archivio

Archivi tag: patrick süskind

Su scenecontemporanee.it una recensione di Francesca Fichera a “La misura del danno” che più benevola non si può. Qui l’articolo originale.

*

«Si può parlare di ingiustizia a proposito del mancato grande successo, di critica e di vendita, del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante? Intendiamoci: successo di vendita e critica c’è stato, ma normale. Mentre il libro della Morante rappresenta un avvenimento eccezionale». Read More

Rileggere un libro a distanza di anni è come guardare con gli occhi adulti un’immagine effimera dell’infanzia e scoprire che le cose in realtà erano molto meno grandi di quanto credevamo. E così ho deciso di celebrare un anniversario letterario con una rilettura. L’anniversario riguarda i venticinque anni dalla pubblicazione del Profumo di Patrik Süskind, la rilettura, ovviamente, l’arcinoto bestseller che ha per protagonista il geniale e scellerato Jean-Baptiste Grenouille, l’uomo privo di odori corporei che voleva diventare il più grande profumiere del mondo. Non starò qui a recensire uno dei romanzi più commentati della recente letteratura europea, quello che mi interessa fare è osservare gli effetti che produce il tempo sugli occhi di un lettore. L’afflusso di fervore e di ardore che sorreggeva un tempo le mie letture (la prima volta che lessi Il profumo avevo all’incirca diciott’anni) è svanito dietro una carezza degli occhi che è forse il segnale della maturità. Le mie dita sulle pagine oggi sono diventano delicate come alghe, quello che nella storia messa in scena da Süskind un tempo mi rapinò il cuore era la natura demoniaca di Grenouille, il suo essere un reietto, una creatura umana rifiutata da tutti, fin dal principio della sua nascita, per il fatto di non possedere alcun odore e, in conseguenza di ciò, essere considerato dagli altri uomini un individuo assolutamente insignificante e privo di anima. Questo straordinario personaggio, ricordo, condizionò a lungo il mio modo di decifrare i racconti e più in generale di penetrare il mistero profondo della letteratura. I personaggi delle piccole storie che inventavo allora erano profondamente condizionati dalla regola, ereditata da Süskind, secondo la quale un difetto fisico poteva elevarsi a paradigma di un’intera condizione spirituale e materiale. Ho impiegato molto tempo e molta fatica per liberarmi da questo schema. Oggi che ho superato, almeno credo, la facile fascinazione per questo genere di pretesti letterari dai quali prendono facilmente le mosse certi personaggi e certe storie di invenzione, ho scoperto che forse l’autentica seduzione di questo racconto sta nelle magistrali descrizioni della Parigi del diciottesimo secolo, nella rappresentazione letteraria delle case infiorate di muffe, dell’insopportabile puzzo delle strade e dell’odore rancido degli uomini che sopravvivono nel quotidiano con le loro miserie e le loro meschinità. In buona sostanza, rileggendo Il profumo ho scoperto – non senza un misto di sorpresa e di turbamento – che non sempre i libri ci cambiano la vita. A volte succede che sia la nostra vita a cambiare loro.

L’attacco della poesia di Miklavž Komelj L’eternità ritrovata suona come una dichiarazione d’intenti sulla letteratura. I versi “All’immagine memorizzata di quest’uomo / all’improvviso si è aggiunto / il suo profumo” sono per me un tale condensato di senso da avere perfino pudore a scriverne. Le storie che provo ogni giorno a raccontare muovono appunto da “un’immagine memorizzata di uomo”, un passante, uno sconosciuto fermo al semaforo, un pensionato che porta a spasso il cane, un derelitto che non gli è dato di conoscere più nemmeno la luce dell’universo. Chiunque esso sia, quest’uomo è inciso nella mia memoria. Successivamente, su questa immagine, ricamo come uno scultore che lavora di taglio, incidendo schegge, provocando fratturazioni, e allora il passante-sconosciuto-pensionato-derelitto diventa una sagoma lucida e informe come creta bagnata, una rosa candida, una grande nube. L’attimo che dona vita a questa materia irregolare è un momento del tutto speciale, l’istante in cui un invisibile Prometeo, portando sulla terra il fuoco divino, dota l’uomo di ragione e di coscienza. Il dono di cui parlo consiste, per l’appunto, nell’aggiunta del “profumo”. Miklavž Komelj, nel finale della sua poesia, chiarisce molto bene da cosa dipende l’infusione del fuoco divino, non “dai ricordi personali, ma / dai passi che non ritornano, / dipende da questo / profumo”. Consiste in questo, dunque, la condanna che – attraverso il gioco letterario – infliggiamo ai personaggi d’invenzione, l’eternità, il castigo a restare. Patrick Süskind nella sua opera più famosa (che come tutti sanno si intitola, appunto, Profumo) afferma: “Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo”. Ecco, negli innumerevoli tentativi di scrittura d’invenzione che ho fatto da quando sono capace di mettere in fila una serie di lettere componendo frasi di senso compiuto, l’elemento che per lunga parte di tempo mi è sfuggito (e alla mancanza del quale potrei imputare la ragione dei miei incalcolabili fallimenti) era proprio il profumo.

.
Miklavž Komelj, L’ETERNITÀ RITROVATA

All’immagine memorizzata di quest’uomo
all’improvviso si è aggiunto
il suo profumo.

Solo – sopra un’enorme piattaforma di cemento,
sulla quale di tanto in tanto giace
un artiglio tagliato, una sezione di muso,
un orecchio o qualcosa d’altro.

Dio, dal concetto del futuro
dipende da dove proviene –
è ancora suo –
o è già suo –
oppure è una lettera
giunta da lontano.

Il labbro superiore e quello inferiore
dallo spavento si stanno baciando.

Non dipende dai ricordi personali, ma
dai passi che non ritornano,
dipende da questo
profumo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: