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Archivi tag: partito democratico

  • 1991. Il congresso di Rimini sancisce la fine del PCI e la nascita del PDS. È l’anno zero della sinistra.
  • 1992. Alle politiche, il PDS prende il 16% dei voti, il 10% in meno rispetto al PCI. È l’anno zero della sinistra.
  • 1994. L’alleanza dei Progressisti sbaglia un rigore a porta vuota. Berlusconi vince le elezioni. Occhetto si dimette da segretario del PDS. È l’anno zero della sinistra.
  • 1998. Sotto la guida di D’Alema nasce la “Cosa 2”, il PDS si fonde con altre forze della sinistra e nasce un nuovo progetto: i Democratici di Sinistra. È l’anno zero della sinistra.
  • 2000. Alle elezioni regionali il centrodestra guidato da Berlusconi vince in 8 Regioni su 15. D’Alema, prende atto della sconfitta e lascia la Presidenza del Consiglio. È l’anno zero della sinistra.
  • 2001. Alle politiche i DS prendono il 16%, alle spalle di Forza Italia, che diventa il primo partito con quasi il 30% di voti. È l’anno zero della sinistra.
  • 2002. In una manifestazione organizzata dal centrosinistra a Roma a Piazza Navona, Nanni Moretti sale sul palco e lancia un’invettiva contro i leader della coalizione. Nascono i girotondi. È l’anno zero della sinistra.
  • 2003. In vista delle elezioni europee del 2004, Prodi propone a tutti i partiti della coalizione di centrosinistra di presentarsi sotto un unico simbolo, quello dell’Ulivo. È l’anno zero della sinistra.
  • 2007. I DS insieme alla Margherita e ad altre formazioni minori danno vita alla fase costituente del Partito Democratico. È l’anno zero della sinistra.
  • 2008. Alle elezioni politiche, PD e Italia dei Valori raccolgono complessivamente il 37% dei consensi, contro il 46% del Popolo della Libertà. È l’anno zero della sinistra.
  • 2009. Dopo le elezioni regionali sarde in cui Soru, governatore uscente e uomo di punta del PD, viene sconfitto da Cappellacci, Veltroni si dimette dalla carica di segretario. È l’anno zero della sinistra.
  • 2013. Dopo la mancata elezione di Prodi a Presidente della Repubblica, si dimettono Bersani e l’intera segreteria nazionale. Renzi vince le primarie per la scelta del nuovo segretario. È l’anno zero della sinistra.
  • 2018. È l’anno zero della sinistra.

Io comincio a pensare che tutto questo è Matrix, una neuro-simulazione interattiva, e che ci sono campi, campi sterminati dove gli esseri umani di sinistra non nascono: vengono coltivati.

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Oggi per ilfattoquotidiano.it ho scritto questo (qui il post originale):

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Alla domanda su cosa sia oggi la “base” dell’elettorato democratico in Italia credo che in pochi saprebbero rispondere. Io non sono capace di rispondere per un motivo preciso: perché essendo io stesso un elettore del Partito Democratico non sono in grado di definire me stesso. Cioè, se qualcuno, alla luce dell’inveterata abitudine degli uomini del Ventunesimo secolo di definire le persone in base al loro mestiere, alle loro idee, o peggio alla loro genealogia, mi chiedesse “tu chi sei?”, io non saprei da dove incominciare. Read More

Questa è una recensione che ho pubblicato ieri su ilfattoquotidiano.it al romanzo di Daniela Brancati, “Il coyote liberò le stelle” (Laurana), che esce domani in libreria. Qui l’articolo originale.

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È degno di attenzione un piccolo fenomeno che sta investendo l’editoria italiana in coincidenza con una fase storica del nostro paese del tutto particolare. Il fenomeno è quello dei romanzi che raccontano i partiti, il loro funzionamento, da una prospettiva interna che sembra voler svelare decenni di riserbi. La fase storica è la fine della seconda repubblica, con l’implosione dei partiti di stampo tradizionale e il dilagare dei movimenti che si oppongono alla politica intesa come pratica di potere e dedizione agli interessi personali.

Così come qualche settimana fa ho parlato de Il cielo è dei potenti, di Alessandra Fiori (edizioni e/o), un potente affresco storico e famigliare che ripercorre le vicende della Democrazia Cristiana dal secondo dopoguerra all’ascesa di Berlusconi, oggi voglio segnalare Il coyote liberò le stelle, opera della giornalista Daniela Brancati, in uscita venerdì 22 marzo per Laurana editore.

Il romanzo è un’immersione senza schermi nei dispositivi che muovono la macchina di un grande partito di sinistra che ricorda molto da vicino il Partito Democratico. Sinistra Unita (l’accorgimento narrativo adoperato dall’autrice dissimula, oltre alla denominazione del partito, anche i nomi dei dirigenti che il lettore, tuttavia, giocando un po’ a scostare la polvere magica del trucco letterario, può agilmente riconoscere) è come tutti i partiti un covo in cui prendono vita rancori, rappresaglie, regolamenti di conti, in cui l’interesse collettivo non è quasi mai la stella polare che guida le scelte, ma a governare è l’ambizione.

In questo contesto si muove la protagonista, Luisa Alunni, funzionaria in odore di nomina a portavoce della segreteria del partito. Nomina che però va incontro alle forche caudine dei veti, delle concorrenze sleali, delle lotte intestine. Del resto la politica, nella pratica, come diceva Henry Adams, “quali che siano le idee che professa, è sempre l’organizzazione sistematica dell’odio”.

Luisa è un personaggio femminile perfettamente in linea coi tempi, una che agli occhi degli altri appare un’insoddisfatta cronica, nonostante sia giovane e già ai vertici del partito, una che dice: “Vorrei poter pensare alla politica come a una grande madre. Invece per me è come mia zia Elvira: mi ha nutrito, cullato, accarezzato, anche sgridato, come una madre. E io l’ho amata molto, ma non sono riuscita a odiarla come un’adolescente odia la madre. Non sono riuscita a entrare in quella profonda intimità, a sentirla veramente mia. Col tempo mi ha dato uno stile di vita e un posto nella società, in cambio di tanta solitudine”.

Ed è sul tentativo di mantenere la purezza che si gioca la grande battaglia di Luisa Alunni; “la gara è fra il coyote e una stella” diceva una vecchia canzone di Lucio Dalla continuamente evocata, non solo nel titolo, in questo romanzo. Restare autentici o abbracciare il cinismo. Una visione manichea della politica che tanto successo riscuote negli ultimi tempi e che sembra destinata a diventare la cifra caratterizzante anche per gli anni a venire.

In un paese normale il maggior partito di sinistra costruisce insieme ai partiti più piccoli, sempre di sinistra, una proposta di governo anch’essa, per logica di cose, di sinistra. In un paese normale, in un cui esiste un partito di sinistra normale, nessun dirigente di quel partito si sognerebbe di lavorare per la riconferma di un governo che, sebbene sia supportato dall’aggettivo “tecnico”, possiede una netta connotazione di destra. Una destra che – si faccia ben attenzione – è destra vera, non quel misto di interesse personale e ciarlataneria che connotava la destra precedente, quella monarchica berlusconiana, che ha deturpato il summenzionato paese (che proprio da allora non può più dirsi, appunto, un paese normale). Perché allora in un paese anormale dal maggior partito di sinistra si levano continuamente voci che vorrebbero una prosecuzione dell’attuale esperienza di governo (un’oligarchia di uomini e donne di salda provenienza alto borghese e di banchieri di sistema)? Ebbene, è questa la domanda che, con buona dose di sconcerto, continuo a farmi da qualche mese a questa parte. Perché in un momento storico in cui la sinistra avrebbe i numeri per vincere le prossime elezioni e andare al governo con una vera proposta di sinistra – e non con stemperate annacquature pseudo socialdemocratiche – i suoi principali esponenti non sembrano impegnati in altro modo che non in una pervicace e un po’ masochistica negazione di se stessi? In parole semplici: perché la sinistra, e in special modo una parte non trascurabile del gruppo dirigente del partito democratico, vuole che a governare l’Italia sia, negli anni a venire, ancora la destra?

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