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Quando ho sentito che hanno fatto a pezzi la stele dedicata alla memoria di Pasolini, la prima cosa che ho fatto è stato andare a rileggere alcune poesie di Pasolini. Quando ho sentito che hanno fatto a pezzi la stele dedicata alla memoria di Pasolini, ho pensato: «La stele è pur sempre un pezzo di marmo, non è la memoria di Pasolini». Quelli che hanno fatto a pezzi la stele dedicata alla memoria di Pasolini non sanno che a colpi di mazzuola, l’unica cosa che ottengono è che noi ci ricordiamo più intensamente di Pasolini, e dopo andiamo a rileggere le poesie, e poi ripariamo anche la stele dedicata alla memoria di Pasolini, che è pur sempre un pezzo di marmo, e se va in pezzi la si può rifare tale e quale fino a un milione di volte. Dopo che ho riletto alcune poesie di Pasolini ho pensato che a prendersela con una stele di marmo si fa la figura di uno che tira mazzolate al vento intergalattico convinto di poter demolire il sistema solare.

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Da qualche giorno leggo di gente che fa a botte per Pasolini, così, per non sentirmi troppo disperso nell’exosfera culturale, ho deciso di guardare il film di Abel Ferrara intitolato Pasolini, e ho pensato che invece di fare a botte per Pasolini, la gente dovrebbe fare a botte con Abel Ferrara.

Prima di guardare in Tv Pasolini di Abel Ferrara, ho guardato un programma intitolato Megafabbriche sul canale del National Geographic, la puntata era dedicata alla fabbrica della Lamborghini a Sant’Agata Bolognese, durante il collaudo su strada della Lamborghini appena sfornata, i collaudatori sono stati fermati da una pattuglia di carabinieri.

Prima di guardare in Tv Pasolini di Abel Ferrara, e Megafabbriche sul canale del National Geographic, ho guardato un programma intitolato Megacostruzioni sul canale Discovery, la puntata era dedicata alla costruzione del Cape Town Stadium di Città del Capo, ma il programma non aveva niente di interessante.

Questo elenco di programmi che ho guardato prima del film di Abel Ferrara intitolato Pasolini potrebbe continuare all’infinito, o perlomeno fino alla prima puntata di SuperGulp!, che guardai nel marzo del 1977, quando avevo tre anni e mezzo.

Domenica mattina ho fatto un salto alla Bussola, che è una bellissima libreria di remainder a via Po a Torino, mentre guardavo tra gli scaffali mi è capitata sott’occhio una vecchia edizione di Una vita violenta di Pasolini, intorno era tutto un bel silenzio e pace, vecchi libri che impigriscono nella penombra e esseri umani in contemplazione, allora quel titolo mi è suonato come uno splendido urlo sterminatore.

Ho letto una poesia che ha un titolo così bello che quasi si può fare a meno di leggere la poesia, perché è già tutto nel titolo, e non c’è niente che si possa dire più di questo, è di Chely Lima e si chiama Ballata di chi non vuole fare l’amore all’oscuro.

Sui social, a furia di replicarlo, hanno accoppato un aforisma della Merini che fa: “Sono una piccola ape furibonda. Mi piace cambiare di colore. Mi piace cambiare di misura”. Negli ultimi tempi stanno accoppando pure un passaggio della lettera di Pasolini a Gennariello, quello che dice: “Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece”. A pensarci bene sui social hanno accoppato tutta la Merini, non solo quel verso, e tutto Pasolini (ma non solo sui social). Così come prima dei social, ma con le stesse modalità, hanno accoppato Hesse e Kerouac. Neanche la Szymborska se la passa tanto bene.

Sabato pomeriggio, in un paesino di un centinaio di anime (per dare un’idea della solitudine si dice così, si indicano le anime) sono uscito da un negozio di vini e formaggi, c’era un tizio che bestemmiava perché un altro tizio aveva parcheggiato l’Ape davanti alla sua porta, il tizio ha pronunciato per una trentina di volte la stessa bestemmia, ogni volta che ripeteva la bestemmia faceva in modo di perfezionarne il tono, la caduta degli accenti, per rimarcare con più forza il destinatario delle invettive, che era senz’altro Dio, cioè era il proprietario dell’Ape il quale però, non essendo probabilmente famoso come Dio, è rimasto in secondo piano.

Su scenecontemporanee.it una recensione di Francesca Fichera a “La misura del danno” che più benevola non si può. Qui l’articolo originale.

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«Si può parlare di ingiustizia a proposito del mancato grande successo, di critica e di vendita, del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante? Intendiamoci: successo di vendita e critica c’è stato, ma normale. Mentre il libro della Morante rappresenta un avvenimento eccezionale». Read More

Ma siamo proprio sicuri che bisogna sempre crescere, ogni anno crescere? Nei sistemi economici moderni esiste una sola professione di fede: la crescita economica. Si tratta di quel complesso di fenomeni che riguarda l’incremento della ricchezza, dei consumi, della produzione di merci, dell’erogazione di servizi, dell’occupazione, della ricerca scientifica e dello sviluppo delle nuove tecnologie. All’opposto della crescita c’è quello che gli economisti chiamano “stagnazione” e “recessione”. La crescita economica è un’idea relativamente recente che si è affermata in epoca moderna con l’avvento del capitalismo e della classe borghese. Tuttavia non viene mai adeguatamente sottolineato che la crescita di un paese avviene sempre a danno di qualcun altro. Il dogma collettivo dello sviluppo economico (in Italia abbiamo un ministero con questo nome, non a caso presieduto da un banchiere) rientra in un’adesione incondizionata al sistema competitivo che domina i principali mercati capitalistici del mondo. Ciò che non viene contemplato in questo sistema è l’appagamento. Intendo dire che una volta soddisfatti i bisogni essenziali e raggiunto un grado ottimale di vita individuale e collettiva, per quale ragione si dovrebbe ostinatamente continuare a perseguire l’idea della crescita? E soprattutto perché in nome di essa devono essere messi a repentaglio felicità, lavoro, vita degli uomini? Ricordiamo allora quello che scriveva Pasolini: “La parola sviluppo ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di destra. Chi vuole infatti lo sviluppo? Cioè, chi lo vuole non in astratto e idealmente, ma in concreto e per ragioni di immediato interesse economico? È evidente: a volere lo sviluppo in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali”. Il mantra che sentiamo ripetere oggi secondo cui, a fronte della mancata crescita economica, avanzerebbe lo spettro di un’immane catastrofe sociale è in realtà un ricatto. La domanda che andrebbe posta ai governi è allora la seguente: e se passassimo da un sistema competitivo a uno cooperativo?

Nell’ultimo periodo, al contrario delle mie abitudini, ho letto un bel po’ di narrativa italiana contemporanea. L’ho fatto come se dovessi affrontare un corso di aggiornamento sullo stato della nazione. Una cosa mi è saltata all’occhio: la pressoché totale mancanza di ambizione che fa degli autori italiani i cantori di universi piccoli, spesso piccolissimi, meglio se chiusi tra le mura municipali di qualche minuscolo borgo di provincia. In pochi (quasi nessuno) sono capaci di costruire mondi, di sfidare il dominio dell’immaginazione, di confrontarsi con temi alti. Nei microcosmi provinciali di questi narratori non c’è neppure quello slancio che ha fatto grande la letteratura italiana del secondo dopoguerra, quell’andare dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Non mancano i talenti, le competenze, le originalità, manca il desiderio di confrontarsi con un ordine delle cose più esteso. Gli scrittori italiani di oggi sembrano affetti da una sorta di sentimento d’inferiorità, battono strade sicure, non si arrischiano sui sentieri imperscrutabili. Qualcuno si dibatte ancora nell’affannosa ricerca di un’originalità spinta all’eccesso, residuo di una certa letteratura di moda negli anni Novanta, che produce opere stucchevoli e paradossali, contraffazioni evidenti di modelli originali provenienti da altre scuole. Non so se tutto questo appartenga a quel “genocidio culturale” profetizzato da Pasolini quando parlava di neocapitalismo e omologazione, so che si tratta di uno stato di cose stabilito e preservato dal mercato editoriale, so che è una delle facce possibili del centralismo della civiltà dei consumi. A giudicare da quello che si produce all’estero direi, forse, la peggiore di tutte.

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