berlusconi in una recente visita a Gerusalemme, che Israele possa entrare un giorno nell’Unione Europea: «Si tratta di una proposta valida, purché comprenda anche la Palestina. Se si raggiungesse la pace sarebbe bello che ci unissimo alla Comunità Europea. Immagino anche per ragioni pratiche, come avere subito l’euro e non dover cambiare i soldi quando si va all’estero».

Tornando al motivo della sua presenza a Roma e al titolo, Come scrivo i miei libri, della sua conferenza all’Auditorium, Yehoshua chiarisce: «Non si può spiegare come si scrive un libro, ogni libro è diverso da un altro. Posso raccontare del mio metodo personale, di come pianifico il mio lavoro, di cosa significhi per me scrivere e da dove derivi l’impulso originale che mi spinge a farlo. Siamo abituati a sentir dire che la scrittura è una specie di fuga dal mondo. Non per me. Io non scappo dal mondo».

Poi ci anticipa che il suo nuovo romanzo, ambientato in Spagna, avrà per protagonista un regista di cinema. «Per il mio personaggio ho scelto questa professione perché penso che fra un regista e uno scrittore ci siano molte affinità. Uno scrittore è allo stesso tempo uno sceneggiatore, un fotografo, un narratore. Quindi lo scrittore racconta la storia in una situazione speciale, sotto tutti gli aspetti, incarnando vari punti di vista in un’unica persona».

Su quest’opera, attesissima, non aggiunge altro, perché «è difficile parlare di un bambino non ancora nato».

Allora la conversazione si sposta su un argomento presente in tutta la sua produzione letteraria: il rapporto tra etica e letteratura. Lo spunto è un saggio di qualche anno fa, Il potere terribile di una piccola colpa (Einaudi), in cui Yehoshua raccoglieva alcune riflessioni sui compiti della letteratura e sul senso morale dei lettori. «Stiamo perdendo la capacità di far sì che la letteratura sia un laboratorio per le questioni morali dell’umanità. È molto importante in letteratura porre in primo piano i dilemmi morali. Non dico risolverli, questo è un compito che spetta ad altre discipline. Nel secolo scorso, fino a un certo punto, abbiamo avuto una letteratura marcatamente ideologica, adesso, al contrario, gli scrittori sono terrorizzati dall’idea che le loro opere vengano giudicate tali. È per questa ragione che non osano più affrontare temi di carattere morale».

Discorso valido anche nella sua Israele, dove tuttavia negli ultimi tempi si è assistito a una vera e propria fioritura delle arti. «La situazione è complessa ed intensa in questo momento» confida. «Ci sono molti stimoli che provengono dalla società».

Per uno come lui, nato a Gerusalemme e trasferitosi da tempo ad Haifa, la complessità della società israeliana è da sempre oggetto di osservazione. «Ho lasciato Gerusalemme nel ’67 e ho scelto di vivere ad Haifa». Il carattere multietnico e multireligioso di questa città, in prevalenza ebraica, ma con presenza musulmana, cristiana e drusa, ricorda in parte quello di molti dei suoi personaggi. «In realtà Haifa non è molto lontana, ma è diversa, sia da Gerusalemme che da Tel Aviv, che è la città di mia moglie, e direi che riunisce il meglio di queste due città. Oggi posso dire che tutto ciò che cercavamo l’abbiamo trovato ad Haifa».

Al contrario di Amos Oz (l’altro vertice della cosiddetta «triade» dei grandi scrittori israeliani: Yehoshua, Oz, Grossman) che da bambino sognava di crescere e di diventare un libro, Yehoshua è categorico: «Non voglio essere un libro! Io sono un essere umano, non un libro. I libri non fanno l’amore, non mangiano, non ridono, non si godono la vita. Del resto nella mia scala dei valori io non pongo la scrittura in una posizione così elevata. L’arte è importante ma c’è anche altro nella vita. L’arte non è una religione o un oggetto di culto, è solo una fra le tante attività importanti dell’uomo».

ANDREA POMELLA

Quando nel 2007 lo scrittore David Grossman, durante la cerimonia per la consegna del Premio Emet, uno dei riconoscimenti più prestigiosi assegnati dal governo israeliano, rifiutò pubblicamente di stringere la mano al premier Olmert, venne inaugurata ufficialmente una nuova stagione nei rapporti fra letteratura e potere. Il gesto era carico di eccezionali valenze simboliche. Va detto innanzitutto che Grossman aveva da poco perduto il figlio Uri, di 22 anni, nella seconda guerra del Libano, ucciso 48 ore prima che venisse messa in atto la tregua tra Israele e gli Hezbollah, tregua che era già stata decisa ma che veniva tatticamente rinviata. La storia di un soffocante presentimento di morte provato da una madre per il figlio soldato era – per una funesta e sbalorditiva coincidenza – il tema centrale del romanzo a cui stava lavorando Grossman al momento della sua tragedia familiare, romanzo giunto poi sugli scaffali delle librerie italiane col titolo di A un cerbiatto somiglia il mio amore. Il libro, senza alcun dubbio tra i più importanti pubblicati nel 2008, è una lunghissima dichiarazione di amore genitoriale e di dolore, un lento e drammatico excursus nei fantasmi che agitano le coscienze d’Israele e, più in generale, di qualsiasi essere umano sulla faccia della terra che veda messe a repentaglio le sicurezze dei propri affetti sotto la minaccia di una guerra. E poiché la guerra, ogni guerra, è la personificazione bestiale di un potere che si scatena a fronte di una provocazione, o di un interesse, e che per salvaguardare se stesso e i propri privilegi sacrifica i figli degli altri, il pubblico rifiuto dello scrittore durante la consegna del premio, il suo vistoso dare le spalle al detentore di quel potere, l’abbagliante impertinenza dello scrittore riflessa nello sguardo gelido di stupore di Olmert, significava di fatto una presa di distanza netta e precisa da parte di uno dei massimi rappresentanti dell’intellighenzia israeliana (mille volte accusata da più parti di complicità con le azioni del governo di Tel Aviv) rispetto alle posizioni politiche in quel momento maggioritarie in quel paese. Lo stesso Grossman, un anno prima, durante un discorso in memoria di Yitzhak Rabin si era rivolto a Olmert in questo modo: «Signor Primo Ministro, per una volta, non guardi ai palestinesi attraverso il mirino di un fucile o la garitta di un posto di blocco: vedrà un popolo non meno straziato del nostro. Un popolo occupato, oppresso, privato di ogni speranza». A noi che viviamo in tutt’altre latitudini, che abbiamo nei cromosomi la soggezione e la deferenza al potere, che viviamo da secoli in ossequio degli uomini più influenti per tenere le brache al riparo dagli spifferi pungenti dell’inverno, la sconfessione del potere da parte di un uomo di lettere, di un padre che ha avuto assassinato il proprio figlio in guerra, deve essere apparso come un azzardo dissennato. Io, da parte mia, ringrazio Grossman di mille cose, in testa alle quali metto proprio quel gesto pubblico che, in un paese come Israele, ininterrottamente in guerra dall’anno della sua fondazione ad oggi, assomiglia tanto a un’apostasia, al ripudio di quanto c’è di più repellente in un’autorità di potere e nelle sue più fangose manifestazioni. Ringrazio Grossman per aver contrapposto al gelo della forza pubblica la straordinaria dignità di un comportamento umano altissimo.

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Meir Wieseltier, LA FARFALLA DEL PUS

Breve oratorio per genitori di figli non caduti in guerra

Il fanciullo dagli occhi azzurri, pieveloce
e dalla lingua sciolta si è librato in mezzo a noi
limpido come Ermes, sorta di uomo-farfalla
senza passato, di danza pregna di futuro.
Perché noi asini stanchi così volemmo.
E se rubava ogni tanto, così dicevamo
che era naturale in un giovane dio.
Ma un giorno che tornò da uno dei viaggi
pingue, incalvito, una crosta di piaghe purulenti
intorno alla triste smorfia della bocca,
ci spaventammo: chi pensava a una tal fine?
Noi no. Prometteva tanto bene.
Ora bisogna allacciargli un campanello,
che non sparga pus in tutta la città.

Un caro amico mi ha regalato la graphic novel che David Polonsky ha tratto dalla pellicola d’animazione diretta da Ari Folman, Valzer con Bashir. Ho dedicato la domenica mattina alla lettura di questo straordinario fumetto. La storia narra dell’amnesia regressiva del soldato Folman, di ventisei cani rabbiosi che tornano in sogno per inseguire una vendetta, e del tentativo di riportare alla memoria l’orrore per i massacri perpetrati dalle milizie cristiane libanesi alla periferia di Beirut negli insediamenti palestinesi di Sabra e Shatila, un’area direttamente controllata dall’esercito israeliano, tra il 16 e il 18 settembre 1982. Il pretesto per la mattanza che causò la morte di 3000 persone fra uomini, donne e bambini, fu un attentato in cui, tra gli altri, perse la vita il leader dei falangisti libanesi Bashir Gemayel. Una giornalista inglese, due giorni dopo la strage, scrisse sul Daily Mail: “Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore”. Conoscevo la poesia di Michel Cassir, Libano Sud. Il Libano è una terra che ha dato al mondo poeti meravigliosi come Etel Adnan, Adonis, Gibran. Così, terminata la lettura del fumetto di Polonsky, ho cercato i versi di Cassir, come se la mia coscienza non fosse ancora sazia, come se cercassi un altro albero di parole a cui appendere le braccia e chiudere gli occhi per lasciarmi dondolare lontano, in alto, sullo schifo del mondo degli uomini.

Michel Cassir, LIBANO SUD

agonia delle parole
prima diseredate e poi frantumate
come noccioli di olive
in una macina scura
di tre spessori di omicidio
i cadaveri di bambini
non hanno né lacrime né profumi
per la loro lunga erranza
attraverso il fumo
e i fuochi d’artificio
dell’armata cibernetica
sapiente e cieca
l’amore non ha il tempo
di liberare il suo lamento
un villaggio si richiude
sull’epurazione di una città
i sopravvissuti sono fantasmi
che sfiorano la guancia
dei giovani soldati mercenari
senza saperlo
di un lontano impero
che non si dichiara mai
tanto è preoccupato
di presenza anonima
che rode ogni sussulto
di sogno o di respiro
la trappola è inaudita
ogni resistenza fuori legge
e il grande cenacolo
dell’intelligenza universale
soppesa la compassione
delle parole vuote
come una fonte
pompata fino al sangue
in cui soffoca il grido
senza parole
nell’estate duemila e sei
oltre le stazioni balneari
i musei e i siti archeologici
rigurgitanti di entusiasmo
lo spirito sembra colpire le folle
Cana Tyr Baalbek Saïda Beyrouth
sotto un velo di pudore
silenzio si sgozza la storia
e questo crea meno agitazione
di uno sceneggiato del lunedì sera

 

Sotto il cielo bianco e intatto di Ramallah una miriade di uomini transitavano veloci sotto le bandiere, il rumore della folla, come di una conchiglia all’orecchio, il suo popolo passava come una fiamma, senza pianto. Muri di mattoni bianchi comparivano alle spalle del corteo, i palazzi con grandi buchi al posto delle finestre aperte sul niente, era la nudità esposta di Palestina, la memoria del presente. I bambini si disponevano come il pane sulla tavola, rincorrendo il feretro del poeta. Il paradiso stava lì, nella luce violenta del sabato. Ho guardato decine di volte le immagini dei funerali di stato di Maĥmud Darwish. Ci sono scrittori che rappresentano un conforto per gli uomini, le loro parole sono balsamo per molte ferite degli occhi e dell’anima. Le parole di Maĥmud Darwish hanno curato lutti e ferite interminabili, erano il battito d’ali che accompagnava nel mondo la fame di libertà di un popolo. Nelle nostre pance gonfie d’occidente non abbiamo più bisogno di poeti, da noi non crescono più alberi di parole da cui attingere per saziare la nostra fame umana, la nostra lingua è secca e i nostri occhi impigriti da troppe false meraviglie. Se proviamo una strana forma di stupore davanti alle immagini di una folla popolare che accompagna il feretro di un poeta è la prova che stiamo imbarbarendo, e che la nostra decadenza non ha ritorno. Su Darwish ha scritto José Saramago: “Se il nostro mondo fosse un po’ più sensibile e intelligente, più attento alla grandezza quasi sublime di alcune delle vite che lo attraversano, il suo nome sarebbe oggi conosciuto e ammirato come, per esempio, lo fu in vita quello di Pablo Neruda”. È passato poco più di un anno dalla scomparsa di Darwish. Nello scorso mese di luglio quello stesso cielo bianco e intatto di Ramallah è stato colorato da cinquecento palloncini rossi bianchi e neri, i colori della bandiera di Palestina, per ricordare i minori palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il poeta sicuramente era lì, col suo cuore: “Quando torneremo come il vento / verso la nostra terra / guarda bene la mia fronte / vedrai le rose diventare palme / e le sorgenti diventare sudore. / Mi troverai come ero prima / giovane e bello”.

Maĥmud Darwish, DIARIO DI UNA FERITA PALESTINESE

La mia bandiera è color nero
il mio porto è una bara
e la mia schiena è un ponte.

Oh, autunno del mondo
che dentro di noi sei demolito
Oh, primavera del mondo
che dentro di noi sei generata.

Il mio fiore è rosso
il mio porto è aperto
e il mio cuore è un albero!

La mia lingua è il mormorio dell’acqua
nel fiume delle tempeste, negli
specchi del sole e del frumento
e nel campo di battaglia.

Forse alcune volte ho smarrito l’espressione
ma sono stato – senza vergogna – splendido
quando ho scambiato il mio cuore con l’oceano

Ho per te una parola, che non dissi ancora:
l’ombra è sulla finestra, ed occupa la luna

Il mio paese è un poema,
in esso ero un suonatore
ma poi divenni una corda musicale!

Il geologo è occupato,
analizza  la sua roccia.
Cerca i suoi occhi
nelle rovine dei miti.
Vuole provare, che sono
un viandante senza occhi!
che non ho nemmeno una lettera
nel libro della civiltà!

Ma continuo a seminare i miei alberi,
senza fretta, e a cantare per il mio amore.

Nell’aprile 2002 Jenin, in Cisgiordania, fu teatro di un intervento militare israeliano senza precedenti che lasciò sul campo almeno 600 morti, anche se nessuna commissione d’inchiesta nazionale o internazionale è stata mai autorizzata a fare luce sui numeri della strage. Nonostante ciò, la HRW in un suo rapporto descrisse l’uso di scudi umani da parte dell’esercito israeliano, nonché la presenza su alcuni cadaveri di ferite a bruciapelo e segni di ammanettamento tipici delle esecuzioni. Un ufficiale dell’Esercito Israeliano intervistato il 9 aprile 2002 dichiarò: “Quando il mondo vedrà le immagini di quello che abbiamo fatto qui ne avremo un danno enorme”. Etel Adnan, una delle più grandi scrittrici della diaspora araba, dopo la strage scrisse un testo poetico di straordinaria potenza, duro come un coccio di bottiglia che squarcia la carne e strappa un grido di dolore. “Casa della poesia” raccolse la sua lettura nel corso di Napolipoesia nel 2002, regalando al pubblico italiano un grandioso documento sulla forza della parola poetica.

Etel Adnan, JENIN

E quella notte, quando smisero di piovere tigri
e paraventi,
mentre coloro che erano venuti per rapine a mano armata
andavano via con un magro bottino,
dopo la chiusura degli amari caffè, e
dopo l’ora in cui i bordelli cominciano
a ricevere i clienti, quando gli stoppini si furono spenti
nelle loro lampade
e i preti furono tornati alla loro
abituale pedofilia,
quando la pioggia ebbe paura perché
le bombe cadevano più veloci
della luce,
un fumo denso, fatto di ossa bruciate
sopra un fuoco tenue
e trasformato in “Calcio-Palestina”,
discese,
e riempì di disperazione le gole dei boia
che poi andarono a lavarsi dalle loro madri
con le orecchie allucinate
perché sentivano le famose
trombe di Jerico
e confondevano gli anni con le stelle,
i cavalli con i granchi.

E la notte si rifiutò di piovere sulla testa della pecora,
e noi vedemmo lampi misti a
nuvole ingrossate con il sangue e le lacrime,
e la materia cominciò a parlare direttamente con i morti,
che non ascoltavano più,
e la gente non aveva voce,
e noi camminammo su rovi, spine e cardi,
e i nostri occhi esaurirono il vocabolario delle
ombre della morte,
e allora discese – seguendo la pioggia – un
angelo di cui nessuno conosceva il nome.
Egli cominciò a contare i feriti qua e là
e le amputazioni fatte con coltelli da cucina,
e quell’angelo scrisse ogni cosa in un libro di
oro e fango.
Per questo il mare dilagò, tremò di terrore,
obbligò le sue onde a vigilare,
e noi, al sentire suonare strumenti barbarici
giurammo che dovevamo uccidere la vita, e la morte,
avendo già visto uno spazio di lacrime e fuoco.
Nessuno uscì vivo dal campo
ma il tuono scosse le case piene di bambini,
e la miseria indossò abiti da donna,
e nessuno si fermò, mentre tutto ciò che era vivo
era morto.
Avvolgemmo la morte in una enorme bandiera e
la calammo in quella fossa comune che era diventata
la città: il cibo quotidiano dei suoi abitanti
furono le briciole aride della memoria.

Non disegneremo linee diritte ma chiederemo
alla primavera di tenere un diario di guerra,
chiederemo all’autunno di prendere posto fra i traditori.
Illumineremo le finestre con cera che brucia,
ma non chiedete ai pipistrelli di indicare la strada alle
volpi del deserto.
Preparate i camion che ci porteranno
al mattatoio.
Lì, si terrà un banchetto con bollitori
pieni di agnello cotto in limone e sangue.
Un banchetto preparato per i generali vittoriosi,
quello appena descritto.

Il sole si velò.
In un’orgia di furia, sleale ed efficiente
una tempesta si portò via i letti.
Le armi per uccidere sono più fredde dell’aria
che le circonda. Feriscono ma non fanno paura.
A Jenin è stato creato il male da un nuovo ordine.
Il male ha subito una mutazione che è
l’opposto di quella che ci aspettavamo.

Abbiamo dunque diritto ad odiare – ma non
ci affrettiamo a stupide conclusioni. Non siamo di questo mondo.

Le foreste stanno crescendo più fitte, gli animali notturni
stanno generando mostri.
Il male ha bussato alla porta, nella stessa
notte in cui la pioggia ha smesso di cadere.
I boulevard stanno perdendo attrattiva.
I cavalli corrono ad annegarsi,
senza alcuna ragione.

Viviamo nel perimetro tempestato di stelle
dell’incubo che esaspera la bellezza di questa primavera,
una primavera abitata da alberi in fiore,
montagne umide coronate da nubi translucide,
e la brezza che si mantiene sveglia quando i nostri
occhi smarriscono la strada da ovest a est attraverso
le colline rosa.

Ecco il dolore della gente che è circondata
da carri armati e incarcerata dallo sguardo
di assassini che hanno attraversato confini che sono
null’altro che le prime linee delle loro
molteplici prigioni:
tutto ciò solo per aggravare la bellezza di un mondo
posseduto da un’altra follia, estranea alla nostra
condizione.

C’è un tragico incontro fra la morte
di alcuni e la vita moltiplicata di altri:
altri essendo le gelide e felici onde
di un oceano che muggisce il suo piacere di essere nato
un’eternità prima della nostra misera coscienza.
La differenza fra ciò che imputridisce
e ciò che non smette di rinnovarsi
ci fissa.
Viviamo negli abissi.
Altrove la nebbia inghiotte le zone industriali.
Emanazioni di ciminiere che costellano
l’orizzonte riempiono le bocche di lavoratori necessari ma
dichiarati indesiderabili.
I gas bruciano le loro memorie.
Hanno dimenticato che prima di imbarcarsi sul battello
avevano un nome e un indirizzo.
Come buonuscita avranno malattie incurabili.

Lassù, sulla mia unica montagna, gli uccelli emettono
canzoni in codice, volano a coppie,
colpiscono l’aria con le ali e con gioia.
Nelle nostre teste sigillate i pensieri rappresentano
un vomito di gas velenoso –
e ricompensano se stessi.

La funzione primordiale della sopravvivenza
sta fornendo scuse per la morte;
è per questo che la Natura con noi ci ha rinunciato.
Rimane inaccessibile.
Quello che noi ne diciamo
non è che un pallido riflesso della sua realtà.
Ci siamo resi estranei
al nostro destino
sebbene la nostra infanzia
mostrasse un’esuberante lucidità.

Cosa è accaduto al passato?
Gli assassini non si fermano alla carne.
Cercano l’invisibile,
la nostra precedente beatitudine.
Nel frattempo, l’universo invecchia.
Miliardi di anni sono passati
e le stelle si battono per la loro vita:
brillare non le preserva dalla
definitiva scomparsa.
So che la materia non ha occhi,
che non ha smesso di respirare.
Sotto le tombe c’è la terra fresca.
Abbiamo visto tappeti tessuti con tinte vegetali:
uno aveva il colore ocra del volto
di uno degli uomini assassinati
a Jenin.
Non vi preoccupate, non dovrete guardare
nè il tappeto, nè quel cadavere.

Durante questo tempo, mentre i soldati nemici
lavoravano nel buio, l’universo invecchiava.
Con noi.
Come noi.
Nel nostro crollo finale trascineremo Dio stesso
verso la Sua fine.
Per ora, qualcuno governa, qualcuno scompare…
Nel campo c’era un campo,
i gradi dell’inferno entrano uno nell’altro.
Siamo seduti in questa stazione di comfort,
contemplazione e rinuncia.
L’ustione bianca si muove sui corpi,
ciascuno prigioniero del suo dolore.
Il dolore è murato nelle ossa, le ossa
nel corpo, e il corpo in case
murate a loro volta.
Sopra le porte ridotte in macerie
una volta c’erano iscrizioni,
o un semplice disegno.
Il sangue e l’inchiostro dei calamai si sono mischiati,
per questo le nuove scritte sono sporche di fango.
Sulle membra sparpagliate, abiti e
mobili sono diventati una dura coperta.
La notte si è chiesta se fosse morale nascondere
tale mostruosità, poi ha deciso:
resterà sospesa in alto nel cielo,
come ultimo bene dei diseredati.
Il silenzio è disceso e in assenza
di una scala è caduto giù con tutto il suo peso,
come piombo.
Alcuni di quelli che avevano cominciato la loro mortale agonia
riconobbero quel silenzio.
Chiamarono in aiuto le madri
ma le donne dormivano nella stanza accanto,
le loro teste mozzate riposavano sui cuscini.
Il fazzoletto di Sohrawardi si era macchiato…

Settimane dopo la carneficina un giovane
cercava di imparare, da un libro, come
diventare costruttore di cimiteri.
Ma non riuscì a trovare un pezzo di terreno
per la sepoltura dei morti.
Allora abbandonò i suoi studi
e si unì ad un’organizzazione clandestina.
Nessuno sa dove sia, nè se è ancora
tra noi.

C’è qualcosa di più degradato della morte,
di più assente, è ciò che è stato cancellato
col cassino di un bambino dalla lavagna della Storia.
La Storia, l’ultima illusione.

Nel freddo delle nostre case senza riscaldamento
ci tenevamo caldi con
la memoria dei nostri antenati, pensando ai
i nostri bisnonni come a semidei.
Sì. Certo.
Nient’altro.

Ma arrivarono loro – i bastardi, a sradicare,
con le bombe,
a dirci molto semplicemente che noi non esistevamo.
Cominciarono con gli ulivi,
poi con i frutteti,
poi, con gli edifici,
e quando tutto fu scomparso,
gettarono, uno sopra l’altro,
i bambini, i vecchi e gli sposi,
in una fossa comune,
tutto ciò per dire al mondo dei mezzo-morti
che noi non esistevamo,
che non siamo mai esistiti,
e che perciò avevano ragione…
a sterminarci tutti.

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