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La passione secondo Paolo Zardi

18 marzo 2017

Uscito giovedì su ilfattoquotidiano.it

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È l’alba. In una località di villeggiatura marina, Matteo De Angelisriceve una chiamata dall’Ucraina. Dall’altra parte del telefono c’è Giovanni, suo padre, che gli chiede di raggiungerlo a Voronyhrad, una città a est di Kiev. Inizia così La passione secondo Matteo, il nuovo romanzo di Paolo Zardi in uscita in questi giorni per NEO Edizioni (come il precedente XXI Secolo, già finalista al Premio Strega 2015).

Matteo è un ingegnere informatico, è “piccolo, bruttino, poco brillante”, uno che tende sempre “a ragionare in termini di giustizia, morale, senso del dovere”. Ha una moglie e due figli piccoli, vive una vita scialba, ordinaria, interamente dedicata alla causa del lavoro e della gestione domestica. La telefonata notturna di suo padre arriva a increspare questa superficie piatta, ridestando in lui i ricordi cupi del passato. Giovanni non è stato per Matteo un buon padre; o più semplicemente non è stato un padre. Si è limitato a concepirlo al culmine di una delle innumerevoli avventure sentimentali di cui ha costellato la sua esistenza. E così ha lasciato che Matteo crescesse nel profondo Veneto, in una terra schiacciata da un ottenebrante cattolicesimo di provincia – la scuola delle suore, il catechismo, la messa della domenica – finché, all’età di tredici anni, il suicidio della madre non lo ha reso orfano.

Giovanni ha anche una figlia, Giulia, avuta con un’altra donna. Giulia, all’opposto di Matteo, possiede un temperamento spontaneo, generoso, è dotata di una carnalità selvatica e nel contempo di una fragilità emotiva che la rende estremamente vulnerabile. I due fratellastri si sono incontrati poche volte nel corso degli anni. La prima volta è stato a seguito della morte della madre di Matteo, quando Giovanni ha spedito il figlio in Sicilia a casa della famiglia di Giulia in attesa di trovargli una sistemazione. Quel viaggio ha segnato per Matteo il disvelamento della sensualità, e quindi la costruzione di un paesaggio erotico-psichico leggendario a cui fare continuamente ritorno. Ora Matteo e Giulia, insieme, devono affrontare un altro viaggio, verso l’Ucraina, in “una mesta città industriale nella ferrosa galassia dell’ex impero sovietico”, poiché Giovanni li ha convocati per una misteriosa riunione di famiglia. Quello che ancora non sanno è che Giovanni sta morendo a causa di una malattia degenerativa del sistema nervoso, e ciò che intende chiedere loro non sarà la disponibilità a una tardiva riconciliazione, ma un sacrificio capace di mettere in discussione i basamenti della loro natura e della loro morale.

Paolo Zardi torna dunque con un romanzo sensibilissimo che tocca un tema di grande attualità: il “fine vita”. Lo fa costruendo una storia di impianto classico, capace tuttavia di restituire con grande facilità il respiro del nostro tempo. D’altronde la cifra stilistica di Zardi, già apprezzata nei lavori precedenti, sta nel mettere in scena una contemporaneità frastornata, inquieta, fatta di giorni sui quali aleggia costantemente lo spettro del disfacimento. Una civiltà che sembra potersi rigenerare solo trovando il coraggio di passare attraverso le strettoie delle proprie contraddizioni.

“Castiga tuo figlio, mentre c’è ancora speranza”, è scritto nella Bibbia. Per i protagonisti di questa storia, confrontarsi con il senso della fine significa interrogarsi su se stessi e sulle proprie origini. Non si spiegherebbe altrimenti perché, alla chiamata di un padre inesistente che li convoca a duemila chilometri di distanza, essi rispondano quasi senza indecisioni (quando la moglie, mentre fanno colazione, chiede a Matteo se pensa di partire, lui risponde: “Cosa dovrei fare, dirgli di no?”). È qualcosa di più di una semplice rassegnazione al senso del dovere. È l’accettazione di una dottrina secondo la quale nei confronti di un padre si hanno, sempre e comunque, degli obblighi. Matteo non viene mai meno a questa dottrina, neppure quando è posto di fronte alla prova suprema che il padre ha in serbo per lui. Una prova che Matteo, uomo di ferme convinzioni religiose, astrattamente, non può affrontare, se non come una forma di penitenza.

Nel cuore delle migliori opere di narrativa c’è sempre un dilemma morale che il lettore è chiamato a sciogliere. Si tratta di un compito non sempre superabile; anzi, un compito che spesso si rivela irrisolvibile. La letteratura d’altro canto pone domande, non confeziona risposte. A meno che non si tratti di narrativa consolatoria, ma in quel caso non si può parlare neppure di letteratura. Ne La passione secondo Matteo siamo in presenza di un dilemma morale fortissimo che riguarda la preservazione dell’innocenza: “Chissà se mentre venivano cacciati a calci in culo dal paradiso terrestre”, scrive Zardi, “Adamo ed Eva si erano resi conto che non avrebbero più fatto ritorno. Sapevano che l’innocenza si può perdere una volta soltanto? O serviva perderla, l’innocenza, per capirlo?”.

‘XXI secolo’ di Paolo Zardi. Il romanzo sulla fine della nostra civiltà

10 marzo 2015

Uscito ieri su ilfattoquotidiano.it (qui)

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“Quando era bambino si chiedeva come fosse possibile che i genitori fossero vissuti durante la seconda guerra mondiale; tra qualche anno i suoi figli gli avrebbero chiesto se era davvero esistito il ventesimo secolo”.

In un anno imprecisato di un futuro non troppo futuro una donna viene colpita da un ictus ed entra in coma. Il marito, un venditore di sistemi di depurazione dell’acqua domestica, si ritrova a vivere l’incubo di una diagnosi incerta, l’incombenza di mandare avanti il resto della famiglia (due figli di tredici e sette anni), l’orrore di vivere in un tempo in cui i gatti del quartiere spariscono per motivi che nessuno sa, e la sorpresa di scoprire che sua moglie, prima di scomparire nel buco nero della malattia, lo tradiva regolarmente con uno sconosciuto. Un amore clandestino, quest’ultimo, fatto di scatti pornografici privati, di mostruose confidenze, di incontri, amplessi e dichiarazioni d’amore definitive. Prove che vengono a galla per via del ritrovamento fortuito di un cellulare e che mettono il protagonista con le spalle al muro, inchiodandolo a un gigantesco dilemma morale, ora che la moglie non è altro che un corpo emaciato e inerme, ora che è un recipiente umano svuotato di funzioni.

Paolo Zardi racconta questa storia in XXI secolo, di prossima pubblicazione per Neo Edizioni e già candidato al Premio Strega 2015. Un romanzo che assomiglia a un cupo presagio, che sembra scritto sotto l’influsso di Cormac McCarthy, una drammatica ricognizione sulla realtà d’inizio secolo.

Zardi immagina uno sviluppo della crisi attuale, la proietta da qui a qualche anno, lascia sgocciolare pagina dopo pagina le forme orrende che assume la società occidentale schiacciata dal crollo, il male che avviluppa non solo l’economia, ma i valori fondanti di un’intera civiltà. Lo fa attraverso una descrizione calibratissima, che non eccede mai e che qualche volta fa ricorso all’ironia (“Era un problema nazionale, quello dei culi enormi. Nemmeno la crisi era riuscita a smussare quei trofei del passato benessere – non ancora”). Lo fa usando la figura retorica dell’allegoria, affidando il senso riposto e allusivo dell’intero romanzo a una donna ridotta allo stato di vegetale.

A differenza dell’ex studente Dai Wei, protagonista di uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale di inizio secolo, Pechino è in coma, del cinese Ma Jian (Feltrinelli, traduzione di Katia Bagnoli), il quale, colpito alla testa da un proiettile e costretto in un letto da oltre dieci anni, ripercorre nella propria mente la storia delle proteste di Piazza Tiananmen – la donna in coma di Paolo Zardi non è altro che pura effigie, è priva di ogni mandato narrativo, attraversa il racconto dall’inizio alla fine come una presenza assente. Rappresenta un mistero vivente che costringe un uomo spossato e già vinto dalla cupezza dei tempi – suo marito – a rimettersi in discussione, ad affrontare un viaggio, a imporsi di condurre una macchinosa indagine per scovare il senso del loro rapporto e a fare i conti con quelle verità invisibili e inimmaginabili che ristagnano nei coni d’ombra di un matrimonio. A raggiungere infine conclusioni che non sono scontate:

“Amarla era stato facile; e anche l’odio degli ultimi mesi era un impasto fatto con ingredienti naturali. Sarebbe stato bello continuare a odiarla, sarebbe stato comodo, ma ora il sentimento che lo legava a lei stava cambiando contenuto, composizione, forma. Ed era qualcosa che riguardava solo loro”.

James Berger in After the End: Representations of post-apocalypse ha scritto:

“Nella fase finale del ventesimo secolo abbiamo avuto l’opportunità, prima accessibile solo attraverso la teologia o la finzione narrativa, di vedere oltre la fine della nostra civiltà, di scorgere, in una strana sorta di retrospettiva prospettica, come si presenterebbe la fine: come un campo di sterminio nazista, o un’esplosione atomica, o una wasteland ecologica o urbana. E se siamo stati in grado di vedere queste cose è solo perché esse sono già accadute”.

Leggendo il libro di Paolo Zardi si ha la stessa macabra impressione. XXI secolo non è un semplice romanzo; è una narrazione che va oltre il proprio canone, è uno spazio ben disposto e ricolmo di significati sulla crisi degli anni Duemila, è una paramnesia collettiva.

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